di Michela Bandini, Emiliano Giovannetti, Silvia Piccini – ILC “Antonio Zampolli”, CNR
Le parole non sono mai solo parole. Sono finestre sulla realtà: raccontano storie, restituiscono vissuti, contribuiscono a costruire identità. È da questa consapevolezza profonda che nasce il coinvolgimento dell’Istituto di Linguistica Computazionale “A. Zampolli” del CNR (ILC) nel progetto Futuri (im)possibili, frutto della collaborazione tra Fondazione Rut e la Fondazione Don Calabria per il Sociale.
All’interno di questo percorso condiviso, P’ILC ha messo a disposizione le tecniche più avanzate della linguistica computazionale e l’esperienza pluriennale maturata nel campo delle Digital Humanities per contribuire a leggere, attraverso la lingua, le forme di disagio, le espressioni identitarie e i desideri di cambiamento delle nuove generazioni del comune di Caivano.
Al fianco di operatori sociali e volontari, i ricercatori dell’ILC hanno potuto osservare, in un lavoro diretto sul campo, il modo in cui i ragazzi parlano, si raccontano e nominano la propria esperienza in contesti socio-economici svantaggiati. Da questa osservazione ha preso le mosse il Glossario del Linguaggio Giovanile: non una semplice raccolta di termini, ma uno strumento pensato per restituire a chi lavora quotidianamente accanto ai ragazzi il significato profondo delle parole, a partire dai contesti d’uso concreti. Che cosa accade, infatti, quando i giovani utilizzano parole assenti dai vocabolari ufficiali o ne reinventano il significato? Oppure quando i termini sfuggono alle definizioni tradizionali?

Nel corso della ricerca, quando ai ragazzi è stato chiesto di spiegare il significato delle parole, raramente si sono limitati a fornire definizioni “da dizionario”, basate su categorie astratte e stabili. Al contrario, soprattutto di fronte a termini che toccano la sfera emotiva, hanno dato vita a narrazioni, racconti ed episodi di vita quotidiana, cercando di cogliere la complessità che si cela dietro parole apparentemente semplici.
Attraverso esempi concreti, hanno espresso le associazioni positive e negative che quei termini evocavano per loro, mostrando come il significato nasca dall’in-treccio tra lingua, cultura ed esperienza. In questo senso, i ragazzi non hanno costruito un significato paradigmatico, fondato su categorie rigide e condivise, ma un significato narrativo: un esito complesso e dinamico dell’interazione tra vissuto persone.
La ricerca sul campo si è articolata in tre ambiti di intervento, differenziati per grado di strutturazione e modalità di coinvolgimento. Nel contesto strutturato, presso l’Istituto Comprensivo Statale Europa Unita di Afragola, è stato adottato un approccio più controllato, basato sulla somministrazione di questionari cartacei.
L’attività ha coinvolto 21 studenti delle classi seconde e terze della scuola secondaria di primo grado, chiamati a riflettere sul significato e sull’uso delle parole attraverso esercizi di comprensione, completamento di frasi, domande a scelta multipla e scenari di vita quotidiana. Parole forti come “aborto” o “stupro”, parole spesso abusate o svuotate di senso come “femmina” e “rispetto”, parole pronunciate con leggerezza come “criminale” o cariche di un forte valore simbolico come “ghetto”: termini che, nel linguaggio quotidiano, raccontano molto più di quanto sembri.
Nel contesto semi-strutturato del centro Infine, nel contesto non strutturato del lavoro in Unità di Strada, il linguaggio è stato osservato nella sua dimensione più spontanea, nei luoghi di incontro e aggregazione di Caivano. Con il supporto di volontari esperti attivi sul territorio sono state realizzate interviste ed è stato somministrato un questionario, utile a integrare dati quantitativi e qualitativi ed esplorare l’uso di parole chiave attraverso domande aperte e associazioni libere.
Emblematico è il caso della parola “femmina”. Accanto a definizioni più formali, legate al sesso biologico o alla riproduzione, il termine ha attivato racconti profondamente ancorati al vissuto, passando a designare ora una figura materna presente e protettiva, ora uno stile di abbigliamento o di comportamento, ora un insieme di giudizi e stereotipi sociali, fino a essere utilizzato come espressione svalutativa o offensiva. In altri casi, la parola è diventata uno spazio in cui si sono condensate esperienze di violenza, sessualizzazione o riflessione identitaria, come nell’espressione “sentirsi donna dentro”. È proprio questa dimensione narrativa a costituire il cuore del Glossario. La ricerca si è così trasformata in azione, dando vita a uno strumento concreto, pensato come una rete di concetti, definizioni e relazioni semantiche. Il Glossario si configura come una mappa plurale, capace di accogliere una molteplicità di significati, tanti quante sono le storie e le vite dei giovani incontrati a Caivano.
Non si tratta di un dizionario tradizionale, ma di un glossario narrativo, costruito a partire dai contesti d’uso e pensato per chi, ogni giorno, lavora a contatto con i giovani. Educatori, operatori sociali, psicologi, insegnanti e tutte le figure coinvolte nei percorsi educativi e di cura potranno trovare in questo strumento un supporto concreto per comprendere più a fondo il linguaggio dei ragazzi e, attraverso di esso, il loro presente. Perché senza una reale comprensione del linguaggio, il rischio è quello di non ascoltare davvero. E senza ascolto non può esserci dialogo, né la possibilità di immaginare e costruire un cambiamento.