di Roberto Riccardi – Generale dei Carabinieri e scrittore
Il tema di questo numero della rivista non può non appassionare chi abbia a cuore quel diritto fondamentale delle persone che è la libertà. Quel bene che come l’aria, stando a Calamandrei, percepiamo solo quando ci manca. Noi siamo ciò che diciamo: le nostre parole sono il perimetro della nostra vita. È un aspetto soggettivo, giacché ciascuno utilizza un proprio lessico individuale che esprime il suo pensiero, la sua cultura, il suo modo di essere. «I limiti del mio linguaggio», ha scritto Ludwig Wittgenstein, «costituiscono quelli del mio mondo». Ma è anche un fattore collettivo, perché i vocaboli di uso comune rappresentano i valori e le azioni di un popolo, accomunato dall’elemento linguistico, in un determinato contesto storico. Naturalmente non è così semplice: la direzione è binaria e, piuttosto che svolgere in modo neutro il proprio compito di raccontare la storia, la parola può arrogarsi la pretesa di influenzarla, condizionarla, cambiarla e non sempre in meglio. Il linguaggio modella la società, la plasma, la deforma. Prendere con la forza i beni di una famiglia significa compiere una rapina, ma con un sapiente maquillage, avendo creato a monte una percezione di quali siano i buoni e quali i cattivi, quei beni si possono arianizzare e il gioco è fatto. Violare la sovranità territoriale di un Paese è calpestare il diritto internazionale, ma ci si può inventare uno spazio vitale e, di colpo, innumerevoli mani applaudiranno quella violazione. Il termine genocidio è stato coniato da Raphael Lemkin dopo la Shoah. Stando invece ai gerarchi della Conferenza di Wannsee, lo sterminio di milioni di persone non era che la soluzione finale di uno sgradevole e annoso problema. In casi estremi, ciò che gli umani fanno ai loro simili può addirittura trascendere la loro capacità di espressione, configurando il grado più basso della civiltà. Riguardo ai Lager nazisti ce lo ha spiegato bene un testimone d’eccezione come Primo Levi: «Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua mancava di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: eravamo arrivati al fondo».
Un semplice ragionamento ci ha guidati fino al nodo della questione, il rapporto fra il linguaggio e il potere. Il punto è lì, nel come chi ha la facoltà di agire per tutti e su tutti esercita e giustifica le proprie azioni. Perfino la dittatura più feroce ha bisogno di leggi che indirizzino i suoi esponenti nei comportamenti e nelle procedure. Un aspetto della questione che deve starci a cuore è l’attività giudiziaria. Il corpus più importante, quanto alla facoltà di privare un individuo della libertà personale, della vita stessa laddove fra le pene sia prevista la morte, è il codice penale. All’interno di questo pacchetto di norme, che a metterlo su carta si riassume nella dimensione di un libro, un’importanza straordinaria è assunta proprio dalle parole. Esse rispecchiano la forma di governo in carica e, a seconda delle esigenze del manovratore, spiegano o capovolgono il senso delle cose. In caso di democrazia – e qualcuna in giro per fortuna c’è – raccontano l’evoluzione giuridica di un Paese in rapporto alla morale corrente e al modificarsi dei fenomeni criminali. Veniamo a noi e facciamo qualche esempio. Ci ricordiamo l’attenuante della causa d’onore, invocata per il delitto commesso a seguito di un adulterio? Non è preistoria, è stata in vigore sino al 1981. Prevedeva una pena irrisoria, da tre a sette anni, per chi avesse cagionato la morte del coniuge (il genere è neutro), della figlia o della sorella (e qui diventa femminile), nell’atto di scoprirne «la illegittima relazione carnale». In pratica meno di mezzo secolo fa, nella nostra amata Italia, si poteva accostare la parola onore al termine omicidio e farne discendere rilevanti conseguenze giuridiche. All’ombra della prima si attenuava la portata del secondo. Potere del linguaggio, appunto, purché espressione di un sentire diffuso. Spostandoci nel tempo, nasce nel 2009 la fattispecie penale degli atti persecutori, più nota con il vocabolo inglese stalking, derivante dal verbo to stalk, che letteralmente traduce il fare la posta a una preda. Il fenomeno preesisteva, ma solo quando ne abbiamo assunto piena coscienza è diventato una figura di reato precisa, con previsioni normative più ficcanti. Prima di allora una persecuzione era spesso derubricata alla stregua delle molestie, una contravvenzione generalmente punibile a querela.
Ancora, sul tema degli abusi contro le donne: per violenza sessuale, fino al 1996, si intendeva solo la congiunzione carnale. Gli altri tipi di aggressione erano definiti atti di libidine violenti, determinandosi così una graduatoria fra comportamenti lesivi di una libertà, e una sfera personale, di per sé inviolabili. Un tema giuridico interessante, che ha una relazione molto stretta con il linguaggio, è quello delle cosiddette scriminanti. Giustifica una condotta, cancellando la sua natura delittuosa, l’aver agito in stato di necessità o adempimento di un dovere, per forza maggiore o legittima difesa. I termini passati in rassegna, in un’accezione per così dire colloquiale, appaiono tutti molto chiari. La loro valutazione in un processo penale è ben più complessa, dovendosi stabilire fino a che punto sia corretto difendersi, o quando scatti una necessità di tale portata da legittimare atti e conseguenze rilevanti. Restando nell’alveo della nostra Costituzione, la decisione finale spetta ai giudici, e qui dal campo del linguaggio la nostra racchetta immaginaria lancia la palla in quello del secondo elemento in trattazione. In democrazia il potere giudiziario dev’essere distinto dall’esecutivo e dal legislativo. È una conquista faticosa, a cui siamo giunti dopo un secolare percorso filosofico, che passa per Locke e Montesquieu. È stata una battaglia lunga quanto la sua vita per un piccolo uomo, sconosciuto ai più, che si chiamava Salvatore Ottolenghi. Con la sua biografia ho avuto l’onore di aprire la collana Vite di Rut patrocinata dalla omonima Fondazione e pubblicata dalla casa editrice Giuntina di Firenze. In estrema sintesi si tratta dell’uomo che ha portato la prova tecnica nei processi in Italia, rendendo la giustizia più giusta e la verità più oggettiva. Stabilendo un diverso rapporto fra il potere e la parola, di cui è composta qualunque sentenza di assoluzione o condanna. Nel 1902 egli ha aperto presso il carcere romano di Regina Coeli la prima Scuola di Polizia Scientifica al mondo. Ha introdotto le impronte digitali, il cartellino segnaletico, la fotografia giudiziaria, le scienze criminologiche per lo studio della psiche. Allievo e poi assistente universitario di Cesare Lombroso, ha puntato il faro sulle cause dei delitti, studiando da vicino i loro attori grazie alla felice intuizione di svolgere la formazione dei futuri investigatori all’interno di un istituto penitenziario. Ha riscosso un clamoroso successo internazionale nel primo Congresso mondiale delle forze dell’ordine, svoltosi a New York nel 1925, quando è stato elogiato in quel consesso planetario dal direttore del locale Dipartimento di polizia Richard Edward Enright. Dopo che Ottolenghi aveva presentato il suo modello formativo, e alcuni eclatanti casi risolti grazie all’apporto del metodo scientifico, il funzionario statunitense ha affermato che, se l’America voleva proseguire sulla via del progresso, doveva seguire l’esempio dell’Italia. L’uomo di cui ci stiamo occupando era mosso dall’orrore per quanto aveva visto nel suo tempo. In Inghilterra alla fine dell’Ottocento Oscar Wilde era stato in prigione per fatti legati all’omosessualità. Nel 1901 l’anarchico Gaetano Bresci, omicida del re Umberto I, era morto in carcere per le percosse dei secondini. In Francia un terribile errore giudiziario aveva riguardato l’ufficiale ebreo Alfred Dreyfus. Condannato innocente per spionaggio in favore della Prussia, lo avevano degradato di fronte al suo reparto e spedito dall’altra parte del mondo, nella colonia penale dell’isola del Diavolo, al largo della Guyana francese. Poiché le carte consegnate al nemico non recavano la sua grafia, il perito dell’accusa aveva sostenuto davanti alla Corte la singolare tesi che egli si fosse auto-falsificato. Salvo scoprire, ahimè a distanza di anni, che il colpevole era un altro e aveva una scrittura identica a quella del bordereau incriminato. La lunga dissertazione dell’esperto, ricca di termini tecnici altisonanti, aveva stravolto la morale e il buonsenso, di fatto piegando il linguaggio alla volontà del potere. Da quando siamo sulla terra, non c’è un antidoto che valga contro il male. Possiamo però vigilare, iniziando dal presidio di ciò che più ci definisce: la comunicazione. Con le parole si fanno cose meravigliose come dichiarare il proprio amore, costruire un legame di amicizia, aiutare il prossimo nei momenti di difficoltà. Usarle per mistificare, prevaricare, conquistare e conservare il dominio sugli altri, è gettare nel fango un dono prezioso.