di Sergio Pasanisi – Architetto
Il “caso Milano”: potere e geopolitica del dispositivo
Le recenti vicende giudiziarie sull’urbanistica milanese — che hanno coinvolto, oltre agli indagati, ben 4.500 nuclei familiari acquirenti di altrettanti immobili in corso di costruzione — offrono l’occasione per una riflessione che, partendo da un caso specifico, permette di iniziare a ragionare sulla struttura del potere nel governo del territorio del nostro Paese. Queste famiglie, riunitesi nel “Comitato Famiglie Sospese – Vite in attesa”, rappresentano i cittadini che hanno già sottoscritto contratti preliminari di acquisto o iniziato a onorare i mutui per appartamenti situati in cantieri attualmente sequestrati o bloccati dalle indagini. Il comitato è composto principalmente da giovani coppie e lavoratori che hanno investito i propri risparmi in progetti della cosiddetta rigenerazione urbana e che, ormai da almeno due anni, si trovano in un “limbo” giuridico ed economico: da un lato hanno l’obbligo di onorare i mutui già accesi, dall’altro non hanno una data certa per la consegna della casa, né la certezza che il fabbricato venga mai completato o considerato legittimo. Per queste ragioni, negli ultimi mesi (tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026), il Comitato ha intensificato le proteste, scrivendo anche al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedere una soluzione normativa che tuteli i terzi acquirenti in buona fede. La dimensione complessiva del fenomeno, oltre al numero delle famiglie direttamente colpite, è molto ampia se si calcola l’impatto potenziale dell’inchiesta, che riguarda circa 150 progetti edilizi. L’inchiesta giudiziaria si è sviluppata su una struttura “a strati”:
- Primo strato (amministrativo/procedurale): contestazioni sui presunti illeciti amministrativi e urbanistici, incentrate su aspetti procedurali e avvalorate anche da una recente sentenza del Consiglio di Stato.
- Secondo strato (penale): risvolti penali, sebbene indeboliti da pronunce della Cassazione, focalizzati sull’“induzione a dare o promettere utilità” tra costruttori, professionisti e membri della Commissione Paesaggio.
- Terzo strato (politico/governamentale): l’interpretazione del fenomeno come una “ulteriore conferma della degenerazione della gestione urbanistica dell’amministrazione comunale di Milano”, legata a “programmi e interventi di un’imponente e incontrollata espansione edilizia della città”.
Queste considerazioni denotano come l’azione della magistratura inquirente, specie nel suo terzo strato interpretativo, si configuri come l’esito giurisdizionale della “governamentalità” del territorio. Il governo del territorio non è un semplice problema amministrativo di divisione delle competenze, ma una sofisticata espressione della governamentalità: l’insieme di tecniche, procedure e saperi volti a gestire la popolazione attraverso la regolazione del suo ambiente e del suo spazio. Da qui si potrebbe interpretare il governo del territorio italiano come una sorta di infrastruttura materiale del Dispositivo, per come Michel Foucault lo intende: una rete che connette discorsi, istituzioni, leggi, enunciati scientifici e misure amministrative, volta a disciplinare e ottimizzare le condizioni di vita della popolazione. La transizione foucaultiana: dal territorio alla popolazione
Michel Foucault distingue tre principali meccanismi di potere in relazione allo spazio i quali, se gerarchizzati all’interno della struttura del governo del territorio contemporaneo (v. Tabella allegata), risultano articolati in relazione alla distribuzione dei poteri secondo i principi costituzionali della sussidiarietà, disegnando una sorta di mosaico: una rete di potere multilivello. Ma, contrariamente a quanto afferma Foucault, nel governo del territorio italiano non è tanto la logica della sicurezza (ambientale, sanitaria, ecc.) il fattore dominante, bensì quella del controllo della trasformabilità a discapito di quello che il diritto romano chiama ius aedificandi (il diritto a costruire): la pianificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica non si limita a vietare (Sovranità), né a normalizzare i corpi (Disciplina), ma cerca di prevedere e gestire statisticamente i fenomeni vitali (salute, rischio sismico, qualità dell’aria, consumo di suolo). Lo spazio è il medium biopolitico attraverso cui si esercita questo controllo. Come dice Foucault (Sicurezza, territorio, popolazione): “Non si tratta di imporre una legge, bensì di far giocare delle probabilità, di compensare gli effetti e di assicurarne la regolazione”. Questa stratificazione rafforza la struttura del potere statale nelle varie articolazioni disciplinari, subordina e orienta il potere di pianificazione comunale, trasformando lo ius aedificandi da diritto soggettivo del proprietario a funzione regolatoria a favore dell’interesse collettivo biopolitico.
La tutela ambientale: l’unitarietà del rischio e il sapere tecnico
Lo Stato mantiene la competenza esclusiva sulla “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema” (Art. 117, comma 2, lett. s della Costituzione), una scelta che esprime la logica della Sicurezza contro i rischi unitari (dissesto idrogeologico, inquinamento, ecc.). Di conseguenza, si “attrezza” con specifici strumenti di controllo (Biopolitica), tra i quali assumono particolare rilevanza la Valutazione Ambientale Strategica (VAS) e la Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA), le manifestazioni più chiare del potere di sicurezza. Non si tratta di “semplici” autorizzazioni, ma di processi di analisi e previsione dei fenomeni negativi. Esse impongono modifiche, mitigazioni e compensazioni, regolando il progetto affinché sia inserito in un campo di effetti accettabili sulla popolazione e sull’ecosistema, garantendo una sorta di Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) ambientali. In questo quadro assume grande rilevanza il ruolo dei saperi: enti tecnici come le ARPA (Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente), per esempio, fungono da “saperi” esperti: il potere della Sicurezza si legittima e si attua attraverso il calcolo statistico e la produzione di dati scientifici.
La tutela del paesaggio: la disciplina culturale ed estetica
La tutela del Paesaggio, anch’essa competenza esclusiva statale (Art. 9 della Costituzione e D.Lgs. 42/2004), introduce una dimensione di disciplina culturale ed estetica sul territorio e sullo spazio, individuando la “soluzione” della Copianificazione dinanzi all’assenza di gerarchia tra Stato e Regione (la c.d. legislazione concorrente): il Piano Paesaggistico Regionale (PPR) deve essere elaborato in copianificazione tra Regioni e Stato, rappresentato dal detentore del potere culturale, il Ministero della Cultura (MiC). Questo potere statale interviene in modo preventivo e cogente, assicurando che l’interesse “unitario” della Nazione prevalga sull’interesse regionale o locale allo sviluppo edilizio. Da ciò deriva il potere di veto da parte delle Soprintendenze, ovvero una vera e propria Disciplina estetica. L’istituto dell’Autorizzazione paesaggistica (parere vincolante delle Soprintendenze) è un potere di veto che subordina la volontà pianificatoria e amministrativa del Comune ancor prima che quella del cittadino. Un potere che, malgrado non incida direttamente sullo ius aedificandi, di fatto, disciplinando l’estetica del territorio, le sue forme, i materiali e le altezze, non solo forgia l’aspetto fisico dello spazio in base a criteri estetici e storici prestabiliti, ma limita il diritto del singolo. È l’esempio più chiaro di come il potere centrale eserciti una disciplina non sui corpi individuali, ma sullo spazio circostante che li contiene.

L’apparato di governo: la stratificazione del potere
Il governo del territorio è un apparato (dispositivo) in cui diversi piani e poteri interagiscono per regolare il campo d’azione. Il risultato è un controllo pervasivo che agisce su due assi:
- Verticale (Gerarchia): il potere di tutela statale (Ambiente, Paesaggio) si impone gerarchicamente sul potere di pianificazione regionale, che a sua volta indirizza il potere di attuazione comunale. La possibilità di trasformare è sempre vincolata dal livello superiore.
- Orizzontale (Interdisciplinarietà e Diffusione): la decisione urbanistica comunale non è mai pura, ma deve integrare e conciliare i saperi e le regole ambientali, paesaggistiche, idrogeologiche e sismiche. Ciò diffonde il potere: il tecnico comunale, la Soprintendenza, le ARPA, i progettisti privati sono tutti parte della rete che esercita il potere attraverso la costante produzione e applicazione di norme e saperi specialistici.
In definitiva, il governo del territorio italiano è l’infrastruttura materiale di quella che Foucault definisce Biopolitica. Politiche come il controllo del consumo di suolo, la zonizzazione delle aree a rischio e la riqualificazione energetica hanno come fine ultimo non il semplice ordine amministrativo, ma il controllo e l’ottimizzazione delle condizioni di vita della popolazione (benessere, sicurezza, salute). Per dirla alla Foucault: “Non è un potere che si esercita solo con le armi o con la legge, ma con la gestione di ciò che fa vivere”. Il territorio è il campo di intervento necessario per “governare le cose” (le risorse, i rischi, i flussi) affinché la vita all’interno di quello spazio si svolga in modo ordinato e prevedibile.
Compressione dei diritti individuali: sorveglianza e punizione spaziale
L’infrastruttura materiale della Biopolitica, pur legittimata dalla tutela del bene collettivo, produce inevitabilmente una limitazione significativa delle libertà e dei diritti fondamentali degli individui. La sorveglianza e la punizione nel governo del territorio assumono forme prevalentemente amministrative e spaziali, dove il Diritto di Proprietà (Art. 42 Cost.) e lo Ius aedificandi vengono talvolta compressi, se non sacrificati. Ogni vincolo (paesaggistico, idrogeologico, archeologico) nega al proprietario la piena disponibilità del suo bene. L’individuo è trasformato nel custode sorvegliato di un interesse collettivo, vedendo drasticamente ridotto il suo diritto di modificare l’immobile. Un esempio di Disciplina estetica in zona vincolata è la scelta del colore della facciata o dell’altezza di un fabbricato, sottratte all’autonomia privata e subordinate all’approvazione esterna della Soprintendenza. Ma il potere manifesta ancor più forza nell’opera sanzionatoria, amministrativa e penale, legata all’uso illecito dello spazio (abusivismo edilizio), generando talvolta uno stridente conflitto con altri diritti, come il diritto alla casa (Art. 47 Cost. e giurisprudenza della Corte Costituzionale). Tale conflitto ha determinato una controversa giurisprudenza, come nel caso del quartiere romano di via Carcaricola, dove la demolizione non punisce solo l’atto illecito, ma distrugge il “sostegno materiale” della vita degli occupanti, incidendo sulla stabilità economica e psicologica e vanificando ogni prospettiva di reinserimento sociale (de-socializzazione della pena).
Il ruolo dei saperi nell’esercizio del potere
Il potere nel governo del territorio è dominato dal sapere tecnico (geologi, ingegneri, esperti ambientali, storici dell’arte, urbanisti) che funge da fonte di verità e legittimazione. Come ci ha insegnato Foucault: “Il potere non è solo ciò che vieta, ma anche ciò che produce il vero” (Microfisica del potere). Le decisioni che determinano il destino di un’area — dai pareri della Soprintendenza alle determinazioni di VIA/VAS — non vengono presentate come scelte politiche, ma come esiti ineluttabili di complessi calcoli e standard scientifici. Questa tecnocrazia funge da barriera epistemica: trasformando la scelta amministrativa in un enunciato tecnico, il potere si sottrae alla critica profana. Il “sapere esperto” diventa così una forma di veridizione che chiude il dibattito pubblico dietro lo schermo dell’oggettività scientifica. Tuttavia, misurazioni e standard di rischio sono intrinsecamente politici: decidere quale soglia di inquinamento o di rischio idrogeologico sia “tollerabile” significa operare una selezione biopolitica, decidendo quali parti della popolazione possono abitare il territorio, in che modo e a quale costo.
Conclusioni: la dialettica tra sicurezza e libertà
Il Governo del Territorio italiano si rivela un Dispositivo Biopolitico altamente sofisticato. La sua rete di poteri e saperi lavora incessantemente per imporre una sorveglianza pervasiva e una disciplina spaziale, il cui fine è l’ottimizzazione e la sicurezza delle condizioni di vita della popolazione. Questo sistema, tuttavia, non è privo di costi:• Il sacrificio dell’Individuo: la ricerca di sicurezza collettiva impone una limitazione costante delle prerogative individuali (proprietà, iniziativa economica e diritto alla casa).
- L’ambiguità della punizione: gli strumenti di prevenzione e ripristino hanno spesso effetti punitivi e de-socializzanti, sollevando interrogativi sulla proporzionalità del sistema.
- Il dominio del sapere: la tecnocrazia legittima il potere e crea una barriera all’accesso alla giustizia per il cittadino comune.
In definitiva, la governamentalità dello spazio in Italia è la dialettica inesauribile tra la logica della sicurezza e la libertà dell’individuo, le cui prerogative materiali sono costantemente negoziate e subordinate alle esigenze dell’ordine biopolitico. Il compito della riflessione critica è illuminare questa tensione, per evitarne la degenerazione in un potere tecnocratico che dimentichi l’umanità dei problemi attraverso costrizioni eccessive della libertà d’iniziativa dei singoli.