Intervista a David Parenzo
Giornalista, conduttore radiofonico e televisivo, David Parenzo (Padova, 1976) è una delle voci più poliedriche e graffianti del panorama mediatico italiano. Dagli esordi nella carta stampata e nelle TV locali, ha costruito una carriera fondata sull’uso dei diversi registri comunicativi. È noto al grande pubblico come co-conduttore del programma cult di Radio 24 “La Zanzara”, dove esercita un’ironia tagliente e provocatoria, e come volto di punta di LA7, dove conduce “L’Aria che tira”. Autore di diversi saggi sulla politica e sulla società italiana, Parenzo incarna la figura del giornalista multimediale contemporaneo, capace di navigare tra l’approfondimento istituzionale e la satira di costume.
di Annamaria De Paola
Se dovesse distillare il concetto di potere nel 2025, come lo definirebbe?
È ancora una forza o è diventato soprattutto una narrazione? Il potere, nella sua origine, dovrebbe essere la capacità di incidere, di cambiare le cose. Io continuo a guardarlo in una chiave ottimistica: la possibilità di trasformare la realtà.
Poi è chiaro che non sempre questa capacità viene usata per il bene, ma l’essenza resta quella. Storicamente il potere si è sempre fondato anche sulla forza, oggi però forza e narrazione sono inscindibili. Il potere senza una grande narrazione non va da nessuna parte. Prendiamo Donald Trump: è riuscito a conquistare e a mantenere consenso anche grazie a una narrazione fortissima. Le due cose vanno necessariamente insieme. Quando il potere perde il consenso e resta “nudo”, nelle democrazie cade: si cambia colore politico, si vota, si sostituisce. Ed è per questo che ciò che accade oggi negli Stati Uniti è preoccupante: penso, ad esempio, all’elenco delle testate “sgradite” pubblicato sul sito della Casa Bianca o ai deliri che Trump scrive sui social. Siamo di fronte a un cortocircuito pericoloso.
A proposito di narrazione oggi viviamo un’epoca di infodemia. Quali sono le reali ripercussioni sulla nostra capacità di comprensione?
Ormai ci sono due categorie di persone: quelle che si informano, che sono immerse in questa infodemia ma riescono a discernere, a capire, a farsi un’idea nonostante il flusso continuo; e poi ci sono quelli travolti dalle notizie, e non sempre sono notizie. Questo genera effettivamente delle storture. Un conto è navigare nelle notizie, avendo contezza delle fonti; un altro è essere travolti. La maggior parte dei cittadini a livello globale lo è, per la cosiddetta “scroll mania”. Tu scrolli e sei dentro questo flusso, ma non hai la capacità di capire fino in fondo. I giornali tradizionali, una volta, creavano un’opinione e davano una gerarchia. Oggi quella funzione è saltata. Prima stavi al bordo del fiume e vedevi passare il mondo. Oggi, invece, sei nel fiume, hai l’impressione di essere nel flusso delle notizie, ma non hai la capacità di capirle perché ne sei travolto.
In questo panorama di nuove piattaforme, qual è il potere dominante? La politica, l’economia, la finanza o la tecnologia?
Sono tutti poteri che si fondono. Le piattaforme non sono solo tecnologia: prendi Amazon, che è e-commerce, advertising, produttore di contenuti cinematografici e, tramite Jeff Bezos, proprietario del Washington Post. I grandi poteri, oggi, sono intrinsecamente multimediali.
La recente vendita di testate storiche come la Repubblica e La Stampa ci segnala la fine dell’interesse degli industriali italiani per l’editoria?
Ci racconta che le cose sono cambiate. Oggi l’unico editore veramente puro in Italia è Urbano Cairo. Non lo dico perché ci lavoro, ma perché oggettivamente lui ha interesse solo nei giornali e nella televisione; il suo core business è solo l’editoria – all’americana. La vendita di un brand come la Repubblica significa vendere un pezzo di storia delgiornalismo. Tuttavia, da liberale, penso che se un nuovo acquirente dovesse depauperare il patrimonio di quel giornale e renderlo un’entità asservita, il mercato sarà in grado di proporre una nuova Repubblica.
Siamo in un libero mercato e la vendita è legittima. È il segno dei tempi: i grandi gruppi italiani evidentemente pensano che oggi ci siano altri modi più interessanti per investire. È sconfortante per l’editoria, ma ci deve spingere a pensare che ci sarà sempre bisogno di buona informazione. E attenzione: la proprietà straniera dei media non è una novità o per forza una minaccia. The Times e The Sun sono di Murdoch, Le Monde e Libération hanno avuto azionisti internazionali.
L’Italia entra semplicemente in una dinamica globale. In Italia, la TV è ancora il medium più importante?
Direi di sì, perché c’è una popolazione molto anziana. Da questo punto di vista, la TV generalista ha una resistenza e avrà anche nei prossimi anni una vita molto più lunga che magari altrove, proprio perché gli anziani guardano più la TV tradizionale che non la pay-tv o le notizie scrollate. Non penso, però, che la TV tradizionale sia destinata a sparire: anche negli Stati Uniti, che anticipano le tendenze, esistono ancora i giornali di carta.
Lei è un giornalista multimediale, attivo tra televisione, radio e social. Come si adatta ai differenti registri?
Io li uso tutti. Il futuro del giornalismo è il multimediale. Non esiste più solo una “galassia Gutenberg”. Penso che, come suggerivano gli Esercizi di stile di Umberto Eco, ci sia un registro che devi usare per ogni medium che hai. In televisione ne userai uno, alla radio un altro, sui social un altro ancora, ma sei sempre tu – che ti adatti al medium.
I suoi programmi sono spesso luoghi di confronto acceso e di dibattito. L’ironia che utilizza – penso in particolare a La Zanzara – sono un antidoto al potere?
Penso che l’ironia sia un grandissimo strumento per mettere a nudo le contraddizioni del potere. La Zanzara ha il merito di aver desacralizzato ogni cosa. Tuttavia, c’è un limite etico che non trascendo: non ho mai messo a confronto un medico con un cialtrone. Se metti sullo stesso piano lo scienziato e il sostenitore di teorie strampalate, dai l’impressione che le loro opinioni si equivalgano, il che è falso. Questa è una responsabilità che il giornalista si deve prendere quando costruisce il dibattito.
Negli ultimi quindici anni la politica italiana – a partire dall’epopea del Movimento 5 Stelle – è stata attraversata da una forte polarizzazione, da una retorica antisistema e da un linguaggio di rottura con le istituzioni. Quella stagione ha davvero scardinato il sistema?
Io ho detto fin dal minuto uno che anche il Movimento 5 Stelle si sarebbe normalizzato. Aver portato i populisti al governo ha fatto sì che uno adesso sia andato a fare l’inviato del Golfo (Di Maio). Il potere ha vinto, nel senso che la stanza dei bottoni ha istituzionalizzato il “vaffa”. Il “Governo Conte uno” fu un momento di grande anomalia, ma anche quel passaggio è stato determinante perché alla fine si sono normalizzate queste forze che nascevano come antisistema. Le istituzioni si sono mostrate più forti dei loro distruttori. Credo ancora nella forza della democrazia, nei meccanismi di checks and balances e nei contrappesi istituzionali.
Credo nelle istituzioni intese in senso ampio: la magistratura, le forze dell’ordine, la società civile e il giornalismo. Non è tutto colpa della politica: è un sistema complesso.
La tendenza di alcuni leader a sottrarsi al confronto con la stampa è un segno di forza o di debolezza?
È un segnale di debolezza evidente. Ed è paradossale, perché riguarda spesso figure che godono di un ampio consenso. Proprio per questo il ruolo dei media tradizionali non è inseguire il potente per strappargli una dichiarazione, ma fare giornalismo: scovare le notizie, verificare i fatti, analizzare bilanci e fare inchieste. Il giornalismo americano lo dimostra chiaramente. L’assenza del protagonista non impedisce di attivare le migliori energie giornalistiche è falso. L’assenza del protagonista non impedisce di attivare le migliori energie giornalistiche.
Si dice spesso che oggi, anche grazie ai social, il rapporto tra stampa e potere sia diventato più stretto. Ma è davvero così?
La vicinanza tra giornalisti e potere c’è sempre stata. Non idealizziamo il passato.
Oggi abbiamo più informazioni, non meno compromissioni. In passato c’erano meno fonti, meno accesso e quindi anche meno possibilità di smascherare intrecci, relazioni e conflitti di interesse. Oggi tutto questo è più visibile, più tracciabile, più esposto al giudizio pubblico. Non è aumentata la prossimità ma l’esposizione, che rende ancora più centrale la responsabilità del giornalismo nel mantenere autonomia e spirito critico.
Cosa legge per capire il mondo e cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere questa carriera?
Le grandi testate americane vanno sempre sfogliate. Ma per me è fondamentale leggere le prime pagine di tutti i giornali stranieri: è il modo migliore per capire come quel pezzo di mondo vede le cose e come si racconta. Quello che mi dispiace è non saper leggere né l’arabo né il cinese, perché credo che con l’intelligenza artificiale la vera sfida sarà essere connessi anche con quella parte di mondo. Lì sì ci sarà un’altra grande rivoluzione.
Consiglierebbe a uno dei suoi figli di fare il giornalista?
Se vorranno, sì. La grande farà medicina, vuole diventare pediatra – e va benissimo così. Gli altri faranno ciò che desiderano. Il giornalismo resta un mestiere straordinario, ma bisogna sapere che cambia continuamente. Io ho fatto l’esame da professionista con la Lettera 22 [la macchina per scrivere], senza computer. Poi mi sono trovato addosso tutta la rivoluzione digitale.