Lessico populista e costruzione del nemico

di Andrea Colombo – Scrittore e giornalista de Il Manifesto

Le parole sono sempre state un campo di battaglia: nel primo quarto di questo secolo sono diventate quello eminente. Il caso più recente e clamoroso, molto eloquente pur se non esaustivo, tiene banco dall’inizio dell’attacco israeliano a Gaza dopo il massacro del 7 ottobre. Una specifica parola, “genocidio”, è diventata la linea di demarcazione tra chi è considerato “complice” del governo Netanyahu e chi invece ha le carte in regola per non essere considerato reprobo e stragista. La senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e alla tremenda “marcia della morte” del 1945, ha denunciato i massacri e le stragi di civili gazawi, ha criticato esplicitamente e molto duramente il governo israeliano.

Tuttavia ha sostenuto che non si possa parlare di “genocidio” e tanto è bastato per renderla, agli occhi di buona parte del movimento filopalestinese, una sostenitrice di Bibi Netanyahu. Stessa sorte è toccata a Edith Bruck, altra sopravvissuta ai lager e alla Shoah. Commentatori e leader politici hanno fiutato rapidamente l’aria, trovando modo di inserire sempre nei loro interventi la parola magica che garantisce i quarti di nobiltà. Non è, come pure può sembrare, questione di lana caprina. L’uso del termine in questione risponde a una strategia mediatico-discorsiva precisa. Proprio il genocidio subito dagli ebrei è considerato, a torto o a ragione, il precedente apocalittico che giustifica l’esistenza di Israele e che viene del resto brandito puntualmente come scudo da Israele.

Parlare di genocidio invece che “solo” di feroci massacri ai danni dei palestinesi serve non solo a eliminare quella giustificazione storica ma a rovesciarla, obbligando gli sdegnati dall’orrore della Shoah a rivolgersi contro le vittime di quell’atrocità. Autorizza l’accusa di nazismo rivolta a chi i nazisti veri avevano provato a cancellare dalla faccia della terra. Intorno all’uso di alcune parole, come appunto genocidio o l’equiparazione assurda tra “sionismo” e “nazismo”, si combatte ormai da anni una guerriglia semantica che non ha nulla di futile e incide anzi a fondo sulla realtà.

La cosa non dovrebbe stupire. Sin dalla fine del secolo scorso la presa del potere sulle parole e sul loro uso è sostanzialmente cambiata. Non si tratta più soltanto, e neppure soprattutto, di censurare e proibire. La pratica ruvida del divieto è sostituita da operazioni più sofisticate, complesse, ambiziose: slittamenti semantici, capovolgimenti di senso, ridefinizione di quel che è lecito non dire ma pensare operata attraverso la ricodificazione delle parole e del loro significato.

Negli anni ’80 del secolo scorso una poderosa controffensiva aveva posto fine a un conflitto sociale prolungatosi per due secoli. Nel successivo decennio un intero assetto sociale è stato ridisegnato a misura di chi da quel plurisecolare conflitto è uscito trionfante. L’alba del nuovo millennio ha visto le distinte articolazioni del potere convergere e industriarsi per fugare lo spettro di quel conflitto e della sua possibile resurrezione intervenendo direttamente sulle origini del pensiero, sulla semantica e sulle attribuzioni di senso. Nessun esempio è più eloquente del rovesciamento subìto dal termine “Riformismo”. Lungo tutto il Novecento era stato la bandiera di quanti scommettevano su una trasformazione sociale di lungo periodo invece che sul ribaltamento complessivo e fulmineo della Rivoluzione.

Più lento e paziente, non meno ambizioso, il Riformismo era indissolubilmente legato a una visione di trasformazione sociale progressiva ma radicale. A cavallo del secolo se ne è imposta un’interpretazione opposta e che non sarebbe dispiaciuta a George Orwell: chiamasi “riformismo” tutto quel che smantella le riforme sociali conquistate nei due secoli di conflitto sociale. Riformare significa eliminare diritti, erodere il residuo potere ancora detenuto, in nome della democrazia se non più del socialismo, dai vinti, cioè dalle classi alla base della piramide sociale. Altre parole-chiave hanno subito torsioni meno radicali ma non meno essenziali. In qualche caso per estensione indebita di significato. “Violenza”, ad esempio, è in apparenza un termine che ha mantenuta inalterata la sua valenza negativa e per definizione esecrabile.

Di fatto il campo di applicazione si è esteso sempre di più, includendo forme di conflittualità sociale che, pur essendo alla lettera “illegali”, erano state per decenni pratica comune. Sino a considerare “violenza” anche uno sciopero non dichiarato nei tempi fissati per legge e persino quelli con le carte legali in regola, in nome dei disagi che inevitabilmente implicano. “Violento” è diventato ogni uso della forza, pur se non contundente. Ma immaginare un conflitto sociale nel quale a uno degli attori, già in partenza quello più debole, è proibito l’uso della forza, senza il quale la giornata lavorativa sarebbe ancora intorno alle 12 ore, significa negare in radice ogni possibilità di conflitto sociale. Del resto la stessa definizione “conflittualità sociale”, dopo essere stata intesa dalla nascita della Repubblica fino agli anni ’80 del secolo scorso come propulsiva e motore indispensabile di una progressiva estensione della giustizia sociale, ha assunto una valenza sempre più marcatamente negativa ed è inutile dire a quale tra le forze in campo convenga questa torsione semantica che riverbera però quasi immediatamente sulle leggi e su quel che è considerato o no accettabile.

Dalla parte “progressista” o sedicente tale l’offensiva semantica è stata anche più vasta e certamente più ambiziosa. Dalla fine del Novecento la Politically Corretness, origine e radice di tutto quel che va oggi sotto il nome di Woke, è stata prima di tutto questione di parole da rendere impronunciabili in quanto offensive nei confronti di chiunque, a vario titolo e a qualsiasi livello, fosse possibile oggetto di discriminazione. Nel corso del tempo il campo dei termini messi al bando si è allargato sino a oltre passare spesso le frontiere del ridicolo ma la dinamica è rimasta uguale: mutuata dal bigottismo vittoriano e trasferita di peso in tutt’altra dimensione. Una serie di parole è diventata “oscena”, come all’epoca ogni allusione alla sessualità e alle funzioni corporali, oggetto di stigma sociale, squalificante.

Solo che se il perbenismo vittoriano mirava solo a nascondere la nuda realtà del corpo e dei suoi desideri e bisogni, quello “progressista” di oggi ha ben altre ambizioni: mira a modificare il modo di pensare e di essere attraverso una costrizione operata sul linguaggio. Partita con le migliori intenzioni, quell’offensiva prolungatasi per decenni ha finito per diventare anche più asfissiante e costrittiva della occhiuta censura vittoriana. Probabilmente, alla fine, si è dimostrata controproducente anche dal punto di vista dei suoi strenui sostenitori: l’impennata in tutto l’occidente di destre che si fanno un vanto della propria rozzezza è anche un prodotto dell’insofferenza per quella gabbia fatta di divieti, proibizioni, riprovazione sociale, costrizione semantica.

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