di Marina Rigolizzo
Potere: una parola che, istintivamente, percepisco come qualcosa di negativo, di sottomissione, di predominio e, comunque, di qualsiasi forma di controllo e sopraffazione. Così ho voluto chiedere un po’ in giro e, alla domanda: “rispondi senza troppo ragionare, cosa per te rappresenta la parola potere”, tutti, soprattutto i giovani, hanno attribuito a questo termine un significato dispregiativo. Questa percezione di inquietudine nei confronti del “potere” si nutre, molto probabilmente, dell’atmosfera nella quale stiamo vivendo. La crescente affermazione di autoritarismi, alcuni evidenti, altri più subdoli e latenti, e di governi che limitano la libertà di stampa, manipolano la verità o reprimono il dissenso sotto il velo della sicurezza nazionale o della tradizione culturale, rappresenta un segnale allarmante.
La paura del potere, allora, non è solo emotiva: è anche una risposta razionale a un mondo in cui le strutture democratiche stanno cedendo sotto il peso di interessi personalistici, e in cui i nazionalismi e le tecnologie vengono usate per sorvegliare invece che per emancipare. In questo scenario, la paura del potere diventa anche una richiesta urgente: quella di un potere diverso, “una forza esistenziale, inevitabile e creativa, né buona né cattiva”, (F. Nietzsche). È una richiesta di un potere più trasparente, partecipato, UMANO.

Nei mesi scorsi le piazze si sono riempite di ragazze e di ragazzi, di bambini, di anziani. Solo a Roma, il 4 ottobre, 1 milione di persone (secondo gli organismi di controllo; le fonti del potere parlano di 350.000) appartenenti a tutte le categorie e classi sociali, ha sfilato dal quartiere Piramide fino a San Giovanni, unite da una comune richiesta di Pace, di Umanità, di Rispetto dei diritti; una moltitudine che chiede una “riconversione” del potere verso questi valori che, se abbandonati, rischiano di far perdere alla vita la sua dignità.
E per vita intendo l’esperienza terrena di miglioramento, di evoluzione, di superamento delle barbarie e delle guerre; di una vita che emancipa, libera, eleva le anime verso qualcosa che sia degno e bello. Queste numerose manifestazioni, in molte città del mondo, sono state un richiamo profondo alla necessità di dare alla vita un senso pienamente umano, di far emergere il meglio dell’essere umano attraverso la coscienza, la responsabilità e la capacità di creare legami autentici. Molte, moltissime persone hanno dimostrato di voler scegliere consapevolmente, di non voler rimanere prigioniere del potere e non lasciarsi schiacciare da esso. Queste folle hanno espresso chiaramente il loro disagio nei confronti “dei Poteri”. In modo spontaneo, ma non per questo meno efficace, anzi ancora più bello e commovente, la loro presenza, i loro cori e i loro striscioni hanno mostrato che “evolvere” significa imparare a trasformare la distruttività in costruzione, la paura in comprensione, il conflitto in dialogo, l’odio in consapevolezza delle differenze.
E, di fronte a queste legittime e onorevoli richieste, come hanno risposto i Governi? Come ha risposto il nostro Governo? Il nostro “Potere”? Con quanta pochezza di contenuti, quanta meschinità, quanta violenza verbale. Ho partecipato anch’io alle manifestazioni e mi sono sentita profondamente umiliata. Mi sarei aspettata che il mio “Potere di Governo” avesse chiesto scusa, e che, allontanandosi dalla pericolosa corrente autoritaria, avesse ascoltato, in un confronto realmente democratico, la volontà di una gran parte del suo Popolo.
E non si tratta di imboccare una strada politica, ma quella della riconciliazione con la condizione umana: dare un senso, creare bellezza, lasciare un’impronta diversa. Cercare, senza alcun’altra esigenza di Palazzo, di trasformare la sopravvivenza in coscienza, il dolore in conoscenza, la storia in futuro. Non credo che i nostri governanti possano capire il senso di questo discorso, essendo principalmente impegnati a gestire il loro potere in direzioni del tutto diverse.
Sarebbe auspicabile che si ispirassero al pensiero di Antonio Gramsci (sempre ammesso che qualcuno di loro lo abbia mai letto). Nelle pagine dei Quaderni dal carcere si evince cosa lui intendesse per potere: “qualcosa che si costruisce attraverso la cultura, le idee, la partecipazione sociale, e che può essere trasformato e conteso”. Il Potere quindi non dovrebbe essere semplicemente dominio politico o coercizione ma una chiave trasformativa: il potere delle idee, della cultura, dell’organizzazione sociale per cambiare lo status quo. “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.” (L’Ordine Nuovo, numero 1, 1° maggio 1919). Gramsci vede il potere come non statico, ma come campo di conflitto. Ogni gruppo sociale può conquistare egemonia, cioè diventare classe dirigente, soprattutto con un lavoro culturale e intellettuale profondo. Propone la figura dell’intellettuale organico: non lo studioso accademico isolato, ma colui che elabora e diffonde la coscienza critica del proprio gruppo sociale, contribuendo a costruirne l’egemonia.
Per Gramsci il potere non è un male in sé, ma piuttosto una possibilità di costruire un ordine nuovo, più giusto, a condizione che sia partecipato, consapevole e fondato su valori condivisi. “Ogni uomo è filosofo”: ogni persona ha la capacità di comprendere e contribuire alla costruzione della realtà sociale. Ho ripreso un articolo tratto dal Newsletter IGSN n.9 (International Gramsci Society) “La grande innovazione di Gramsci … è l’indicazione della necessità di guadagnare il consenso prima ancora della conquista materiale del potere.” In questo testo si evidenzia che Gramsci distingue tra consenso culturale e conquista materiale, e pone il consenso come condizione preliminare dell’egemonia. L’egemonia politica deve esserci “anche prima dell’andata al Governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso (il governo) dà per esercitare l’egemonia politica.” E ancora: “Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere) … dopo … diventa dominante ma deve continuare ad essere anche ‘dirigente’.”
Durante il triennio del mio liceo ho avuto la fortuna di avere una professoressa di latino illuminata. Insegnava il latino come si può insegnare una lingua moderna, aveva abbandonato le lezioni sulle regole sintattiche e le sue spiegazioni erano prevalentemente delle “philosophiae studia”, delle “disputationes” durante le quali venivamo tutti, ma proprio tutti, coinvolti.
È una bella coincidenza essere stata chiamata a scrivere un “pezzo” sul “potere” perché ricordo molto bene quanto tempo abbiamo passato a sviscerare con lei questo argomento. Per gli antichi romani il “potere” non era solo una questione politica, ma un elemento identitario, culturale e morale. Non era visto come arbitrio ma come un dovere verso la comunità. A Roma il potere era legato alla funzione, non alla persona. Un magistrato aveva potere solo per il tempo della sua carica, e doveva esercitarlo “senza superbia” e con senso del bene pubblico (res publica). Ho trovato delle risonanze significative, anche se non identiche, tra il pensiero di Gramsci e quello di alcuni autori latini. Sebbene lui non li citi direttamente come fonti per la sua teoria dell’egemonia, sembra comunque che la tradizione classica, in particolare romana, abbia influenzato il suo pensiero politico, storico e filosofico: res publica, De legibus, De officiis, insiste sul fatto che il governo stabile e giusto nasce dal consenso dei cittadini e dal rispetto delle leggi, non dalla coercizione. “Res publica res populi est” (La repubblica è la cosa del popolo).
Il potere inteso come responsabilità morale, guidato solo dalla giustizia, dalla moderazione e dalla legittimità costituzionale. Gramsci distingue tra dominio (basato sulla forza) e direzione morale e culturale (egemonia); in modo simile, Cicerone distingue tra potestas (autorità coercitiva) e auctoritas (prestigio morale). Anche per lui la legittimità del potere deriva dalla partecipazione culturale e morale della cittadinanza. Senza moralità il potere diventa violenza. Virgilio (70 a.C.–19 a.C.), con l’Eneide, crea un testo fondativo dell’ideologia dell’Impero romano, basato sull’idea di una missione storica e culturale (pietas, mos maiorum), “Tu regere imperio populos, Romane, memento”, (Ricorda, o Romano, che il tuo compito è governare i popoli con il potere, Eneide, VI, 851). Qui il potere è giustificato culturalmente, attraverso una narrazione epica e morale. Questo è un esempio antico di quella che Gramsci chiamerebbe “egemonia culturale”: la legittimazione del potere attraverso il racconto e la pedagogia nazionale, l’uso della letteratura e della cultura per costruire il consenso intorno a un progetto politico. Anche Seneca (4 a.C.–65 d.C.), da filosofo stoico e consigliere di Nerone, parla del potere come di una responsabilità morale, legata alla saggezza e alla giustizia, non solo alla forza.
Come Gramsci, non identifica il potere con la violenza: c’è una visione del potere come capacità razionale ed etica, della legittimazione attraverso la virtù, non solo attraverso l’imposizione. Il vero potere è dominio su sé stessi, non sugli altri: “potentissimus est qui se habet in potestate.”, (È potentissimo chi ha potere su sé stesso.); il sovrano giusto deve essere clemens, cioè misericordioso; il potente è più vulnerabile perché esposto alle passioni e al giudizio degli uomini. Tacito (circa 56 d.C.–120 d.C.) nelle sue opere Annales, Historiae, Dialogus de oratoribus, esprime una visione più pessimistica del potere. Mostra come gli imperatori romani mantenessero il potere non solo con la forza, ma anche con propaganda, retorica, controllo culturale, soprattutto sotto Tiberio e Domiziano. Critica lo Stato: “Corruptissima re publica plurimae leges.” (Quando lo Stato è più corrotto, più numerose sono le leggi.) Tacito descrive forme di egemonia negativa, cioè come il potere possa funzionare manipolando il consenso; in questo senso, anticipa l’analisi gramsciana dei meccanismi culturali del dominio. Inoltre la distinzione tra autorità imposta e autorità legittimata è centrale in entrambi.
Scorrendo i testi latini ritrovo conforto! Riapro il Castiglioni Mariotti e leggo: potere, possum, potes, potui, posse. Il verbo latino posse è composto da potis (capace), ed esse (essere). Quindi il suo significato originario è “essere capace di …”, “avere l’abilità di …”, “sapere”. La parola “potere”, nella sua origine linguistica e storica, non nasce quindi con un significato dispregiativo o necessariamente legato alla sottomissione, ma piuttosto come espressione di capacità, possibilità o forza di agire. I latini esprimevano il concetto di “potere”, in diverse eccezioni, con parole più precise: autoritas, potestas, imperium, potentia, dominatus….. Sarebbe cosa grande, soprattutto in questa fase storica, se si potesse riportare la parola “potere” al suo originario significato e dare ad altri concetti i loro appropriati e corretti nomi: autorità, potestà, impero, potenza, dominio…
Ma, ahimè, nel nostro scenario contemporaneo mi riesce molto difficile rimanere ottimista e pensare al potere rifacendomi al pensiero dei miei maestri latini!
In questi ultimi giorni è stato approvato un piano di Pace in Medio Oriente, che ha temporaneamente messo fine a una “guerra”, alleviando le sofferenze di un intero popolo e portando alla restituzione di molti ostaggi tenuti prigionieri da due anni. È un evento che ha placato i cuori di tutti noi. Quando si parla di Pace non si può che gioire!
A una riflessione più profonda, però, mi sono resa conto che la strada percorsa sembra ancora una volta la stessa: la Pace di chi detiene il potere, la Pace dei Potenti. Aveva pienamente ragione Gramsci quando sosteneva che gli accordi di pace non rappresentano semplicemente la conclusione formale di un conflitto, né possono essere interpretati come momenti neutri di conciliazione fra Stati. Al contrario, essi costituiscono il risultato visibile di un più profondo rapporto di forze economico, politico e culturale che ha preso forma durante la guerra e che trova nella pace la propria legittimazione istituzionale. La pace, per Gramsci, non è che l’altra faccia della guerra: ne cristallizza gli esiti, ne stabilizza le gerarchie, ne traduce gli equilibri in norme, confini e trattati.
La pace non nasce da un ideale universale di concordia, bensì da un concreto rapporto tra forze sociali e statali. Ogni trattato è dunque, nella sua struttura, una forma di potere esercitato. Sempre secondo il suo pensiero, gli accordi di pace sono profondamente politici: sanciscono il predominio temporaneo di una parte sull’altra. Lungi dall’essere strumenti neutri di armonia, essi sono espressione della logica del potere e dell’egemonia, e vanno compresi come parte integrante del conflitto che li ha preceduti. A mio avviso solo riconoscendo questo legame organico tra pace e potere è possibile analizzare con lucidità la scena internazionale e comprendere il funzionamento dei rapporti di forza che la determinano. La mia dissertazione sul potere può concludersi con le parole di Hannah Arendt: “il potere dovrebbe corrispondere alla capacità umana non solo di agire, ma di agire insieme … dovrebbe essere cooperazione collettiva, nascere dal consenso, non dalla coercizione. Il potere è positivo solo quando si fonda sull’azione concertata di individui liberi e uguali”. E nei nostri scenari internazionali niente è più lontano dalle sue parole. Quindi, come potremmo pensare alla parola “potere” senza avvertire disagio e inquietudine?