Pace, questione di coscienza

di Elvira ZaccagninoDirettrice delle edizioni La Meridiana

C’è una idea chiara in don Tonino Bello a proposito della pace. Pace è una parola, come molte altre, affetta dalla “sindrome dei significati stravolti”. Condivide con altre parole come amore, giustizia, verità, bellezza, speranza, il loro avere accezioni diverse al punto da accomodarsi e legittimare anche azioni totalmente differenti tra loro fino a dare ragione a chiunque le usi. O meglio, chiunque le usi nell’accezione con cui le usa, pensa di avere il significato oggettivamente più giusto.

È pace quella che legittimava il para bellum degli antichi, maestri nell’arte delle guerre. È pace quella che si comincia a combattere con mezzi moderni, intelligenti, per esportare la democrazia laddove ci sono le risorse necessarie per garantire standard di vita a una porzione del mondo: la più ricca. Intuì con un acume profetico don Tonino che la prima Guerra del Golfo era la prima delle guerre moderne combattute non per contendersi confini ma beni, ricchezze, egemonie economiche. La prima: il primo tassello di quella guerra mondiale combattuta a pezzi.

Anche la Bibbia, ci ricordava don Tonino, non è immune da questo inganno in cui si cade a proposito di pace visto che è scritto: “essi scrivono pace, ma nel loro cuore tramano guerra”. Dare il significato di pace alla parola “pace”. Questo, negli scritti di don Tonino Bello, vediamo accadere. Collocare la parola nel punto esatto dove poi il discernimento permette a ciascuno di capire con chiarezza se le azioni che la inverano sono di guerra, di pace finalizzata alla guerra, di abuso per esercitare un potere sugli altri, di violazione dei diritti delle persone ma anche del creato.

Una missione per lui che ha scelto di essere apostolo di uno che disse di essere venuto al mondo per portare la pace. Un compito da esercitare sicuramente, sine glossa, soprattutto da vescovo non solo nel perimetro della Chiesa, perché il ruolo di chi è apostolo del Dio della Pace è parlare alle coscienze che indossano la veste battesimale nel mondo. Una idea che esplicitò subito: “Se io, chiamato a essere Vostro Vescovo sono stato incaricato di svegliare l’aurora che già vi dorme nel cuore… chi porterà questo annuncio di speranza agli altri, a quella porzione del popolo di Molfetta che non coincide più con il perimetro della Chiesa, a coloro che si sono allontanati da Dio, a coloro ai quali i valori cristiani non dicono più nulla?”.

Una dimensione politica della pace evangelica che ha direttrici chiare e corsie preferenziali per arrivarci. Lui le traccia con chiarezza nei suoi scritti. Non bisogna scommettere sulla pace che si proclami estranea al problema della salvaguardia del creato perché è una pace amputata. Non bisogna scommettere su una pace che sorrida, irridendola, sulla radicalità della nonviolenza perché è una pace infida. Non bisogna scommettere sulla pace che non si connota a scelte storiche precise, perché è un bluff. Non bisogna scommettere sulla pace che prende le distanze dalla giustizia perché questa scelta è peggiore delle guerre. “È in atto – scrive – una campagna ‘soft’ che spinge pace e giustizia alla ‘separazione legale’ con espedienti che si vestono di ragioni morali, ma camuffano il più bieco dei sacrilegi”¹

1 A. Bello, Sui sentieri di Isaia, edizioni la meridiana.

C’è, in questa chiarezza affatto lapalissiana nemmeno ai suoi, una precisa postura che nel rispetto delle autorità altre dalla Chiesa, impone a chi serve la Chiesa di esercitare una coscienza pastorale: “La coscienza, però, del nostro ruolo pastorale, se da una parte ci vieta di entrare nel terreno delle scelte politiche concrete, per un altro verso ci obbliga a parlare con chiarezza ogni volta che sono minacciati gli orizzonti complessivi della pace, di cui dobbiamo essere, e non solo per mandato popolare ma in nome del Vangelo, solerti annunciatori”.

Se non cogliamo questo aspetto della postura di don Tonino nel suo difendere la pace e nel suo proclamarla a parole e con scelte pastorali concrete, non coglieremmo la natura rivoluzionaria e necessaria dei suoi scritti, del suo bisogno di scrivere di pace. Non è ciò che ha scritto ma la ragione per cui lo ha fatto che va colta in profondità. Perché è una ragione che ha a che fare con la parresia, il parlar chiaro. L’usare le parole per stravolgere non i significati ma legittimare il significato, quello che la coscienza deve saper cogliere e al quale deve obbedire.

Ad esempio. Dire della Puglia, la sua regione di origine e sede episcopale, negli anni Novanta, che la sua vocazione era essere “arca di pace e non arco di guerra” non è un gioco di parole ma un rovesciamento culturale, ideologico, di strategie politiche ed economiche. Il contesto era l’installazione degli F16 a Gioia del Colle. La protesta dei vescovi pugliesi si fece manifesto da lui redatto: “Non sono in gioco solo gli espropri terrieri… Sono in gioco soprattutto gli espropri culturali… Non è più la terra, cioè, che viene sottratta alla gente. È la gente che viene sottratta alla terra. E per di più con dinamiche che favoriscono inquietanti disaffezioni, processi di sradicamento psicologico, e illusori miraggi di tornaconti economici”². Ha detto da vescovo tutto ciò che c’è da dire su come si sceglie di destinare un territorio alle guerre future.

2 “Puglia: Arca di pace e non arco di guerra. Appello dei vescovi di Puglia” in A. Bello, Sui sentieri di Isaia, edizioni la meridiana.

Ancora. Parlare di pace come convivialità delle differenze. Dirlo a proposito della famiglia ma anche delle comunità. Dirlo ai suoi sacerdoti nella Messa crismale del 1986: “Siamo chiamati a essere i ‘Re della pace’ non gli schiavi della guerra. I tessitori di rapporti umani limpidi e carichi di tenerezza, non i ragionieri del calcolo e del tornaconto. I ricompositori dei piatti sbilanciati della giustizia, non i garanti del disordine legalizzato. I sarti del mantello del diritto, non gli industriali delle divise militari. I ricercatori degli equilibri perduti; che sanno di non fare politica da avanspettacolo, ma di assolvere a una funzione liturgica e regale quando si sforzano di purificare la città dalle scorie di tutte le nostre sporcizie. O di salvare la natura dai minacciosi disastri ambientali. O di preservare il mare dal catrame dei nostri inquinamenti. O di liberare il cielo dagli scudi spaziali, gridando con forza che vogliamo vedere le stelle. O di rendere trasparenti i silenzi con quelle forme di ecologia acustica senza di che è difficile trovare se stessi”³.

3 “La pace, convivialità delle differenze”, in A. Bello, Convivialità delle differenze. Omelie delle Messe Crismali, edizioni la meridiana.

E infine: “Di che deve occuparsi un vescovo? Dei colori dei paramenti liturgici?”. Quest’ultima espressione non è scritta. La disse in diretta a Samarcanda. Gira il video. Efficace. La spocchia del Generale che finalmente si vede al centro della scena perché la guerra ritorna, e il vescovo venuto da Sud a parlare di coscienza. C’è questo negli scritti di pace di don Tonino: l’urgente bisogno e necessità di parlare alla coscienza del valore politico e non solo evangelico della pace. Scritti con una funzione educativa e formativa, che denunciano, annunciano, testimoniano. Scritti che ti portano a scegliere da che parte stare nelle storie di vita anche degli altri, che contribuiamo con le nostre scelte a scrivere. Vale per chi non crede. Come per chi crede. Perché la pace a cui don Tonino richiama non è aliena dalle scelte concrete.

Don Tonino fa un po’ come quel vecchio saggio a cui viene chiesto cosa avrebbe fatto se avesse avuto per un attimo l’onnipotenza di Dio. E il saggio risponde: ridare alle parole il senso originario.

Questo fa don Tonino con la parola “Pace”.

Condividi su:

arrow_upward