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L’arte come viaggio interiore di crescita

Intervista a Jago

di Giuseppe Picciano

L’arte come viaggio interiore di crescita e di trasformazione personale attraverso la scoperta di sé e delle proprie potenzialità per raggiungere nuovi traguardi, quasi a evocare l’antico incitamento in latino, “Ultreia et Suseia”, usato dai pellegrini medievali del Cammino di Santiago, che significa letteralmente “avanti e più in alto”.

Un percorso anche di analisi e di riflessione che si sviluppa proprio durante la creazione dell’opera. Esattamente come le opportunità di speranza e di salvezza attese dai fedeli durante il tempo giubilare. Può dunque il rapporto dialogico tra un artista e l’opera essere comparato al periodo spirituale in cui si coglie l’opportunità di ristabilire il corretto rapporto con Dio e con il prossimo? Erre lo ha chiesto a Jago, al secolo Jacopo Cardillo, 38 anni, scultore di fama internazionale, autore di opere capaci di suscitare curiosità e dibattito per la loro bellezza e potenza comunicativa quali il “Figlio velato”, ispirato al celebre Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, o il busto “spogliato” di Papa Benedetto XVI.

Maestro, il Giubileo, nella sua essenza, è un tempo di rottura e di rigenerazione. Nella sua esperienza, anche l’arte può essere considerata un “tempo giubilare”? Cosa succede alla materia quando si libera?

«Il Giubileo è un argomento che mi scalda il cuore. Sono di Agnani e considero questo tempo sacro della Chiesa qualcosa che in qualche modo ci appartiene: Bonifacio VIII, il Papa che indisse nel 1300 il primo Giubileo, era anagnino. Noi siamo cresciuti con questa storia nelle orecchie e quindi, un po’ gonfiando il petto, ci affascina l’idea che la nostra piccola città conservi la primogenitura di un evento così enorme. L’anno giubilare è una ricorrenza in linea con quello di cui mi occupo, cioè la scultura. Scolpire sul marmo significa sottrarre, togliere il superfluo. Si tratta di un lavoro di grande concentrazione con il quale si crea un soggetto che dovrebbe corrispondere esattamente a quello che si è immaginato all’interno della forma. Di certo non si può aggiungere, quindi bisogna avere la capacità di fermarsi per rifinire l’opera. Poi c’è la scultura atta a modificare, quella con l’argilla, per esempio, con la quale si può tranquillamente aggiungere o sottrarre in un percorso che non comporta ansie da prestazione. Ho fatto questa lunga premessa per sottolineare che la mia risposta alla domanda non può essere che sì, l’arte è una forma di tempo giubilare anche in relazione al lavoro interiore, di riflessione e di analisi che l’artista compie su sé stesso. La ricerca intima si esprime, appunto, attraverso la pratica materiale e la massima aspirazione è condividere il risultato con gli altri».

Molte sue opere nascono dalla rottura di qualcosa – una forma, una superficie, un’idea – per far emergere ciò che prima era nascosto. È un gesto solo estetico o anche spirituale?

«Anche la componente estetica è fondamentale, oggi quando si parla di estetica si pensa a un concetto solo superficiale, ma in realtà è radicata in profondità e in quanto tale sa essere anche la manifestazione di un atteggiamento spirituale, di una fede intesa come fiducia. Da scultore ogni colpo che do dev’essere accompagnato da un gesto di fiducia, innanzitutto nei confronti di me stesso. La manifestazione ultima di quell’atto ripetitivo, nell’arco degli anni, si palesa poi esteticamente: lo spettatore riceverà tutto ciò che è stato il mio “dietro le quinte” attraverso il primo rapporto estetico. Affido agli occhi dell’interlocutore un’opera nella quale lui avrà la possibilità di riconoscere qualcosa di suo. Per questo, le componenti estetica e spirituale possono fondersi meravigliosamente in una sola».

Partenze e ripartenze. Quando ha appena finito un’opera che l’è costata fatica e impegno, cosa pensa quando si ritrova davanti un blocco nuovo, quando bisogna ripartire da zero? È un po’ una metafora della vita di ognuno di noi, ma come supera l’inerzia iniziale dell’eterna ripartenza?

«In genere faccio una riflessione autoironica. Quando ripercorro mentalmente tutte le fasi che si sono succedute nella lavorazione quali l’ideazione, lo sviluppo e la rifinitura, accompagnati da un processo di elaborazione e rielaborazione interiore, osservo l’opera appena finita e la prima cosa che penso è: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. Lo ripeto ogni volta, nonostante io abbia trasformato un’idea in qualcosa di concreto, tangibile. Poi io ragiono guardando a una meta nell’accezione latina del termine. Mi rifaccio alle corse nel circo dell’antichità nel quale i totem di pietra segnavamo il momento di svolta, ecco anche per me c’è quel totem, l’opera appena compiuta rappresenta il punto di svolta. In lontananza intravedo la meta successiva e, nel frattempo, continuo a girare, a girare e a pensare a cose nuove».

È un metodo del tutto personale.

«Esatto, considero ogni mio lavoro propedeutico all’altro, senza aver raggiunto un traguardo non posso tendere a un altro, quindi caricato da questo nuovo entusiasmo, ricomincio a lavorare pur sentendomi appagato per quanto realizzato in precedenza»

Lei ha spesso portato l’arte fuori dai luoghi canonici: in strada, in carcere, in cantiere. È anche questo un modo di restituire? Di “restituire alla città”, come si diceva una volta?

«Credo nel concetto di restituzione nella misura in cui io riconosca che mi è stato dato qualcosa. Se ho ricevuto, mi trasformo in funzione dei luoghi, fare dei gesti che possano corrispondere a una restituzione e a una condivisione è un modo non solo per dire grazie, ma anche per misurare la propria opera, per capire se sia simbolicamente rilevante nei confronti magari di qualcuno che passa distrattamente e decide di dedicare un attimo del suo tempo a una riflessione che gli è stata ispirata. Misurare, insomma, quanto l’opera sia in grado di cambiare i luoghi, perché sappiamo che sono i luoghi che in genere cambiano l’opera in base alla forza della loro stratificazione storica».

In un tempo in cui la tecnologia accorcia ogni distanza, l’arte continua invece a chiedere lentezza, peso, presenza. È una forma di resistenza o una nuova forma di spiritualità?

«La tecnologia è un tema ricorrente della nostra epoca e comporta senz’altro delle controindicazioni se a fronte della velocizzazione delle procedure implica purtroppo anche delle banali semplificazioni. L’arte, per ciò che significa, è una forma di resistenza poiché sa farsi strumento di equilibrio, tra concretezza ed effimero, tra la lentezza e le scorciatoie della modernità. Credo molto in questa capacità dell’arte perché credo nel fare, credo nella creatività, credo nell’intelligenza dell’essere umano, nonostante resti pur sempre un essere distruttivo. Io scelgo dove indirizzare la mia attenzione e le mie energie e spero che tanti altri facciano lo stesso, molto meglio di me. L’equilibrio è un valore imprescindibile dell’esistenza».

Se potesse scolpire un’opera intitolata “Giubileo”, oggi, cosa rappresenterebbe? Quale materiale sceglierebbe, e dove la collocherebbe?

«E’ un’opera che sto già realizzando, è di marmo, è alta 5 metri, è il “mio” David. La collocherei nel posto dove l’ho ideata sull’altare della Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel quartiere della Sanità, nella stessa chiesa che ospita il mio museo. L’opera in- carna il momento dell’azione potenziale, del possibile cambiamento, del momento in cui tutto può succedere, la conoscenza assoluta del proprio gesto. Il protagonista intravede il suo potenziale per cambiare le cose per- ché ha già fatto una rivoluzione interiore e se ne assume la responsabilità, che estende a tutti gli altri. D’altro canto, il museo è il mio luogo dell’anima che, al di là dei miei lavori, si caratterizza per l’elemento di umanità che portano i giovani che lo frequentano».

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