di Shirin Ebadi – Premio Nobel per la Pace 2003
Oggi l’Iran è coinvolto in due guerre. La prima è quella con gli Stati Uniti e Israele; la sua seconda fase è iniziata il 28 febbraio 2026. Esiste però un’altra guerra, una guerra che dura da anni tra la Repubblica Islamica e il popolo iraniano, un conflitto nel quale non vi è mai stato alcun cessate il fuoco.
Oggi parlerò di questa seconda guerra, perché affonda le sue radici in una storia lunga e profonda. Mi concentrerò in particolare sui primi quattro mesi del 2026. Nei primi giorni di gennaio, il popolo iraniano è tornato ancora una volta nelle strade, proseguendo una dinamica che si ripete ciclicamente negli ultimi quindici anni per protestare contro il governo della Repubblica Islamica ed esprimere, con mezzi pacifici, la propria richiesta di cambiamento.
Le principali cause del malcontento popolare sono la svalutazione della moneta nazionale, l’impoverimento diffuso della popolazione, le sistematiche violazioni dei diritti umani e la corruzione amministrativa.
Le proteste si sono svolte a Teheran e in oltre 400 città del Paese, dove i cittadini hanno espresso apertamente la propria opposizione al governo.
Questo ha provocato una dura reazione delle autorità. Su ordine della Guida Suprema, le forze di sicurezza hanno fatto uso di munizioni vere contro i manifestanti, provocando uccisioni di massa.
La portata della tragedia è stata tale che il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran ha dichiarato che questi fatti potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità. Il numero esatto delle vittime resta ancora incerto; tuttavia, secondo le stime diffuse da media e organizzazioni per i diritti umani, circa 40.000 persone sono state uccise, tra cui 230 studenti e circa 100 minori lavoratori. Dall’inizio di gennaio, si stima che oltre 40.000 persone siano state arrestate. La maggior parte è stata accusata di aver partecipato alle proteste, di collaborazione con entità ostili, spionaggio o diffusione di informazioni false.
Nello stesso periodo, più di 160 persone sono state giustiziate, almeno 14 delle quali accusate di reati politici. Questi procedimenti si sono svolti interamente a porte chiuse, senza accesso ad alcuna difesa legale. Per comprendere più chiaramente la scala della repressione: durante i 38 giorni di attacchi militari condotti da Israele e dagli Stati Uniti contro il territorio iraniano, sono morte 3.753 persone. Eppure, in soli tre giorni di proteste a gennaio, la Repubblica Islamica ha ucciso un numero di persone molte volte superiore.
Dall’inizio di gennaio fino a ieri, il governo ha interrotto l’accesso internazionale a Internet fin dall’inizio della guerra. In questo periodo, immagini e notizie relative alle uccisioni e agli arresti sono riuscite a circolare solo attraverso un numero limitato di dispositivi Starlink introdotti clandestinamente nel Paese. Per questo motivo, il possesso di tali dispositivi è stato considerato dalle autorità come una forma di collaborazione con forze ostili, e diverse persone sono state arrestate su questa base. Il blocco di Internet ha inoltre causato gravissimi danni alle attività economiche online. Secondo l’UNICEF, durante il conflitto con gli Stati Uniti e Israele, la Repubblica Islamica ha reclutato minori per campagne di mobilitazione e li ha impiegati ai posti di blocco nelle strade; almeno un bambino è stato ucciso in questo contesto.
Infine, numerose persone che avevano criticato il governo, così come individui che collaboravano con media in lingua persiana all’estero e alcuni membri della comunità bahá’í, hanno subito la confisca dei propri beni. Recentemente sono stati pubblicati i nomi di 400 persone coinvolte in questi provvedimenti.
In conclusione, è importante sottolineare che, di fronte a tutto questo, i governi europei sono rimasti in larga parte in silenzio rispetto alle azioni della Repubblica Islamica. Non siamo responsabili soltanto di ciò che facciamo e diciamo, ma anche del nostro silenzio e della nostra inattività.
