Intervista a Svamini Shuddhananda Giri, referente Commissione Dialogo e Cultura Unione Induista Italiana, Sanatana Dharma Samgha, Ente religioso sorto per la tutela, il coordinamento, la pratica e lo studio della cultura e della religione induista. L’UII è stata riconosciuta ufficialmente dallo Stato italiano come Confessione religiosa nel 2012.
di Davide Saponaro
Nella sua tradizione religiosa, esiste un concetto simile a quello del Giubileo, legato al perdono, alla riconciliazione o alla rinascita spirituale?
Nel Sanatana Dharma, una corrispondenza con il Giubileo, sebbene con tutti i distinguo necessari, si potrebbe ritrovare nel Kumbhae nel Mahakumbha mela. Il Kumbha mela ha luogo ogni dodici anni, a rotazione nelle quattro città sacre di: Haridvar sulle rive della Ganga; Prayag alla confluenza delle tre fiumane (triveni); Nasik o Tryambaka sulle rive della Godavari e Ujjain sulle rive della Sipra. In questi quattro punti si narra caddero le quattro gocce di amrta dalla kumbha, l’ampolla, che conteneva il nettare dell’immortalità conteso tra i Deva e gli asura. Il riferimento è al celebre racconto del Samudra manthana, il “Frullamento dell’oceano cosmico” in cui si narra che i Deva e gli asurai celesti e gli oscuri dovettero unire le proprie forze per estrarre dall’oceano il nettare dell’immortalità, amrta. Milioni di devoti, pellegrini e turisti provenienti da tutto il mondo raggiungono Prayag per bagnarsi nelle acque lustrali dei fiumi sacri, nonché per incontrare figure religiose induiste di ogni ordine: monaci, samnyasin, svamin, yogi, sadhu, mahant, acarya e Shankaracarya. Queste autorità religiose si radunano eccezionalmente durante il kumbha mela, dibattono di teologia, di dottrina e affrontano le nuove istanze e grandi tematiche della società contemporanea. Di fatto, queste assemblee sono mosaici policromi in cui ogni tassello, ogni linea di colore colloca in un tutto armonico i diversi aspetti della vita, della cultura, dell’arte, della tradizione spirituale e teologica dell’induismo. Musiche, canti e spettacoli narrano i miti e le leggende più belle. I colori e le forme della devozione al kumbha mela assumono gli aspetti più tipici dell’induismo: la grande fede ha la stessa forza di quel fiume umano che costantemente ti avvolge, ti spinge, ti conduce. Insomma, sono molte le motivazioni, i benefici e gli scopi di un kumbha mela, ma, naturalmente, le più popolari rimangono il pellegrinaggio, il bagno nelle sacre acque che purificano dagli errori commessi e “lavano” il karma, e il darshan di uomini santi.
Nelle acque dei fiumi sacri non si immergono solo i corpi dei devoti, ma le loro aspirazioni a cercare l’identità con l’Assoluto, mondandosi da ogni errore commesso; in quelle acque si immerge anche il passato, il presente e il futuro di una civiltà, di una cultura religiosa capace di saper mantenere il vecchio pur accettando le sfide del nuovo. Sebbene, oggi, i modi per raggiungere Prayag siano più rapidi e agevolati rispetto al passato, molti devoti scelgono di arrivare a piedi e di compiere il viaggio come un vero e proprio pellegrinaggio, tirtha yatra, da preparare e accompagnare con una disciplina adeguata.

Come viene vissuto il tema del “tempo sacro” o del “tempo favorevole” nella sua fede? Ci sono periodi speciali dedicati alla purificazione o alla riparazione del rapporto con Dio e con gli altri?
Nell’induismo vi è un’attenzione e un’osservanza molto scrupolosa del “tempo giusto o favorevole” per compiere qualsiasi genere di azione, da una di carattere più pratico e legato alla quotidianità del vivere fino ad arrivare al momento giusto per celebrare il rituale, per praticare la meditazione, per pregare, e così a seguire. Ciò detto, è vero altresì che ogni momento è ritenuto sacro perché ogni aspetto della vita e della manifestazione sono espressioni dell’Assoluto. Vi è certamente un momento più favorevole, ma è ancor più importante l’attitudine interiore che il devoto deve coltivare affinché ogni attimo sia un “tempo sacro” in cui si esprime la piena unione e devozione al Divino. Vi sono, poi, momenti specifici, scanditi dal calendario lunare, in cui è consigliata la pratica del digiuno e del silenzio come forma di purificazione e autodisciplina dei sensi.
Tra questi, vi sono ad esempio l’Ekadashi, che cade l’undicesimo giorno di ogni ciclo lunare; Purnima e Amavasya, rispettivamente il giorno di luna piena e di luna nuova. Un ruolo importante hanno inoltre le celebrazioni delle ricorrenze religiose, che agiscono sia su un piano individuale, sia su quello famigliare e sociale. Le feste rinforzano, infatti, il proprio legame con il Divino e nello stesso tempo celebrano la coesione e la partecipazione condivisa di momenti rituali, artistici e culinari, con ricadute positive sul tessuto sociale e comunitario.
Qual è il significato del pellegrinaggio nella sua religione? È visto anche come un cammino di rinnovamento o riconciliazione?
La pratica del pellegrinaggio ha origini antichissime e costituisce ancor oggi uno degli aspetti più caratterizzanti della vita religiosa del fedele indù. Il pellegrinaggio è intrapreso abitualmente per compiere un voto o come pratica di espiazione di qualche errore compiuto.
Il pellegrinaggio è solitamente verso un tirtha, che può essere un luogo fisico, un tempio, un ashram dove vive un maestro, un maestro stesso. Tirtha rappresenta uno spazio sacro; letteralmente significa “guado”, ed esprime bene l’idea di yoga nella sua accezione di unione. Il tirtha ha il potere di riunire più piani fisici e metafisici; è “la maglia del mondo che non tiene”, per citare il poeta Montale, e che lascia intravedere la divinità. I Purana, definiscono la città di Prayag un tirtharaja, “luogo di pellegrinaggio reale”. Prayag è tra le mete di pellegrinaggio più sacre descritte nelle Scritture; qui il Dio Brahma celebrò il rituale che diede avvio alla creazione del mondo ed è qui che dimora l’albero immortale, akshyavata, che simbolicamente unisce le terre e i paradisi, il visibile e l’invisibile. Pertanto, il pellegrino che si reca a Prayag è immerso nella sacralità di tutti i tirtha. Prayag per un devoto rappresenta Dio stesso!
Il pellegrinaggio è una prassi antica nell’induismo e può rispondere a motivazioni diverse: un voto, la necessità di espiare un errore, fino alla finalità suprema di trascendere il mondo e ricongiungersi con il Divino (moksha). La meta di pellegrinaggio circoscrive uno spazio, un tempo, un’azione sacra e rituale che aiuti l’essere umano a ritrovare il suo ordine nel cosmo e lo scopo ultimo della vita. La fede ed i credi popolari che si trasformano in azioni concrete sono necessarie all’uomo, non solo per il suo dialogo con il Divino, ma anche per la sua socializzazione.
Il pellegrinaggio costituisce una pratica importantissima e molto stimata. Esso è stato un grande strumento dell’unificazione culturale indiana portando nell’intero paese i miti, i rituali, la discussione su nuove filosofie e nuove idee, un luogo d’incontri unico e straordinario; si trovano uomini e donne di differenti estrazioni sociali, tradizioni, credi e realizzazione spirituale.
Il pellegrinaggio è il simbolo del viaggio interiore dell’uomo, del suo travaglio spirituale per giungere a Dio ma, se questo viaggio viene compiuto solo a livello intellettuale o mentale, non porta nessun frutto. Il viaggio fisico, invece, porta alla vera comprensione che è data dall’esperienza. La fatica, il sacrificio, la volontà non sono altro che strumenti essenziali per compiere qualsiasi viaggio. È nel viaggio interiore che, rafforzati dall’esperienza, si potranno affrontare le foreste delle
illusioni della propria mente, gli animali del proprio inconscio, le scalate delle montagne delle difficoltà, si guadano i fiumi dei desideri, per arrivare allo stato di purezza che condurrà alla meta: il cuore dell’uomo. Il viaggio esteriore compiuto con fede, amore, sforzo, sacrificio, rafforza il devoto, lo rende migliore. Questa è la purificazione. Che cosa meglio delle acque può rappresentare questo concetto? È l’idea di bagnarsi in Dio.

“Nelle acque dei flumi sacri non si immergono solo i corpi dei devoti, ma le loro aspirazioni a cercare l’identità con l’Assoluto, mondandosi da ogni errore commesso; in quelle acque si immerge anche il passato, il presente e il futuro di una civiltà, di una cultura religiosa capace di saper mantenere il vecchio pur accettando le sflde del nuovo. “
Il Giubileo è anche un tempo per la giustizia sociale: nella sua tradizione ci sono esperienze o insegnamenti che incoraggiano l’aiuto ai poveri, la liberazione dai debiti, o il ristabilimento dell’equità tra le persone?
I raduni di fede, nei quali le persone si uniscono nella preghiera e nella festa, creano forte solidarietà e aggregazione sociale. Il bagno sacro da sempre rappresenta la purificazione, l’immersione nelle virtù, nell’adorazione, nelle qualità più alte: la mente pura permette alla vera natura di emergere. Nell’induismo il concetto di seva, di servizio, e di dana, donazione è centrale nel principio del dharma, in cui ogni aspetto è interrelato e ogni essere considerato parte di un’unica grande famiglia, Vasudhaiva Kutumbakam, da accudire e nutrire.

Molti induisti si impegnano in attività di servizio sociale, come l’aiuto ai poveri, la distribuzione di cibo e la cura degli anziani. Queste attività sono viste come un modo per promuovere la giustizia sociale e per aiutare coloro che sono in difficoltà. Gli insegnamenti induisti enfatizzano l’importanza della compassione, della generosità e della giustizia sociale. Tutti i testi sacri contengono insegnamenti sulla necessità di aiutare tutti e di promuovere l’equità tra le persone.