Un percorso nella tradizione ebraica: dalla Bibbia fino al Talmud e al Midrash
di Gianfranco Di Segni – Rabbino e biologo molecolare
La prima occorrenza nella Bibbia, fra circa trecento, della parola “pane” (lèchem) si trova all’inizio della Genesi (Bereshìt), nel racconto della creazione del mondo. Dopo che Adamo ed Eva hanno peccato, disobbedendo all’ordine divino di non mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male, entrambi vengono puniti, ognuno singolarmente.
La punizione per Adamo sarà di mangiare “il pane con il sudore del volto” (Genesi 3:19)1, ossia con molta fatica, come spiega Rashì (Troyes, Francia 1040-1105), il commentatore classico della Torà (Pentateuco). Quali sono questi lavori faticosi? Ce li indica Isacco Samuele Reggio (Gorizia 1784-1855) nel suo commento alla Torà: arare, seminare, ventilare, macinare, impastare e cuocere. Reggio si basa sul Talmud che così descrive il lavoro di Adamo:
[Ben Zomà] usava dire: Quanto dovette faticare Adàm, il primo uomo, prima di poter avere del pane (pat) da mangiare! Egli dovette arare, seminare, mietere, ammucchiare, trebbiare, vagliare, separare il grano dalla pula, macinare, setacciare, impastare e cuocere, e soltanto dopo poté mangiare, mentre io mi alzo dal letto e trovo tutte queste attività predisposte davanti a me (Talmud Bavlì, Berakhòt 58a)2.
Da queste citazioni vediamo che la parola “pane” usata all’inizio della Genesi indica il pane vero e proprio, a partire dai cereali (e in particolare dal grano), e così infatti traduce anche un pupillo di Reggio, il grande ebraista Samuel David Luzzatto (Trieste 1800-Padova 1865). È pur vero che in altri passi biblici per “pane” si intende il cibo in generale, come nel versetto dov’è detto che il Signore “dà pane (lèchem) a ogni creatura animale perché è eterna la Sua bontà” (Salmi 136:25) ed “Egli dà al bestiame il suo pane, ai piccoli del corvo che gridano” (Salmi 147:9), ma è evidente che ciò è dovuto al fatto che nel mondo biblico il pane costituiva l’alimento principale e quindi dicendo “pane” si intende cibo.

Un ulteriore collegamento fra il pane e il racconto della creazione si trova in un passo del Talmud che tenta di rispondere alla domanda: qual era l’albero della conoscenza del bene e del male? C’è chi indica il fico e chi la vite. E c’è chi sostiene che fosse il grano. Perché proprio il grano, che peraltro è difficile immaginare come un albero? Perché il bambino non impara a dire “papà” e “mamma” se non dopo aver assaggiato il sapore del grano3.
Come per ogni altro cibo o bevanda che si voglia consumare, anche per il pane si recita una apposita benedizione prima di mangiarlo. Ma mentre per i frutti della terra e quelli dell’albero la benedizione è “Benedetto Tu, o Signore, Dio nostro, Re del Mondo che crei il frutto della terra” oppure “dell’albero”, per il pane la formula è più elaborata: “Benedetto Tu ecc. che fai uscire il pane dalla terra”. Questa benedizione si basa sul calco di un versetto dei Salmi di David (104: 14).
Le benedizioni per i cibi e le bevande (e per i profumi) si recitano per riconoscere che il mondo non è un nostro possesso, non possiamo disporne come vogliamo, bensì il mondo appartiene al Creatore, al quale noi chiediamo il permesso per poterne godere.
Per il pane, noi ringraziamo il Signore per averci donato l’intelligenza che ci permette non solo di cogliere la frutta dalla terra e dagli alberi (come fanno pure gli animali erbivori) ma anche di produrre il cibo (il pane) con tutte le lavorazioni necessarie. Ma sebbene siamo noi che produciamo il pane, in ultima analisi è “il Signore che fa uscire il pane dalla terra”.
In un Midrash (racconto o interpretazione omiletica), per certi aspetti sorprendente, si narra di un incontro fra Rabbì Aqivà (uno dei più grandi Maestri del Talmud) e un tal governatore romano chiamato Turnus Rufus (identificato con Tinneius Rufus), che spesso polemizzava con il Maestro irridendolo:
Il malvagio Turnus Rufus chiese una volta a Rabbi Aqivà: Sono migliori le opere del Creatore o quelle dell’uomo? Gli rispose il Maestro: Quelle dell’uomo. Gli replicò Turnus Rufus: Ma l’uomo sarebbe forse in grado di creare qualcosa come il cielo e la terra?
Gli disse Rabbi Aqivà: Non chiedermi riguardo a qualcosa che è sovrannaturale su cui non abbiamo potere di intervenire, chiedimi piuttosto su ciò che è a disposizione dell’uomo. Disse allora Turnus Rufus: Perché voi siete circoncisi? Il Maestro gli rispose: Sapevo che era questo il vero oggetto delle tue domande, e perciò ti ho preceduto dicendoti che le opere dell’uomo sono migliori di quelle del Creatore. A quel punto Rabbì Aqivà gli fece portare delle spighe e delle pagnotte, e gli disse: Queste sono opere del Creatore e queste altre dell’uomo, le pagnotte non sono forse migliori delle spighe? Disse allora Turnus Rufus: Se il Creatore vuole che l’uomo sia circonciso, perché il neonato non esce dal ventre di sua madre già circonciso? Rispose Rabbì Aqivà: E perché il cordone ombelicale esce ancora attaccato alla pancia del bambino e poi la madre lo taglia? E riguardo a quanto tu domandi, perché il bambino non nasce già circonciso, il motivo è che il Signore Benedetto ha dato i precetti a Israele affinché essi si purifichino, e per questo David ha detto: “La parola del Signore è pura” (Salmi 18:31; cfr. Proverbi 30:5)4.
L’ultima frase di questo Midrash, ossia che i precetti servono a raffinare l’uomo e a forgiarlo, bene si applica al pane, che è letteralmente circondato di precetti. Abbiamo già accennato alla benedizione che si recita prima di mangiarlo. Prima ancora si devono lavare le mani con relativa benedizione: non solo le si lavano per ovvi motivi igienici (l’igiene è anch’essa un precetto religioso) ma anche per essere ritualmente puri, a ricordo delle numerose regole di purità in vigore quando esisteva il Santuario di Gerusalemme. Dopo aver mangiato il pane, si recita un’altra benedizione (più esattamente, si tratta di quattro lunghe benedizioni), chiamata Birkàt ha-Mazòn (Benedizione del pasto), molto popolare nelle Comunità ebraiche italiane a partire già dall’asilo e dalle Scuole elementari, cantata coralmente con grande partecipazione. Il pane va trattato con rispetto: non deve essere gettato ai commensali ma lo si porge loro e non lo si butta nella spazzatura (se non in quantità residuali). Ci sono poi dei momenti festivi dell’anno in cui è obbligatorio consumare il pane. Nella prima sera della festa di Pèsach (Pasqua), c’è il precetto di mangiare una certa quantità di pane azzimo, ossia non lievitato, e anche nella prima sera della festa di Sukkòt (Festa delle Capanne) c’è l’obbligo di mangiare del pane sotto la sukkà (capanna). Nei pasti del Sabato e di tutte le feste devono essere presenti sulla tavola due pani, e anche di essi si mangia una certa quantità. I due pani sono chiamati challòt. Tale nome deriva dalla norma che prevede, quando si impasta la farina, di prelevare una piccola parte dell’impasto (chiamata challà, sing. di challòt) e offrirla ai kohanìm (sacerdoti), che la potevano mangiare solo in condizioni di purità (oggi la si brucia). Questo precetto è uno dei tre che sono specificamente di pertinenza delle donne, insieme all’accensione (hadlaqà) dei lumi del Sabato e al rispetto della purità del corpo dopo il ciclo mensile (niddà): su tutti e tre si recita una apposita benedizione. Le iniziali dei tre precetti formano il nome Channà, la madre del profeta Samuele dalla quale, fra l’altro, si imparano molte delle regole sulla preghiera (1 Samuele cap. 1-2).
Perché le challòt devono essere due? Questa domanda ci porta a un altro importante collegamento. Il doppio pane si impara dalla manna che scendeva dal cielo durante i quarant’anni che gli ebrei trascorsero nel deserto del Sinai dopo l’uscita dall’Egitto.
La Bibbia ne parla ripetutamente, a partire dall’Esodo. In una delle tante proteste dei figli d’Israele nei confronti di Mosè e Aron (e in ultima analisi del Signore Dio), la gente si lamenta della assenza di acqua e di cibo. Per la prima, Mosè – su istruzione divina – addolcisce una pozza d’acqua amara per mezzo di un pezzo di legno (Esodo 15:22-27).
Per la mancanza di cibo, il popolo aveva esclamato: “Fossimo pur morti per mano del Signore [cioè di morte naturale] in Egitto, assisi presso le pentole contenenti carne e dove si mangiava pane in abbondanza, e invece ci avete condotti in questo deserto per far morire di fame tutta questa gente” (Esodo 16:1-3). In risposta, “il Signore disse a Mosè: Ecco Io farò piovere per voi un nutrimento (lèchem, lett. “pane”) dal cielo, il popolo andrà a raccoglierne giorno per giorno quanto gli è necessario, in tal modo Io potrò metterlo alla prova, se egli vuole obbedire alla Mia legge o no” (Esodo 16:4).
Il racconto biblico prosegue poi con le dettagliate istruzioni che Mosè fornì al popolo ebraico riguardo alla raccolta della manna. Essa cadeva dal cielo solo durante i giorni feriali della settimana, ma non nel Sabato, durante il quale ogni attività lavorativa, inclusa la raccolta di cibo, è preclusa. È per questo motivo che il sesto giorno della settimana, il venerdì, cadeva una doppia razione di manna, affinché bastasse due giorni.
Da qui ha origine la regola per cui il Sabato e le Feste si usano due pani a ogni pasto principale. Oltre che nella Torà, si parla della manna anche nel libro dei Salmi. In un excursus storico sulle vicende del popolo d’Israele dall’uscita dall’Egitto in poi è scritto: “Il Signore diede ordini al firmamento in alto e aprì le porte del cielo, fece piovere manna su di loro perché ne mangiassero e diede loro il frumento del cielo; l’uomo mangiò il pane degli angeli, Dio mandò loro provviste a sazietà” (Salmi 78:23-25).
Ma cosa era esattamente questo “pane dal cielo”, la manna (in ebraico: man)? Che significa questo termine? Nel libro dell’Esodo così è raccontato: “Al mattino uno strato di rugiada si stendeva attorno al campo. Evaporato lo strato di rugiada, apparve sulla superficie del deserto qualcosa di minuto, di granuloso, fine come brina gelata in terra. A tal vista i figli di Israele si chiesero l’un l’altro: Che cos’è questo (man hu)? Infatti non sapevano cosa fosse.
E Mosè disse loro:
Questo è il pane che il Signore vi ha mandato per cibo” (Esodo 16:13-15). E poco più avanti, al versetto 31, così è riportato: “La casa di Israele diede a questa sostanza il nome di manna ed essa assomigliava a granelli di coriandolo bianco e aveva il sapore di una frittella cotta con il miele”. Il termine man indica quindi uno stupore riguardo alla sua natura (“Cosa è?”). Ma se la manna all’inizio calmò la fame del popolo, alla lunga sembrò inadatta alle esigenze e aspettative dei figli d’Israele. Così è narrato nel libro dei Numeri (che in ebraico è chiamato Bemidbàr, ossia “nel deserto”, perché tratta della lunga permanenza nel deserto del Sinai, durata 40 anni): “Il popolo era malcontento, si lagnava nei confronti del Signore […]. L’accozzaglia che si trovava in mezzo a loro ebbe dei desideri; tornarono quindi a piangere anche i figli d’Israele e dissero: Oh! Se ci si desse da mangiare della carne! Noi ricordiamo il pesce che mangiavamo in Egitto gratuitamente, i cocomeri, i poponi, il porro, le cipolle e gli agli. E ora noi siamo come disseccati: non v’è nulla, solo alla manna sono rivolti i nostri occhi” (Numeri 11:1-6).
Più avanti, il popolo rincarò la dose di lamentele: “Partirono dal monte Hor per la via del Mar Rosso, per girare intorno al paese di Edom, e il popolo divenne impaziente durante il viaggio. Il popolo parlò contro Dio e contro Mosè e disse: Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per morire nel deserto? Poiché non c’è pane né acqua, e noi siamo stanchi del pane leggerissimo (lèchem ha-qeloqèl)” (Numeri 21:4-5).
In realtà, le lamentele degli ebrei erano in- manna si potevano preparare cibi gustosi:
“La manna era come un seme di coriandolo, e aveva l’aspetto come quello della perla. Il popolo andava qua e là e la raccoglieva, la macinava con le macine o la pestava nel mortaio e ne faceva delle focacce il cui sapore era come quello di pasta molle oleata. Quando la rugiada di notte discendeva sull’accampamento, la manna discendeva su di essa” (Numeri 11:7-9).
Un’altra prescrizione della Torà in relazione al culto nel Tabernacolo nel deserto del Sinai e successivamente nel Santuario di Gerusalemme era la presenza del Lèchem ha-Panìm (Esodo 25:30, comunemente tradotto con “Pane di presentazione” secondo una delle interpretazioni). Si trattava di dodici pani (challòt) con una forma particolare, grosso modo come la lettera chet rovesciata, posti in due file su un tavolo d’oro, rinnovati ogni Sabato (Levitico 24:5-9). Questi pani venivano mangiati dai kohanìm in luogo sacro, in quanto cibo santissimo. Qual è il significato di questo rito? Lo stesso Mosè Maimonide, nella Guida dei Perplessi, non lo sa spiegare. E anche Isacco Luria, il rinnovatore della Qabbalà nel XVI secolo, compose un inno poetico in aramaico in onore dello Shabbat in cui ci si augura che “venga rivelato il segreto dei dodici pani”.
Racconta il Talmud: “Quando Rav Hunà si sedeva a mangiare il pane, apriva la porta di casa e diceva: Chiunque abbia bisogno di cibo, venga e mangi” (TB, Ta‘anìt 20b)5. Lo stesso diciamo da duemila anni nella Haggadà (Racconto) di Pèsach, all’inizio della cena pasquale del Sèder, la più famosa nelle fondate, giacché la Torà ci spiega che con la case d’Israele. Alzando il vassoio con i tre pani azzimi, si canta in coro: “Questo è il pane dell’afflizione che i nostri padri mangiarono in terra d’Egitto. Chi ha fame venga e mangi; chi ha bisogno venga e faccia pasqua. Quest’anno qui, l’anno venturo in terra d’Israele; quest’anno qui schiavi, l’anno venturo in terra d’Israele liberi”. Il brano è composto in aramaico (a differenza del resto della Haggadà, che è in ebraico). L’aramaico era infatti la lingua parlata a quell’epoca sia in terra d’Israele che in Babilonia: in tal modo l’invito iniziale era comprensibile a tutti, soprattutto per il volgo.
Il “pane dell’afflizione” (o anche “pane di povertà”) corrisponde all’ebraico lèchem‘òni (in aramaico: lachmà ‘anyà), espressione tratta dal libro del Deuteronomio 16:3.
Nel Talmud è riportata a nome di Shemuel, uno dei grandi Maestri, un’altra spiegazione, grazie al fatto che la parola ‘òni significa sia afflizione (o povertà) che risposta: il pane azzimo non è quindi solo un pane povero (dell’afflitto) ma anche un “pane della risposta”, su cui si possono dare tante risposte6.
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- La traduzione dei passi biblici qui e dopo segue l’edizione della Bibbia ebraica curata da Rav Dario Disegni (Giuntina, Firenze 2020), salvo lievi adattamenti.
↩︎ - Nell’edizione italiana del Progetto Traduzione Talmud Babilonese (PTTB), il passo si trova in: Berakhòt vol. 2, p. 279, Giuntina 2017. Vedi anche Isaia 28:23-29.
↩︎ - TB, Berakhòt 40a (ed. it. cit. p. 63). Vedi anche Bereshìt Rabbà, Midràsh sulla Genesi 15:7, a cura di Alfredo Ravenna, Giuntina 2024, p. 107-108, dove si dice che “le spighe erano alte come i cedri del Libano”.
↩︎ - Midràsh Tanchumà sul libro dei Numeri, Parashàt Tazria 5. Sulla vita e gli insegnamenti di Rabbi Aqivà vedi: Barry W. Holtz, Rabbi Akiva. L’uomo saggio del Talmud, Bollati Boringhieri, Torino 2018; sui suoi incontri con Turnus Rufus, vedi alle pp. 90-92 e 177-178.
↩︎ - Nell’edizione italiana del Talmud citata, curata da rav Michael Ascoli (Giuntina 2018), il brano si trova a p.197.
↩︎ - TB, Pesachìm 36a; 115b. Vedi un’ampia discussione su questo brano della Haggadà (e su tutto il resto) in Sèfer Angelo. Haggadà di Pèsach, trad., intr. e note di Roberto Bonfil, Editrice Fondazione Sally Mayer, Milano 5722/1962, pp. 18-21. ↩︎