Intervista a Roberto Zuccolini
di Raffaele Buscemi
Roberto Zuccolini, da dicembre 2014, è portavoce della Comunità di Sant’Egidio. Giornalista, ha lavorato per oltre 30 anni al Corriere della Sera in diversi settori del giornale seguendo in particolare il fenomeno dell’immigrazione e specializzandosi in Chiesa e mondo cattolico. Esperto anche di società africane e relazioni internazionali, è autore di numerose pubblicazioni.
Nell’esperienza quotidiana della comunità di Sant’Egidio, cosa significa oggi condividere il pane con chi vive situazioni di marginalità o di povertà?
Per noi il riferimento è anzitutto il Vangelo, soprattutto il capitolo 25 di Matteo: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”. Il tema della fame e della povertà affonda lì le sue radici. Per i cristiani, e quindi anche per la Comunità di Sant’Egidio, dare da mangiare a chi ha fame non è qualcosa di opzionale, ma una risposta concreta al Vangelo. Anche il Padre Nostro lo ricorda chiaramente quando dice: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Significa che ciascuno ha diritto al proprio pane quotidiano e che quindi esiste anche un problema di giustizia nel mondo, perché tutti possano averlo davvero. Sono questi i due riferimenti fondamentali che guidano la nostra esperienza quotidiana: cercare di rispondere concretamente alla fame, che è sempre legata alla povertà e alla marginalità.
Quindi giustizia, pace e povertà vanno insieme?
Sì, assolutamente.
Molto spesso la fame viene raccontata come un problema lontano, legato a continenti distanti, ma in realtà è qui, dietro l’angolo. Che volto ha oggi la povertà nelle città italiane ed europee?
Ha il volto delle persone che vediamo ogni giorno nelle nostre città, soprattutto nelle grandi città: le persone che vivono per strada. È lì che dovrebbe andare il nostro sguardo quando parliamo di fame vicina. Certo, è una fame diversa rispetto a quella drammatica che colpisce altri continenti, penso ad esempio all’Africa, ma resta un fenomeno reale e concreto. Lo abbiamo visto chiaramente durante la pandemia. In quei mesi, si ripeteva continuamente: “Restiamo a casa”. Ma chi una casa non ce l’ha, dove resta? Chi vive in strada spesso vive anche di elemosina, dell’aiuto di qualche bar, ristorante o esercizio commerciale di riferimento. Durante il Covid, tutto questo si è improvvisamente interrotto. Noi chiedemmo ai prefetti il permesso di continuare a uscire per strada, naturalmente con tutte le precauzioni necessarie, perché altrimenti molte persone non avrebbero avuto materialmente da mangiare. Lo abbiamo fatto a Roma, ma anche in tante altre città italiane ed europee dove siamo presenti. Questo dimostra che la fame non è qualcosa di lontano: è anche accanto a noi.

In Italia, ci sono milioni di persone in povertà assoluta o relativa. La povertà non sta dunque solo altrove?
No. Le persone in povertà assoluta in Italia sono circa 5 milioni e 700 mila. Se poi consideriamo anche la povertà relativa si arriva quasi a 10 milioni. Sono numeri enormi: circa il 10% della popolazione vive in povertà assoluta.
Quindi la povertà non sta al di là del Mediterraneo, sta qui?
La povertà più grave resta certamente quella che esiste al di là del Mediterraneo. Noi continuiamo a essere tra i Paesi più ricchi al mondo e questo non va dimenticato. Però, la povertà esiste anche qui, ed è un problema serio, anche perché cresce ogni anno. Almeno secondo i dati ISTAT, assistiamo a un aumento progressivo della povertà per molte ragioni. Una di queste è sicuramente l’invecchiamento della popolazione.
In che modo l’invecchiamento della popolazione entra in questo discorso?
È collegato perché aumenta il numero degli anziani e quindi crescono anche le difficoltà legate all’assistenza e all’accompagnamento. Ma questo aprirebbe un discorso molto più ampio.
Il momento del pasto ha quindi un valore che va oltre il semplice aiuto materiale. Umanamente e socialmente, cosa succede attorno a una tavola condivisa?
Si ricrea una fraternità che molte persone oggi non riescono più a vivere. In qualche modo, si ricostruisce una famiglia. Uno dei momenti più importanti dell’anno per noi è il pranzo di Natale con i poveri, che consideriamo amici durante tutto l’anno. Non avviene solo a Roma, ma in tutto il mondo: più di 250 mila persone siedono a tavola insieme in quella giornata. La cosa importante è che non si tratta di pasti serviti come in una mensa o in un self-service. Ci si siede insieme, si mangia insieme a persone che conosciamo bene e che fanno parte della nostra famiglia. Questo è essenziale, perché vivere accanto ai poveri non significa semplicemente assisterli, ma costruire una nuova famiglia senza frontiere: non solo oltre le differenze etniche o culturali, ma anche oltre la distanza tra ricchi e poveri. Quando Benedetto XVI venne alla mensa dei poveri di Sant’Egidio a Trastevere disse una cosa molto bella: che a un certo punto non si capisce più chi serve e chi è servito, perché si appartiene alla stessa famiglia.
In molte tradizioni religiose, il pane è simbolo di fraternità e pace. Questo aspetto spirituale continua a essere importante nel lavoro coi poveri oppure oggi prevale una logica più filantropica?
L’esperienza concreta di Sant’Egidio è quella dell’accoglienza senza distinzioni. Chi entra in una nostra mensa sa di essere accolto: italiano o straniero, cristiano o musulmano. Attorno al pane accade proprio questo. Ed è qualcosa che le persone sentono molto, perché chi vive per strada o fatica ad arrivare a fine mese spesso non si sente accolto, capito o accompagnato da nessuno. Invece questo accompagnamento è fondamentale. È anche il cuore della nostra vocazione, che Papa Francesco ha definito la spiritualità delle “tre P”: preghiera, poveri e pace. E tutto questo, attorno a una tavola condivisa, diventa ancora più significativo.
Negli ultimi anni, avete visto cambiare il profilo delle persone che chiedono aiuto?
Sicuramente sì. Una delle fragilità più evidenti oggi è la solitudine. Molte persone non sono soltanto povere: sono anche sole. Pensiamo agli anziani che non riescono più a vivere nella propria casa non perché debbano necessariamente entrare in un istituto, ma perché non hanno nessuno che li aiuti a restare lì. Abbiamo visto crescere anche le difficoltà delle famiglie, soprattutto durante e dopo la pandemia, quando molte persone hanno perso il lavoro e hanno iniziato a rivolgersi ai nostri centri di distribuzione degli aiuti, le cosiddette Case dell’Amicizia. La crescita della povertà assoluta richiede risposte concrete e noi cerchiamo di darle ogni giorno.
Cosa può fare un singolo cittadino? E cosa invece dovrebbe fare la politica?
Un singolo cittadino può anzitutto accorgersi. Spesso viviamo distratti, abituati a vedere persone che dormono per strada o chiedono l’elemosina senza fermarci davvero a guardarle. Bisogna fermarsi, capire come aiutare queste persone, segnalarle alle realtà che se ne occupano. Noi, per esempio, pubblichiamo ogni anno una guida con tutti i luoghi dove è possibile mangiare, lavarsi, vestirsi e ricevere aiuto. È utile sia per chi vive in strada sia per chi vuole dare una mano. A livello internazionale, invece, credo sia importante anche rileggere la nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, quando parla della necessità di investire meno nelle armi e di prestare più attenzione alle emergenze umanitarie. Le guerre creano fame: basta pensare al Sudan. E se l’intelligenza artificiale aiutasse davvero a risolvere il problema della fame, sarebbe una grande cosa. Oggi, invece, manca spesso sensibilità politica internazionale su questi temi, fatta eccezione per alcune grandi organizzazioni legate all’ONU, come la FAO. In un mondo in cui il multilateralismo si indebolisce, bisognerebbe invece rafforzare le organizzazioni internazionali. Purtroppo, si investe troppo nella guerra e troppo poco nelle persone più fragili.
In un tempo in cui il cibo è spesso consumato velocemente o trasformato in spettacolo, cosa ci insegna il gesto semplice del mangiare insieme?
Mangiare insieme esprime una dimensione di famiglia e di comunità. Oggi viviamo in una società segnata dalla solitudine, e proprio per questo il condividere la tavola diventa fondamentale. Insegna anche che non ci si salva da soli. Durante la pandemia, Papa Francesco diceva: “Siamo sulla stessa barca”. Potremmo dire anche che siamo alla stessa tavola. Guardarsi negli occhi mentre si mangia insieme rende poi più facile aiutarsi davvero e vivere una fraternità concreta.
Quanto la fame nel mondo è frutto delle scelte umane e quanto invece è un fenomeno strutturale?
Io credo che sia soprattutto frutto delle scelte umane. Se il creato ci è stato affidato, allora la fame non può essere considerata un destino inevitabile. Anche quando certi processi sembrano involontari, dietro c’è sempre una responsabilità umana. Non credo esista un determinismo che porta alla fame, è sempre e comunque una scelta dell’uomo. Su questo non ho dubbi.