Parole e algoritmi. Il caso Elon Musk

Il potere di accendere e spegnere Internet, tecnologia, comunicazione e concentrazione decisionale.

di Raffaele Buscemi

Un uomo, un interruttore

Gennaio 2026. In Iran esplodono nuove proteste civili in risposta all’ennesima ondata repressiva del regime. Migliaia di persone si riversano nelle piazze di Teheran. Il governo reagisce, oltre che con la solita violenza, con una mossa ormai collaudata: disconnette l’intero Paese da Internet. Un blackout digitale totale, con lo scopo di isolare i manifestanti, bloccare la circolazione di immagini (soprattutto delle migliaia di cadaveri) e impedire il coordinamento dal basso. Ma stavolta qualcosa cambia. In alcune zone del Paese, la connessione torna improvvisamente attiva: Starlink, la rete satellitare globale di proprietà di Elon Musk, entra in azione. Attivisti, ONG e alcune ambasciate riescono ad aggirare temporaneamente l’oscuramento. Non è uno Stato né un organismo internazionale a riportare la connessione, ma una singola persona. Un imprenditore con accesso diretto a una costellazione di satelliti. L’episodio, simile a quanto già accaduto in Ucraina e in Siria, riaccende un interrogativo cruciale: può un individuo, per quanto brillante e visionario, possedere un interruttore globale dell’informazione? È accettabile che uno dei bisogni fondamentali dell’uomo moderno, l’accesso a Internet, dipenda da una decisione privata? Anche perché come si dà voce la si può togliere se la causa non fa altrettanta simpatia. Questa domanda non riguarda solo Elon Musk. Riguarda il modo in cui il potere si è trasformato nell’era dell’infrastruttura digitale privata. Dove una volta erano gli Stati a controllare le reti (reti telefoniche, stradali, tramviarie etc.), oggi sono pochi tecnocrati, cinque o sei nomi: Musk, Zuckerberg, Altman, Bezos, Gates, Cook e pochi altri, a decidere chi può parlare, chi può vedere, chi può sapere. Il potere di questi uomini non è militare né giuridico. È un potere simbolico, tecnologico, comunicativo. E sta ridefinendo i confini stessi della democrazia e della sovranità.

Potere e comunicazione: un’eredità antica, una concentrazione nuova

Il legame tra potere e controllo della comunicazione non è una novità del nostro tempo. Ogni regime, ogni sistema politico, ha sempre cercato di dominare il linguaggio collettivo, di orchestrare ciò che i cittadini vedono, ascoltano, comprendono. Nell’Ottocento si controllava la stampa. Nel Novecento, la radio e la televisione divennero strumenti centrali di propaganda, basti pensare ai notiziari fascisti, alla Voce della Germania nazista, all’apparato televisivo dell’URSS. In quegli scenari, tuttavia, l’egemonia informativa era sempre associata a uno Stato, a una nazione, a un governo riconoscibile, con regole, organigrammi, responsabilità. Anche quando manipolava o imponeva, il potere era almeno situato. Inoltre servivano tante persone per tenere in piedi quelle macchine così complesse.

Oggi la situazione sembra diversa. I nuovi centri di controllo non hanno passaporto, non rispondono a elettori né a parlamenti, non si muovono in base a confini geografici ma a logiche di scala globale, soprattutto logiche di mercato. La nuova autorità è esercitata da tecnologie infrastrutturali, reti di satelliti, server farm, intelligenze artificiali, che sono proprietà privata di pochi individui. La trasformazione epocale è qui: il potere comunicativo si è spostato dallo Stato all’imprenditore, dal ministro all’ingegnere, dalla politica al codice. E non si limita più a gestire contenuti, ma plasma le condizioni di esistenza stessa del contenuto. Non decide cosa è giusto o sbagliato, ma cosa è visibile o invisibile, accessibile o sepolto. L’episodio iraniano ce lo dice con chiarezza: oggi la libertà di espressione può dipendere da un satellite, e un satellite può dipendere dal volere di un CEO. Si può spegnere un popolo con un click. Ma si può anche riaccenderlo, ed è qui che il confine tra salvatore e sovrano si fa sottile.

I nuovi sovrani: tecnocrati e oligarchie dell’algoritmo

Nel sistema attuale, non serve più essere eletti per esercitare potere globale. Basta progettare una rete, controllare un’infrastruttura o possedere la chiave di un algoritmo. Certo bisogna essere stati più bravi, non si parte monopolisti, lo si diventa. Questo potere però si concentra subito in pochissime mani, spesso non visibili, quasi mai democraticamente controllate. Elon Musk con Starlink e X, Mark Zuckerberg con Meta, Sam Altman con OpenAI, Jeff Bezos con Amazon, Sundar Pichai con Google/Alphabet. Non sono capi di Stato, ma hanno più influenza sulla vita quotidiana delle persone di molti ministri e parlamenti. Mettendo a rischio la tenuta dei sistemi democratici. Se Google e Meta decidono a tavolino che una certa informazione non deve essere raggiungibile ci sono davvero poche possibilità che questa circoli agevolmente. A differenza dei regimi del passato, questa nuova élite tecnocratica non ha bisogno di imporre una censura esplicita. Le sue logiche sono più morbide, più pervasive, più sistemiche. Nessuno ci dice che non possiamo parlare: ma l’algoritmo decide se ci ascolteranno. Un caso emblematico è quello di OpenAI e ChatGPT. Quando l’azienda ha deciso, nel 2025, di limitare la generazione di contenuti su temi politici e religiosi, la scelta non è stata frutto di un dibattito pubblico o di una decisione parlamentare. È stata presa in un consiglio direttivo privato, in base a policy aziendali. Ma ha avuto un impatto diretto su milioni di utenti nel mondo: cos’è discutibile, cosa è producibile, cosa può essere detto. Questo nuovo potere è sfuggente. Si traveste da servizio, si presenta come innovazione, si maschera da neutralità. Ma in realtà è un potere culturale profondo visto che non esistono scelte neutre.

L’infrastruttura invisibile: Starlink come nuovo potere globale

Per anni abbiamo pensato a Internet come a qualcosa di immateriale: etereo, ubiquo, universale. Ma Internet è fatto di cavi, nodi, satelliti, server. E oggi, uno degli snodi più cruciali di questa infrastruttura, la rete Starlink, con oltre 8.600 satelliti in orbita bassa, è proprietà di una sola azienda privata, SpaceX. Non un’alleanza tra Stati come per esempio il sistema GALILEO. Non di una rete internazionale. Di Elon Musk. Starlink era nato per portare connessione nelle zone rurali. Ma oggi è molto di più: è un asset strategico, al pari di oleodotti, centrali elettriche o reti ferroviarie. Nei conflitti recenti, come quello in Ucraina, è diventato un elemento militare operativo: una rete che può abilitare o disabilitare comunicazioni critiche, guidare droni, supportare operazioni sul campo. Musk stesso ha ammesso di aver limitato alcune funzionalità della rete per evitare che venisse usata in attacchi offensivi. Siamo di fronte a qualcosa di senza precedenti: mai, nella storia recente, un attore privato ha avuto il potere di influenzare scenari militari, politici e civili su scala globale. In pratica, Musk oggi può decidere se un Paese può comunicare. Se una protesta può diffondersi. Se un blackout durerà minuti o giorni. Questo non è solo un potere economico o tecnologico: è un potere geopolitico. In un mondo in cui la sovranità passa sempre più dallo spazio e dalle reti, la domanda torna con forza: può davvero un singolo individuo detenere questo tipo di controllo? Abbiamo costruito interi sistemi democratici per limitare il potere di una sola persona, e ora lo abbiamo restituito a chi controlla il software, le orbite e la banda larga.

Un potere senza mandato. E noi?

Nessuno ha votato Elon Musk, Sam Altman o Mark Zuckerberg. Nessun parlamento ha ratificato i loro poteri, nessun trattato internazionale ha definito i limiti delle loro competenze. Eppure, ogni giorno, le loro decisioni ridisegnano il nostro rapporto con la verità, la comunicazione, la possibilità stessa di esistere nello spazio pubblico. Non sono tiranni (almeno, non ancora). Non sembrano nemmeno sempre consapevoli dell’enormità del potere che esercitano. Ma il problema non sta nella malafede: sta nella sproporzione. Una sproporzione tra la scala d’impatto delle loro tecnologie e la totale assenza di strumenti pubblici per discuterle, orientarle, contenerle. In passato, la critica al potere si indirizzava contro le élite politiche o militari. Oggi deve interrogarsi su come si plasma il consenso nell’era dell’algoritmo. Come si definisce il vero, il giusto, il visibile, quando sono le reti, e non più le istituzioni, a costruire la realtà. Le soluzioni non sono semplici. Servirebbero quadri normativi sovranazionali, capacità di regolazione condivisa, alfabetizzazione critica diffusa. Ma servirebbe anche una nuova cultura della responsabilità, capace di porre la domanda fondamentale: “Chi ha il diritto di decidere cosa possiamo vedere, dire, sapere?”

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