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Speranza, misericordia, riconciliazione: Barbara Jatta racconta il Giubileo attraverso l’arte

In occasione del Giubileo 2025, la direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta, ha rilasciato un’intervista esclusiva alla rivista ERRE. In questo dialogo affronta le parole-chiave che segnano il senso del Giubileo – speranza, misericordia, cura, giustizia, solidarietà, sapienza e riconciliazione – attraverso lo sguardo privilegiato dell’arte custodita nei Musei Vaticani.

di Raffaele Buscemi

Siamo qui con Barbara Jatta, direttore dei musei vaticani per un’intervista sul linguaggio dell’arte nel Giubileo. Le chiederò di commentare alcune parole chiave che abbiamo indi- viduato collegandole a qualche opera d’arte. La prima parola è speranza. In che modo la speranza è legata al Giubileo e quale opera d’arte le fa venire in mente?

La Speranza è chiaramente legata al Giubileo per il tema stesso scelto da Papa Francesco nella bolla di indizione. Lui ci ha indicato una via per quest’anno giubilare del 2025 proprio sul tema della speranza.
Rappresentare la speranza non è facile, perché mentre la Carità è facilmente esprimibile e anche la Fede può manifestarsi esteriormente, la Speranza è più astratta, più intima. Se penso a un’opera che la raffiguri, mi viene in mente la predella Baglioni di Raffaello, in cui compaiono le tre virtù teologali. Si tratta di un lavoro giovanile, realizzato agli inizi della sua carriera, prima dei dodici straordinari anni che avrebbe poi trascorso a Roma al servizio di Giulio II Della Rovere e Leone X Medici.
La Speranza è, senza dubbio, una virtù interiore, ma è anche quella che deve guidarci in una contemporaneità segnata da tante difficoltà. È ciò che ci muove, come Papa Francesco ci ha esortato a ricordare. Per questo l’immagine di Raffaello mi sembra particolarmente eloquente: la Speranza è raffigurata come una figura femminile con le mani giunte, quasi monocroma, semplice e raccolta — perché spesso le nostre speranze restano custodite nel cuore.

Secondo lei sembra ci sia meno speranza oggi piuttosto che ai tempi di Raffaello, che forse ha vissuto tempi più tumultuosi?

Io non credo che oggi ci sia meno speranza. Al contrario, vedo molte persone intorno a me che la invocano. Penso sempre al percorso delle sette chiese: quando San Filippo Neri istituisce il cosiddetto giro, lo fa riprendendo una tradizione non strettamente legata alla fede cattolica, ma con l’idea di proporre un cammino, un percorso di giubilo. Questo giro era intervallato da canti, gioia, danze, ma anche da momenti di ristoro culinario, che sostenevano il pellegrinaggio. La prima mostra del Giubileo è intitolata Icone di speranza. Espone icone provenienti da tutto l’Occidente cristiano: bulgare, russe, ucraine, greche. L’abbiamo concepita come un linguaggio comune e come vincolo di speranza.

Passiamo adesso alla seconda parola che è misericordia. Sicuramente più rappresentata, ma magari lei ha una chicca.

Il motivo per cui oggi lavoro ai Musei Vaticani lo devo alla Misericordia, al Giubileo della Misericordia che Papa Francesco ha voluto indire, e a questa immagine [indica l’immagine che vedete poco sopra]. Per vent’anni ho lavorato nella Biblioteca Vaticana, dove ci siamo sempre impegnati a trovare il modo migliore per celebrare le ricorrenze più importanti.
Nel grande Giubileo del 2000, coincidente con l’ingresso nel terzo millennio, realizzammo una grande pianta calcografica di Roma, secondo i procedimenti tradizionali, commissionata a un artista che riflettesse sul significato della città in quell’anno.
Le cartografie di Roma si aggiornavano infatti in occasione dei Giubilei, perché i pellegrini ne avevano bisogno per orientarsi. Esistevano sia carte piccole sia piante monumentali. Per il Giubileo della Misericordia non potevamo ripetere la stessa formula: erano passati troppi pochi anni. Di solito le piante si aggiornavano ogni venticinque o cinquant’ann. Abbiamo quindi spostato l’attenzione sulle opere di misericordia, come ci aveva chiesto Papa Francesco, sia corporali sia spirituali. Le prime, come “dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, visitare gli infermi”, sono famose; quelle spirituali invece lo sono meno. Mi viene in mente ad esempio sopportare pazientemente le persone moleste, un esercizio
di misericordia che offro spesso e che nella vita quotidiana tocca a tutti praticare.

Abbiamo ragionato sulle sette chiese e quindi abbiamo chiesto a un’artista, diverso da quello del giubileo del 2000 di offrirci una visione delle sette chiese giubilari, chiaramente con San Pietro. Ma quelle che erano appunto le sette chiese di San Filippo Neri a cui abbiamo aggiunto una porta santa, una mensa, ma anche gli infermi, i carcerati e quindi tutta una serie di figure che in qualche modo ricordassero la misericordia. Quando penso oggi alla Misericordia, penso a quell’immagine. La presentai a Papa Francesco insieme al prefetto e al bibliotecario, miei superiori in Biblioteca Vaticana: era un lunedì di maggio. Il venerdì della stessa settimana ricevetti la nomina alla direzione dei Musei Vaticani.

Le altre due parole le ho messe insieme: cura e giustizia. Le possiamo pure spacchettare ma spesso vanno a braccetto.

Mi viene in mente un’immagine meravigliosa della Iustitia di Raffaello. Torniamo al divin pittore, che dedica gli anni più intensi della sua breve vita al Vaticano e lascia un esempio di pittura ad olio sul muro.
Che cos’è stato Raffaello? Perché lo si definisce “divin pittore”? È stato un pittore dirompente, un pittore di corte nel senso più alto del termine, formato alla corte raffinata di Federico di Montefeltro a Urbino, per poi arrivare a quella di Giulio II e Leone X, dove dialogava direttamente con i pontefici. Quel meilleur, se vogliamo culturalmente elevatissimo, che si era creato intorno a queste due corti fatto di filosofi, teologi, artisti, musicisti e veramente pensatori. Leone X, nella scia di Giulio II, lo nomina pittore e architetto di corte, gli affida per un periodo l’architettura di San Pietro e lo nomina anche commissario dell’antichità dandogli in mano la soprintendenza a tutti quegli scavi che venivano fatti a Roma.
Raffaello è un grandissimo disegnatore e organizzatore, capace in pochi anni di realizzare le Stanze e le Logge. Porta con sé anche l’eredità di pittore di Madonne. La delicatezza della sua pittura ad olio, presente in queste opere, cerca di trasporla, da grande sperimentatore, anche negli affreschi. L’affresco di per sé è una tecnica che offre meno possibilità cangianti ma lui sperimenta comunque l’olio sul muro, una tecnica che i suoi allievi non riusciranno più a riprodurre dopo la sua morte improvvisa. Restaurando il Salone di Costantino, e più precisamente la Battaglia di Costantino, sulla destra appare la figura intera della Iustitia, una donna meravigliosa.
Da una parte c’è uno struzzo, non perché nasconda la testa, ma perché le sue piume sono tutte uguali: un simbolo di eguaglianza, poiché la giustizia deve essere uguale per tutti, secondo l’iconografia ripresa da Cesare Ripa nella famosa Iconologia. Dall’altra parte si nota la bilancia, attributo tipico della giustizia.
Associo quei dieci anni di restauro alla mia direzione dei Musei: “cura e giustizia”.

Abbiamo curato Raffaello, e abbiamo curato la Giustizia. Parte della nostra missione è preservare ciò che ci è stato affidato dal passato, per il tempo che ci è concesso, e condividerlo.
Noi preserviamo per condividere: per condividere l’arte come veicolo di evangelizzazione, ma anche la cura e l’attenzione che sono state dedicate in precedenza a opere universali, capaci di toccare la nostra anima e di raccontarci della nostra fede.

Quarta parola: solidarietà.

Solidarietà è una parola di cui bisogna inevitabilmente parlare. Nella bolla di indizione di Papa Francesco si parla di speranza, ma sempre declinata verso figure concrete: i carcerati, i poveri, i giovani, e tante persone a cui noi adulti dobbiamo offrire solidarietà e attenzione.
Se mi chiedi un’opera che rappresenti la solidarietà, non è semplice. Direi piuttosto che a incarnarla sono i nostri Musei stessi: il portone di accesso, quello di uscita, l’entrata inaugurata nel 2000 o la scala elicoidale. Un’immagine iconica dei Musei può diventare, cosi, simbolo di solidarietà.
Perché penso ai nostri Musei quando parlo di solidarietà? Abbiamo aperto le porte per visite dedicate ai carcerati, ho tenuto conferenze a Rebibbia per raccontare che cosa sono i Musei Vaticani. Abbiamo cercato di renderci accessibili a tutti, rinunciando a visite private, restando aperti 12 ore al giorno per tutti i visitatori. Abbiamo introdotto il biglietto nominativo con prenotazione, così da evitare bagarinaggi e speculazioni. Questa ampia apertura, frutto dello sforzo di tanti, è già un gesto concreto di solidarietà: un atto di attenzione e condivisione. Solidarietà significa comprendere i problemi degli altri.
Solidarietà è anche condivisione. Anastasia Biller, responsabile della comunicazione, svolge un ruolo fondamentale: raggiungere i giovani attraverso Instagram, YouTube e tutta l’attività social. È su di loro che dobbiamo seminare, affinché germogli in loro l’interesse per l’arte e per i messaggi che essa veicola. In questo senso, arrivare a tanti giovani è un segno bellissimo di solidarietà e speranza.
C’è poi un aspetto poco conosciuto che mi fa pensare ancora alla solidarietà. Quando si pensa alla Cappella Sistina, ci si concentra sulle opere d’arte straordinarie che contiene, ma essa è ancora oggi una cappella a tutti gli effetti. Ogni mezz’ora circa, un sacerdote vi celebra una preghiera. All’uscita, nella galleria inferiore, altri sacerdoti confessano in diverse lingue, offrendo un momento di ascolto e conforto ai pellegrini di tutto il mondo.

Prossima parola. Sapienza.

La sapienza arriva attraverso Pentecoste. Nella Sala delle Dame, che prima era chiusa al pubblico e che abbiamo aperto qualche anno fa, c’è un soffitto straordinario. Abbiamo inoltre inaugurato una sala dedicata ad Antonio Canova, figura fondamentale della nostra storia: non solo grandissimo scultore di fama internazionale, ma anche uomo delle istituzioni. Canova ha diretto i Musei in un periodo cruciale e, uomo di grande fede, ci ha lasciato opere religiose meno note a cui abbiamo voluto dare spazio.
Questo nuovo settore aperto al pubblico è la Sala delle Dame, dopo la Galleria delle Carte Geografiche. Ospita queste opere e al centro del soffitto custodisce una Pentecoste di Guido Reni, meravigliosa. Intorno, pannelli dei primi dell’Ottocento che dialogano perfettamente con i lavori di Canova. La Pentecoste è una delle feste liturgiche che amo di più. È un’aspirazione meravigliosa a cui tutti dovremmo tendere: la sapienza.

Ultima parola. Riconciliazione, che per alcuni è perdonarsi tra fratelli e per altri riconciliarsi con Dio. Una parola che spazia dall’umano al trascendentale.

Il Giubileo della speranza, per me, significa anzitutto armonia congli altri. Inquesto spirito abbiamo investito molte energie, attenzione, impegno fisico, mentale ed economico nel Museo Etnologico Vaticano Anima Mundi. È la collezione numericamente più ricca dei nostri Musei: circa 100.000 pezzi provenienti dai quattro continenti al di fuori dell’Europa, inviati cento anni fa per l’Esposizione Missionaria Vaticana concepita da Papa Pio XI in occasione del Giubileo del 1925.

Quest’anno, il 5 e 6 novembre, si terrà presso la Pontificia Università Urbaniana un convegno organizzato insieme ai Musei Vaticani per ricordare quell’evento. Racconterà la volontà di Pio XI, che da quell’esposizione fece nascere un museo, di creare ponti e riconciliazione. Anche con popoli così distanti dalla nostra cultura, dal nostro credo e dalla nostra forma di spiritualità che però hanno un bacino comune che è appunto l’anima del mondo. Papa Francesco ci ha dato tanto supporto e Papa Leone ci sta anche lui sostenendo in questo progetto: l’anima del mondo, cioè la riconciliazione dei popoli del mondo all’interno del Vaticano, all’interno della Chiesa.

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