di Raffaele Buscemi
Le parole contano (e gli algoritmi le contano)
Il linguaggio è sempre stato uno strumento di potere. Ma oggi, per la prima volta nella storia, non è solo usato dagli umani: è filtrato, classificato, ordinato da sistemi automatici che decidono cosa fare emergere e cosa fare scomparire. Le parole non vengono più solo ascoltate, ma “lette” da algoritmi invisibili che misurano costantemente la nostra attenzione, prevedono il nostro comportamento, e ci riconsegnano il mondo in forma filtrata e organizzata secondo quelli che pensano siano i nostri gusti. Sui social network, ogni parola è una moneta. Ogni post, commento, hashtag viene valutato per il suo “potenziale di engagement”, ossia per quanto farà reagire gli altri. La visibilità di un contenuto non dipende dalla sua verità, dalla sua complessità o dal suo valore etico, ma da quanto funziona nella logica della piattaforma. E quella logica è scritta in codice, non in Costituzione. Se ci pensate bene è la logica del consenso politico: la diffusione del contenuto è slegata dal suo ancoraggio alla verità fattuale ma si diffonde per quantità di consenso. Questo fenomeno può essere automatico o indirizzato dall’essere umano. Facciamo un esempio: durante le proteste del 2020, i contenuti con l’hashtag #BlackLivesMatter venivano alternativamente promossi o penalizzati su piattaforme come TikTok e Facebook, a seconda dell’algoritmo del momento. Alcuni utenti denunciavano uno “shadow ban” su video legati a proteste pacifiche, mentre altri contenuti più provocatori o violenti ricevevano ampia visibilità. Il messaggio era lo stesso, ma la grammatica algoritmica cambiava la sua risonanza. La conseguenza? Il potere oggi non risiede tanto in chi parla, ma in chi decide cosa vale la pena ascoltare. Era in parte così con i media tradizionali, il gatekeeping informativo e l’agenda setting ma le persone e le realtà che avevano accesso a questo potere erano infinitamente frazionate e fra di loro. Oggi parliamo di meno di 10 realtà globali.
Algoritmi e interessi: potere invisibile, effetti visibili
L’algoritmo non è neutrale. Anche quando si presenta come oggettivo, tecnico, impersonale, riflette sempre una serie di scelte: di chi lo ha scritto, di chi lo controlla, di quali obiettivi economici o politici lo orientano. Se un tempo il potere si esercitava tramite decreti o organigrammi, oggi si esercita con linee di codice che definiscono cosa vediamo, quanto lo vediamo, e in quale ordine. E sono tutte scelte di un qualche essere umano che ha i suoi scopi primari e secondari. Il vero centro del potere contemporaneo è il feed: lo spazio personalizzato e fluido dove ogni utente riceve una versione su misura del mondo. In genere su sua misura. Ciò che vi compare, notizie, commenti, immagini, non è frutto di una libera scelta, ma il risultato di un calcolo algoritmico di massimizzazione dell’attenzione. E dove c’è attenzione, c’è valore economico. Un caso emblematico si è verificato durante le presidenziali americane del 2020.

Pagine Facebook che pubblicavano contenuti moderati, pur di qualità e ben argomentati, ottenevano visibilità irrisoria rispetto a post incendiari, spesso basati su notizie false o parziali. Gli algoritmi di Meta favorivano i contenuti che generano reazioni forti e commenti divisivi, anche se questi alimentavano polarizzazione e disinformazione. Il principio economico era semplice: più l’utente interagisce, più resta online; più resta online, più pubblicità vede. L’algoritmo, quindi, non “rappresenta” la realtà: la fabbrica. Non premia i contenuti migliori in termini etici, ma quelli più performativi in termini commerciali. Il risultato è che il discorso pubblico viene piegato, non silenzioso ma sistematicamente, alle regole opache del profitto. La democrazia della rete non è affatto una piazza aperta: è una struttura gerarchica nascosta, dove il criterio di visibilità è deciso in boardroom private, non in aule parlamentari ma neanche in redazioni giornalistiche dove l’accesso era sicuramente più plurale.
Il nuovo ecosistema linguistico
La lingua dei social non è soltanto uno stile: è un ecosistema. Un sistema di sopravvivenza, dove ogni parola è valutata, promossa o ignorata in base al suo comportamento nella giungla dell’algoritmo. Questo ha trasformato il linguaggio in qualcosa di nuovo: non più solo strumento di significato, ma strategia di visibilità. Nel nuovo ecosistema, non si parla per comunicare qualcosa, ma per essere premiati dalla piattaforma. I contenuti che funzionano sono quelli brevi, polarizzati, emotivi, facilmente riconoscibili. La lingua della complessità viene penalizzata: richiede attenzione, rallenta lo scroll, crea ambiguità. L’algoritmo preferisce messaggi netti, identitari, immediati. Un esempio lampante è la dinamica dei commenti sotto i post politici di X (ex Twitter). Gli utenti imparano presto che frasi come “vergognati”, “sei un eroe”, o “tutti uguali”, pur nel loro vuoto semantico, ricevono più visibilità di un’argomentazione articolata. I like si concentrano sulle battute più taglienti, i meme più reattivi, le frasi che generano fazioni. Il risultato? Una lingua deformata per piacere all’algoritmo più che all’interlocutore. In questo ambiente, anche l’identità linguistica cambia. Le persone tendono ad adottare toni e formule che “funzionano”, a parlare per parole chiave, a scrivere per engagement. È il trionfo di una lingua algoritmica: adattiva, predittiva, altamente conformata. Una lingua che ha perso la sua capacità di stupire, di sospendere il giudizio, di generare dubbio. Il nuovo linguaggio digitale non è né più sincero né più autentico: è più ottimizzato. E, come ogni sistema ottimizzato, tende a escludere ciò che non serve allo scopo. La parola diventa quindi funzionale alla visibilità, non alla verità.
Dall’ideologia alla performatività algoritmica
Un tempo la politica era fatta di idee, visioni, appartenenze. Il linguaggio serviva a spiegare un progetto, a coinvolgere in una narrazione collettiva. Oggi, sempre più spesso, la comunicazione politica rinuncia a questa funzione. Non si tratta più di rappresentare una linea, ma di generare effetto. Il valore di una parola non è nel suo contenuto, ma nel suo rendimento. Questo passaggio, dalla comunicazione ideologica alla comunicazione performativa, ha cambiato radicalmente il discorso pubblico. Oggi vince chi “buca lo schermo”, chi genera trend, chi attiva reazioni a catena. L’obiettivo non è convincere, ma attivare. Non spiegare, ma occupare spazio mentale e digitale. Un esempio emblematico è stato il modo in cui Donald Trump ha usato X (ex Twitter) durante la sua presidenza. I suoi tweet non spiegavano mai un piano politico articolato. Erano armi retoriche pensate per generare attenzione immediata. L’obiettivo era ottenere visibilità, dominare il ciclo delle notizie, dettare l’agenda mediatica. L’algoritmo, progettato per premiare ciò che suscita reazioni, ha amplificato ogni parola, insulto o provocazione. In questo contesto, la parola perde il suo legame con la responsabilità. Serve a far funzionare un meccanismo, non a costruire significato. Il linguaggio diventa un codice operativo: ciò che attiva click, commenti, condivisioni. Questa logica performativa si sta estendendo anche alla comunicazione istituzionale, giornalistica, accademica. Tutti, politici, attivisti, esperti, intellettuali, sono costretti a semplificare, sintetizzare, emozionare. L’algoritmo detta le regole, e chi vuole essere ascoltato deve adattarsi alla grammatica dell’effetto.
Possiamo ancora pensare controcorrente?
In un panorama dominato da logiche algoritmiche, la domanda è semplice ma urgente: possiamo ancora pensare al di fuori dell’algoritmo? Esistono spazi dove il linguaggio non sia solo funzione del rendimento, ma strumento di relazione, riflessione, libertà? Riconoscere la logica algoritmica non significa demonizzarla. Le piattaforme sono ambienti reali della nostra esistenza quotidiana, e sarebbe ingenuo pensare di poterne uscire del tutto. Ma proprio perché sono ambienti, possono (e devono) essere abitati in modo critico. La resistenza non passa necessariamente per la disconnessione, ma per l’attenzione. Un esempio significativo è quello di alcune newsletter indipendenti e podcast lenti, come Slow News o Tlon. In un contesto accelerato, questi formati propongono uno stile comunicativo controcorrente: testi lunghi, tempi distesi, linguaggi non aggressivi, attenzione alla complessità. Funzionano? Non sempre in termini numerici. Ma rappresentano isole linguistiche dove si può ancora respirare. La sfida non è “spegnere” le piattaforme, ma renderle trasparenti, decifrabili, responsabili. Serve un’educazione algoritmica, non solo digitale: saper leggere non solo i contenuti, ma le strutture che li selezionano. Comprendere che ciò che ci appare come “naturale”, ciò che ci arriva nel feed, è il prodotto di una scelta, di un interesse, di una priorità nascosta. Forse non torneremo più a un’epoca in cui il linguaggio era libero dai vincoli della tecnica. Ma possiamo ancora immaginare un futuro in cui il pensiero critico e la parola lenta abbiano cittadinanza. Dove il “io” che scrive non sia solo un nodo in una rete, ma una coscienza che sceglie cosa dire, come dirlo, anche se l’algoritmo non premia.