di Lanfranco Caminiti – Giornalista e saggista
Kommt der Krieg ins Land / Dann gibt’s Lügen wie Sand – Arriva la guerra nel paese / dalle bugie non avremo più difese1. La citazione viene da Ferdinand van Langenhove, Comment naît un cycle de légendes. Francs-Tireurs et atrocités en Belgique, Parigi 1916, “leggenda” sulla quale Marc Bloch si sofferma nel suo Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra, pubblicato per la prima volta sulla «Revue de synthèse historique», nel 1921. Bloch era partito volontario nel 1914 e si troverà destinato al fronte di guerra come sergente del 272° reggimento di fanteria; nel 1915, dopo i primi cinque mesi della campagna militare, contrarrà una febbre tifoide che lo costringerà ad abbandonare il fronte; a Parigi, in convalescenza, deciderà di utilizzare il tempo libero «per fissare i miei ricordi prima che il tempo ne cancelli i colori»: ne verranno i suoi Souvenirs de guerre (1914–1915), Parigi, 1969.
Nelle Riflessioni, Bloch si interroga da storico sui progressi di una scienza ancora giovane che è la psicologia della testimonianza, e la critica storica metodica della testimonianza – «Non esiste buon testimone, né deposizione esatta in ogni sua parte» – non solo ha inferto un duro colpo alla storia pittoresca ma potrà ripulire l’immagine del passato dagli errori che la offuscano. Però, per lo storico l’errore non è soltanto qualcosa “da ripulire” ma anche un oggetto da studiare: «Falsi racconti hanno sollevato le folle. Le false notizie, in tutta la molteplicità delle loro forme – semplici dicerie, imposture, leggende –, hanno riempito la vita dell’umanità.

Come nascono? Da quali elementi traggono la loro sostanza? Come si propagano, amplificandosi man mano che passano di bocca in bocca o da uno scritto all’altro? Nessuna domanda più di queste merita di appassionare chiunque ami riflettere sulla storia». Così, Bloch, che considera la guerra come «un immenso esperimento di psicologia sociale di inaudita ricchezza», dalla sua esperienza sul campo di battaglia trae questo racconto: «Fra le rovine di una piccola postazione tedesca, crollata sotto le bombe, la truppa d’assalto sorprese in effetti una sentinella e la condusse nelle nostre linee. Ebbi l’occasione di interrogare quest’uomo; era un soldato già anziano, ovviamente riservista e, da civile, un borghese della vecchia città anseatica di Brema. Venne poi portato sotto buona scorta nelle retrovie e pensammo proprio che non ne avremmo mai più sentito parlare. Qualche tempo dopo, alle nostre orecchie giunse a poco a poco una storia curiosa, raccontata da artiglieri e da addetti ai rifornimenti. Dicevano pressappoco questo: “Questi tedeschi! Che organizzatori meravigliosi! Avevano spie dappertutto.
A Épine-de-Chevregny viene catturato un prigioniero; e chi troviamo? Un individuo che, in tempo di pace, si era messo a fare il commerciante a qualche chilometro da lì: a Braisne”4. Qui appare evidente la prima circostanza che fu all’origine della falsa notizia: il nome “Brême” percepito male, o meglio la sostituzione, attraverso un lavoro di interpretazione inseparabile dalla percezione stessa, nella mente di ascoltatori che ignoravano profondamente la geografia, del suono esatto – privo per essi d’ogni tipo di significato – con un suono analogo, ma pieno di senso, in quanto designava una cittadina nota a tutti». Ma la prima circostanza di un nome geografico percepito male e poi sostituito non spiega la facilità in cui la “storia” si diffondeva e amplificava.
C’è dell’altro. E Bloch scrive: «Che i tedeschi, prima della guerra, avessero avvolto il nostro paese in una rete prodigiosa di spionaggio, è qualcosa di cui nessuno di noi poteva dubitare. Questa idea poteva fondarsi su un numero sfortunatamente troppo grande di osservazioni sicure; ma le informazioni esatte erano state stranamente ingrandite e drammatizzate dalla voce popolare: durante i mesi di ago sto e di settembre del 1914, il desiderio di spiegare con cause straordinarie le nostre prime sconfitte aveva fatto echeggiare dappertutto il grido di tradimento; lentamente la credenza era divenuta una sorta di dogma che quasi non contava infedeli».
Ecco, lo storico trae la sua riflessione: «L’errore si propaga, si amplifica, vive, infine, a una sola condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In esso gli uomini esprimono inconsciamente i loro pregiudizi, gli odi, i timori, tutte le loro forti emozioni. Solo grandi stati d’animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una percezione alterata».
L’alto e il basso della falsificazione
Naturalmente, qui si va distinguendo tra ciò che è un “processo spontaneo” – potremmo dire: una costruzione dal basso – della diffusione di una falsa notizia, e quello che è invece una “produzione artefatta” potremmo dire: una costruzione dall’alto. Ancora Bloch: «La falsa notizia di stampa è certamente assai interessante: ma solo a patto che se ne riconoscano i caratteri peculiari. Di solito, essa rappresenta qualcosa di assai poco spontaneo. Talvolta può accadere che una voce diffusasi nel paese o in un determinato gruppo sociale venga riportata, in perfetta buona fede, da un giornalista; sarebbe molto ingenuo negare ai giornalisti ogni ingenuità. Ma il più delle volte la falsa notizia di stampa è semplicemente un oggetto fabbricato, è abilmente forgiata per uno scopo preciso – per agire sull’opinione pubblica, per obbedire a una parola d’ordine».
I governi, in guerra, devono rassicurare le loro opinioni pubbliche sulle importanti conquiste dei loro eserciti, sulle avanzate delle loro truppe, sulla dispersione del nemico, minimizzando sulle perdite di uomini, mezzi e terreno – e tutto questo, giorno dopo giorno, in vista della sicura vittoria finale: accade da una parte e dall’altra della linea di trincea: si chiama “propaganda di guerra” – ed è antica come la guerra; si potrebbe dire che la propaganda di guerra faccia parte dell’arte della guerra; serve a stringere intorno alla bandiera il proprio popolo e a intimorire il nemico; e la stampa, e in generale i media ne sono “i cantori”.
Ma questo, appunto, appartiene alla “fabbricazione” di false notizie – o all’enfatizzazione e alla distorsione di fatti reali – che peraltro spesso vanno a incrociare o a surrogare quel processo “spontaneo” che si coagula e dipana intorno le “leggende”, le dicerie. Ne parleremo più avanti. Quello che invece ora ci interessa di più –quello che interessava di più lo storico Bloch – è capire quel “processo di elaborazione sociale” attraverso il quale una percezione preesistente seleziona, macina, confeziona false notizie: «Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; essa solo apparentemente è fortuita o, più precisamente, tutto ciò che in essa vi è di fortuito è l’incidente iniziale, assolutamente insignificante, che fa scattare il lavoro dell’immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento.
Ad esempio, un avvenimento, una percezione inesatta che non andasse nella direzione verso cui già tendono le menti di tutti, potrebbe al massimo costituire l’origine di un errore individuale, ma non di una falsa notizia popolare e largamente diffusa. Se posso servirmi di un’espressione a cui i sociologi hanno spesso dato, a mio parere, un valore troppo metafisico, ma che è comodo e, dopo tutto, ricco di senso, la falsa notizia è lo specchio in cui “la coscienza collettiva” contempla i propri lineamenti». Eccolo, quindi, il nodo culturale e politico delle cose: il propagarsi e propalarsi di false notizie – in guerra e non solo in guerra, potremmo aggiungere – non avviene solo per l’abilità dei mentitori (che siano ministri di guerra, addetti alla propaganda, politici e giornalisti e intellettuali) e l’ingenuità degli ascoltatori che abboccano, ma accade perché c’è un humus sociale, una “coscienza collettiva” che non aspetta altro che accogliere una falsa notizia per metterla a dimora e farla fiorire e fruttificare.
Le menzogne per la guerra La menzogna per la guerra è la produzione di prove falsificate, più spesso la costruzione di una narrazione suggestiva, il cui scopo è giustificare un intervento militare: il falso “per” la guerra e non: il falso “nella” guerra.
L’esempio storicamente più ravvicinato è il lungo discorso che il 5 febbraio del 2003, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario di Stato americano Colin Powell dell’amministrazione guidata dal presidente George W. Bush fece parlando di armi batteriologiche in possesso dell’Iraq, mostrando ai rappresentanti degli altri paesi, con un gesto molto teatrale, una fiala che conteneva una polvere bianca – un cucchiaino di antrace. Quel giorno Powell parlò di laboratori mobili per la produzione di quelle armi, mostrò su un grande schermo immagini satellitari, grafici e foto che “provavano” l’esistenza di un grande programma di armi chimiche e batteriologiche che sfuggivano al controllo degli organismi internazionali. Il discorso ebbe un enorme effetto.
C’erano stati diversi attentati, subito dopo l’11 settembre, in cui delle lettere contenenti antrace erano state spedite in diversi uffici dell’amministrazione: erano morte delle persone e tante erano rimaste contagiate: la parola “antrace” suscitava una tremenda impressione. Già dopo l’11 settembre W. Bush si diceva convinto che l’Iraq – tra i “nemici dell’America” – avesse avuto un ruolo nell’attacco e due giorni prima del discorso di Powell all’ONU parlò di una “coalizione di volenterosi”. La guerra in Iraq cominciò il 20 marzo del 2003.
Nei mesi successivi si scoprì che gran parte delle informazioni e delle ricostruzioni presentate da Powell davanti ai membri del Consiglio di sicurezza erano false: non c’erano laboratori mobili né enormi arsenali di armi di distruzione di massa. In più, nell’estate del 2008, si conclusero anche le indagini sugli attentati all’antrace: l’FBI disse di aver raccolto abbastanza prove per poter dire che il colpevole era Bruce E. Ivins, un microbiologo che lavorava per il governo,che non fu mai processato perché si uccise poche settimane prima dell’annuncio.
Ma a quel punto, la fialetta di antrace agitata da Powell e in un certo senso anche la guerra in Iraq erano ormai archiviate. Un altro episodio clamoroso riguarda ancora un intervento americano di guerra. Poco prima delle 22.30 del 4 agosto del 1964, gli schermi dei radar a bordo del cacciatorpediniere della marina americana USS Mad-dox si accesero segnalando la presenza di numerose imbarcazioni. La nave si trovava nel Golfo del Tonchino, al largo della costa nordvietnamita, per una missione segreta. Pochi istanti dopo l’allarme, gli addetti al sonar confermarono che i loro strumenti avevano individuato l’eco di navi nemiche.
Il comandante diede l’ordine di aumentare la velocità e di raggiungere i posti di combattimento. Pochi minuti dopo il Maddox aprì il fuoco. La nave continuò a sparare e manovrò bruscamente per evitare i siluri che i marinai di vedetta gridavano di aver avvistato fino all’una di notte, quando l’azione venne interrotta. Il primo rapporto dell’azione fu trionfale: il comandante della nave segnalò che numerose imbarcazioni nordvietnamite avevano teso un agguato al Maddox, ma non erano riuscite a mettere a segno nemmeno un colpo. Secondo il comandante due navi nordvietnamite erano stata affondate nell’azione. Dell’incidente parlarono i giornali di tutto il mondo.
Il presidente Lyndon Johnson accusò il governo nordvietnamita di aver compiuto una vera e propria aggressione nei confronti degli Stati Uniti. Pochi giorni dopo il Senato americano approvò la prima legge che consentiva al presidente Lyndon Johnson di aumentare la presenza americana nel Vietnam del Sud, iniziando l’escalation che avrebbe portato alla guerra del Vietnam. C’era solo un problema: la notte del 4 agosto non c’era in mare nemmeno una singola nave vietnamita. Per tutta la notte il Maddox non aveva fatto altro che sparare al mare. Qualche anno dopo l’incidente cominciarono a emergere pubblicamente i dubbi su come si erano svolte le cose. La guerra del
Vietnam diveniva sempre più impopolare e lo scetticismo crebbe fino a che l’incidente non divenne uno dei casi emblematici di “incidente provocato” per causare una guerra. Una serie di documenti desecretati nel 2005 dimostrò con prove inconfutabili che il 4 agosto il Maddox sparò al vuoto ed esistono prove altrettanto solide che i primi dubbi sull’autenticità dell’incidente cominciarono ad affiorare nel corso della stessa notte del 4 agosto. Ma, naturalmente, la guerra del Vietnam, a quel punto, era quasi un lontano ricordo.
D’altra parte, basta ricordare i Pentagon Papers, una ricostruzione in 47 volumi della politica americana nel Sud Est Asiatico dalla fine del secondo conflitto mondiale alla guerra in Vietnam. Il rapporto, che aveva preso il nome dalla sede del committente, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, aveva rivelato che per decenni le autorità politiche e militari erano ricorse alla menzogna e alla dissimulazione nell’informare la popolazione americana su quanto stava avvenendo. Ancora un esempio, ma qui ritorniamo a Marc Bloch che ne parla come della trasformazione di «un errore sincero in impostura»: è la storia “dell’aereo di Norimberga”.
La dichiarazione di guerra consegnata il 3 agosto 1914 al presidente del Consiglio francese da parte dell’ambasciatore di Germania invocava, fra gli altri, il seguente pretesto: un aviatore francese avrebbe «gettato delle bombe sulla ferrovia vicino a Karlsruhe e a Norimberga». Sappiamo che molto tempo dopo la municipalità di Norimberga smentì questa assurdità. Nessuno mai penserà che il governo tedesco, avendo in mano tutti i mezzi di verifica, vi abbia mai creduto. Ma la menzogna probabilmente non nacque tutta intera nel cervello d’un uomo di Stato particolarmente creativo; possiamo pensare che ebbe come origine una falsa notizia popolare.
Non è impossibile, in effetti, che un aereo francese, nel corso d’una ricognizione pacifica, compiuta molto prima della dichiarazione di guerra, abbia, il 1° agosto 1914, sorvolato Norimberga. Scrive Bloch: «La cosa non è del tutto certa: è stata negata; si imporrebbe una piccola indagine critica. Se da essa risultasse l’esattezza del fatto, se ne potrebbe trarre una conclusione interessante. È indubbio che, se gli abitanti di Norimberga hanno visto, il 1° agosto 1914, apparire nel loro cielo un aereo francese, hanno dovuto temere fortemente che gettasse delle bombe; da qui a credere che ne abbia gettate effettivamente non c’è che un passo, certamente compiuto da menti sconvolte dalla paura di una guerra vicina. La falsa notizia è certamente arrivata alle orecchie dei governanti a Berlino, dove è dovuta sembrare poco verosimile, ma, piuttosto che verificarla, hanno preferito servirsene.
L’immaginazione è una qualità meno diffusa di quanto talvolta si creda; molti mentitori ne hanno poca, e probabilmente la menzogna consiste abbastanza spesso nel ripetere, pur sapendo che è falso, un racconto erroneo ma sincero».
Conclusioni
Interrogandosi sul “dove” potessero prendere corpo le false notizie, su quale fosse il luogo della loro “fucina”, Bloch scrive: «Un borghese di Brema si mutò in una spia proditoriamente stabilitasi a Braisne. Dove avvenne dapprima questa trasfigurazione? Non precisamente sulla linea del fuoco, ma un po’ più lontano dal nemico, nelle batterie, sui convogli, nelle cucine. È da questa “retrovia” relativa che la voce rifluì verso di noi. Era questo il cammino che seguivano quasi sempre le false notizie.
La ragione appare evidente: le false notizie nascono solo laddove possono incontrarsi uomini che provengono da gruppi diversi. Una società in sostanza a maglie molto larghe, in cui i legami fra i diversi elementi che la componevano si formavano solo raramente e in modo imperfetto, non direttamente, ma solo attraverso alcuni individui specializzati: così ci appare quella che potremmo chiamare la società delle trincee».
Penso che questa definizione – «una società in sostanza a maglie molto larghe, in cui i legami fra i diversi elementi che la compongono si formano solo raramente e in modo imperfetto, non direttamente» – è una definizione che potremmo adottare oggi per provare a descrivere i social e le relazioni di comunicazione che vi intrattengono le persone: la “chiacchiera pubblica”. Penso anche che potremmo definire i social, dopo il 24 febbraio e il 7 ottobre, ossia l’aggressione russa all’Ucraina e l’attacco di Hamas, come “le retrovie” di queste guerre. La linea del fuoco ha una sua inesorabile verità: per quante “invenzioni” possa fare la propaganda di guerra, prima o poi le avanzate e le ritirate, le conquiste e le sconfitte, i vantaggi e le perdite diventano evidenti.
Ma la terribile evidenza della guerra, il “privilegio della verità” si può avere e dare solo stando lì, sulla linea del fuoco. E se non sei un giornalista “embedded”, ossia qualcuno a cui è consentito vedere le cose solo se sei “intruppato”, cioè protetto – paghi spesso con la vita questo tuo impegno: il numero di giornalisti e fotografi che muoiono sui fronti di guerra cresce spaventosamente anno dopo anno. Perché anno dopo anno crescono le guerre, e è difficile non pensare che tutti i focolai di guerra nel mondo non siano che fronti diversi di una unica guerra in cui ci troviamo immersi, in cui il mondo si trova immerso.
Il mondo, quindi, è diventato una infinita linea del fuoco e nello stesso tempo una sterminata “retrovia”. E è qui, nella sterminata retrovia, che si combatte la guerra asimmetrica tra verità e menzogna. E la guerra tra verità e menzogna è asimmetrica perché non è un conflitto sui “fatti”, ma uno scontro tra verità e pregiudizio. Lo scarto tra errore e menzogna, tra sbagliata interpretazione di un fatto e calcolata diffusione di una menzogna, tra una “questione gnoseologica” e una “questione etica” – sta nella presenza del pregiudizio.
Come altro potremmo definire, se non un pregiudizio, l’ostinata minimizzazione, la “contestualizzazione”, la storica giustificazione, fino al negazionismo, di ciò che è accaduto il 7 ottobre? Le violenze, gli stupri, gli smembramenti, gli assassinii – tutto ciò, persino filmato, rivendicato dalle webcam di Hamas, è stato minimizzato, contestualizzato, giustificato storicamente, negato, fino a essere “rivendicato”. Qui, nelle retrovie, il 7 ottobre è diventato “un atto di liberazione”. E perché è potuto accadere questo? Perché il pregiudizio contro Israele precede il 7 ottobre. La guerra di Gaza non ha provocato l’aumento dell’antisemitismo, ha solo tolto il tappo e “messo in piazza” ciò che era già nelle pieghe e nelle piaghe della società.
Come altro potremmo definire, se non un pregiudizio, l’ostinata minimizzazione, la “contestualizzazione”, la storica giustificazione, fino al negazionismo, di ciò che è accaduto il 24 febbraio? Anzi, ancora fino al giorno prima, l’ammassamento di truppe e mezzi ai confini dell’Ucraina e le loro manovre – sul quale le intelligence britannica e americana lanciavano l’allarme – erano “interpretate” come “esercitazioni periodiche” e non c’era alcun pericolo. Poi, l’Euromaidan era stato un golpe voluto dagli americani che in piazza distribuivano dollari e dolcetti, la NATO si era allargata a est negando gli accordi di Minsk, i cani abbaiavano alle porte di Mosca, l’Ucraina faceva la guerra proxy per conto degli USA, Zelenskyi era un burattino cocainomane che veniva manovrato dai poteri forti europei, e tutto il resto dell’armamentario.
E perché è potuto accadere questo? Perché il pregiudizio contro gli USA precede il 24 febbraio. La guerra d’Ucraina non ha moltiplicato l’antiamericanismo e l’antieuropeismo, ha solo tolto il tappo e “messo in piazza” ciò che era già nelle pieghe e nelle piaghe della società. L’antisemitismo banale e l’antiamericanismo banale – la loro banalizzazione non ne attenua il male – ciò che potremmo unificare nella definizione di “antioccidentalismo banale” sono alla base dei pregiudizi con i quali nelle retrovie vengono lette e interpretate le notizie delle guerre di Ucraina e di Gaza: fino al grottesco degli eccidi e delle fosse comuni di Buča – orribilmente testimoniate da un video – di cui si è parlato, per negarle, di strane ombre, di strane angolazioni della luce, di strani movimenti dei corpi, di sicura manipolazione. Come se niente fosse. È qui, in questo humus che si incrociano e si intrecciano la propaganda di guerra, la produzione di notizie da parte di Hamas e di Putin, e la loro riproduzione sociale.
La verità è vulnerabile, è la cosa più vulnerabile che c’è: lo è sempre e in guerra lo è ancora di più. La menzogna, la fabbricazione del falso, è corazzata nella guerra. Un giorno chiesero a Clemenceau, primo ministro francese nella Grande guerra, come gli storici avrebbero raccontato gli eventi e lui rispose: «Non lo so, ma so per certo che non diranno che il Belgio ha invaso la Germania». Oggi, forse, sarebbe meno sicuro nella risposta.