Milano da mangiare. Pane Quotidiano, una fila per vivere

Intervista a Luigi Rossi

La dimensione simbolica del pane diventa molto concreta in anni di covid, crisi economica, guerre e disuguaglianze crescenti. Aumentano le richieste di aiuto dei tanti che non ce la fanno. In questa intervista ce lo racconta Luigi Rossi, il vicepresidente di Pane Quotidiano, la onlus milanese che dal 1898 aiuta tutti i giorni chi chiede da mangiare.

di Loredana Taddei

Come nasce Pane Quotidiano e quali bisogni concreti voleva affrontare? Nasce nel lontanissimo 1898, quest’anno compie 126 anni. Le sue origini s intrecciano con uno dei momenti più drammatici della Milano di fine ‘800: la storica rivolta del pane. Quattro giornate di sommosse popolari e scioperi a causa del forte rincaro del pane e delle durissime condizioni di lavoro. La rivolta fu sedata dall’intervento del generale Bava Beccaris che ordinò all’esercito di sparare colpi di cannone e mitraglia sulla folla che manifestava, uccidendo centinaia di persone e ferendone molte altre. Il pane, principale fonte di sostentamento delle fasce più povere, era quasi impossibile da acquistare per via del costo del grano, che con i conflitti internazionali era salito alle stelle e quindi difficile da reperire. Ed è proprio in quel clima di sacrificio, coraggio e voglia di riscatto che prende vita questa realtà, destinata ad attraversare generazioni e a diventare parte della storia della città. Fu allora che alcuni benemeriti cittadini milanesi pensarono che il pane in quanto alimento base non dovesse mai mancare sulla tavola delle persone.

Come si è evoluto negli anni Pane quotidiano?

Dalla nascita in poi, c’è stata tutta una serie di evoluzioni di Pane quotidiano, oggi non è più solo pane, dopo 126 anni l’obiettivo che abbiamo è quello di una distribuzione che possa soddisfare il bisogno alimentare in termini calorici e nutritivi, sia per il pranzo che per la cena. La razione tipo che distribuiamo nei nostri due centri, in via Toscana e in via Monza, consiste in 350 gr di pane, un litro di latte, un pacco di pasta, sugo, tonno in scatola, frutta, verdura e anche dolci. Razioni che ovviamente cambiano.

A Natale abbiamo visto 5 mila persone, bambini compresi, in coda al freddo per il sacchetto di cibo di Pane quotidiano. Mediamente quanti aiuti riuscite a distribuire ogni giorno?

Nei nostri due centri abbiamo circa 4.000 passaggi al giorno, con punte di 4.500/5000 il sabato mattina, quando grazie alle scuole chiuse possono venire anche i bimbi e ricevere la loro razione, così come un adulto. Non sono clochard come spesso si pensa, sono famiglie che hanno un tetto sulla testa, perché si tratta di alimenti che vanno cucinati.

Sono molti i bambini in coda?

Il sabato sì, soprattutto figli di extracomunitari. Abbiamo una prevalenza, se non la quasi totalità di famiglie immigrate. Il target di cittadini italiani è per lo più composto dalla fascia di anziani, che con la loro pensione non arrivano a fine mese. E quindi ecco che Pane quotidiano rappresenta per loro una speranza e un’ancora di salvezza. Una nostra razione alimentare ha un valore intorno ai 15/16 euro. Se consideriamo che abbiamo circa 1.450.000 passaggi l’anno, significa che stiamo distribuendo un valore commerciale di alimenti su base annua di circa 23/24 milioni di euro.

Con 800/1.000 euro di pensione, venendo da noi 22/23 giorni al mese, è come se ricevessero un contributo economico di 350/360 euro mensili. In questo modo, queste pensionate e pensionati riescono magari a pagare le utenze. Altrimenti avrebbero una dura scelta da fare: mangiare o pagare luce e gas.

Tanti anziani, dunque, che grazie a voi arrivano a fine mese. E i giovani?

I giovani italiani sono pochi, prevalgono sempre gli immigrati, che non hanno un lavoro o che lo hanno perso.

La povertà in Italia è notevolmente aumentata, lo fotografano le statistiche ufficiali. In una ricca città come Milano, quanto è visibile questa povertà?

Milano è diventata una vera e propria capitale europea e, come tutte le capitali europee, vive profonde disparità socioeconomiche, favorite dal crescere dei flussi migratori e dagli italiani impoveriti a causa dell’inflazione, che erode pesantemente il potere di acquisto delle famiglie. Tanto che, negli ultimi anni, le file di persone in cerca di aiuto sono aumentate del 30%. Se oggi sono 4.000 passaggi al giorno, 10 anni fa erano 3.000.

Cosa significa oggi dare pane, quale sforzo organizzativo richiede?

Gli alimenti che distribuiamo non li acquistiamo ma ci vengono donati dalle aziende produttrici del settore alimentari, il primo grande pilastro di Pane quotidiano. Il secondo pilastro è il cuore pulsante dell’associazione: una straordinaria rete di circa 200 volontari. Il terzo pilastro, altrettanto fondamentale, è rappresentato dai donatori: privati cittadini, aziende e fondazioni. Anche la più piccola donazione, sommata alle altre, contribuisce in modo determinante alla vita di Pane quotidiano: dall’acquisto di alcuni mezzi di trasporto, alle celle frigorifere necessarie per conservare gli alimenti. Le aziende che collaborano con noi ci affidano ovviamente le loro eccedenze alimentari, trasformandole in un concreto aiuto per chi è in difficoltà. A volte, arrivano donazioni straordinarie: per esempio, una nota marca di cioccolato ci ha donato 70 tonnellate di cioccolato.

Cosa può fare un cittadino per contribuire?

Oltre le donazioni, c’è un altro gesto dal valore immenso: fare il volontario, Pane quotidiano, come dicevo, può contare su una rete di circa 200 volontari, di cui circa 60 operativi ogni giorno. Uomini e donne che, a rotazione, scelgono di donare quello che hanno di più prezioso: il proprio tempo. Possono anche donare indumenti dismessi in buono stato, perché nei generi di conforto che distribuiamo sono compresi anche gli abiti. Dunque, un privato ha un’ampia scelta per sostenere chi ha più bisogno.

C’è una storia, un incontro che l’ha particolarmente colpita?

Di storie ce ne sono davvero tante. Nel tempo, ho dovuto abituarmi a molte cose: alle file ormai chilometriche, alle lunghe attese, agli sguardi di chi arriva qui in silenzio, con molta umiltà e mette da parte il proprio orgoglio pur di avere aiuto. Dovreste vedere quanta dignità ci sia ogni giorno in quelle attese silenziose.

Ad una cosa non mi sono abituato: ai giovani che vengono con uno sguardo perso nel vuoto che dice “Io non ce la farò mai”. Ecco questo è quello che mi rattrista di più, se devo scegliere una scena emblematica di Pane quotidiano. Noi dovremmo rappresentare un aiuto momentaneo, per cercare di uscire da una fase di stallo, eppure… questi sguardi rassegnati sono una sconfitta sociale.

Oggi, quali sono le sfide più urgenti per un’organizzazione come la vostra?

Cercare di manutenere tutti i rapporti che abbiamo con i nostri fornitori, con i nostri sostenitori, cercando di coinvolgerli sempre di più nell’ambito degli obiettivi di Pane quotidiano: ovvero di restare al fianco di chi ha bisogno. C’è un motto che campeggia da 126 anni sui nostri centri di distribuzione che recita così: “Fratello, sorella, nessuno qui ti domanderà chi sei, né perché hai bisogno, quali sono le tue opinioni”. E questo sta a significare il grande rispetto che abbiamo per ogni attesa perché, dietro ogni storia c’è una persona, la sua dignità. Sottolineo questa frase perché dà il vero senso e il vero significato dell’inclusione.

Forse, nel lontano 1898, gli uomini erano più profondi di quanto lo siamo adesso. Dopo 126 anni, non abbiamo ancora capito l’importanza dell’inclusione.

Chiunque può venire a Pane quotidiano, senza tessere particolari. Se una persona si mette 45 minuti in coda è perché ne ha bisogno. Dal momento in cui si mette in fila, avrà il suo pane.

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