di Roberto Montoya – Giornalista di Rainews esperto di Sud America
La politica al plurale: il linguaggio del “noi”
C’era un tempo in cui la politica parlava in prima persona plurale. Il “noi” non era solo una scelta grammaticale, ma una dichiarazione ideologica, una forma di appartenenza e un orizzonte collettivo. Si parlava “a nome di” e “insieme a”: il partito, il popolo, la classe, la comunità nazionale. Il linguaggio rifletteva la struttura della politica stessa, fatta di sigle, congressi, correnti, organi collegiali. L’identità del leader, quando esisteva, era sempre mediata da qualcosa di più grande: ‘”io” veniva assorbito nel “noi”.
Nei volantini, nei comizi, nei manifesti elettorali degli anni ’50, ’60 e 70 — in Europa come in America Latina — abbondano formule come noi compagni, noi democratici, noi italia-ni, noi rivoluzionari, noi monarchici. Lo stile era spesso retorico, talvolta paternalista, ma il referente era plurale. Anche la forza di un leader si misurava nella capacità di esprimere la linea del partito, non la propria originalità personale.
Il linguaggio del “noi” rifletteva un mondo ancora profondamente organizzato: società industriale, stampa di partito, sindacati forti, ideologie sistemiche. Il leader era “funzionario” più che “personalità”. Parlava come espressione di un’organizzazione. Se oggi ci sembra che in quelle parole mancasse “umanità”, bisogna riconoscere che in cambio offrivano orizzonte, legame, struttura narrativa condivisa.
La svolta simbolica: dalla rappresentanza alla personalizzazione
La svolta arriva quando il “noi” comincia a vacillare e il “tu” mediatico si afferma. Negli anni ’80 e ’90, il linguaggio politico cambia lentamente pelle: si semplifica, si accorcia, si ritma. L’apparato retorico del collettivo lascia spazio a formule dirette, personali, televisive. La comunicazione smette di rappresentare unorganizzazione e inizia a costruire un personaggio.
In questa trasformazione gioca un ruolo decisivo l’evoluzione dei media. La TV generalista prima, i talk-show poi, i social network infine, hanno spostato la grammatica del potere: da discorso mediato a messaggio diretto, da collettivo a individuale, da ideologia a narrazione personale. Non si cerca più di spiegare un programma, ma di raccontare una storia.
E la storia ha bisogno di un protagonista.
La figura del leader post-ideologico prende forma: non più il portavoce di una linea, ma l’incarnazione di un’emozione. La forza non sta tanto nei contenuti, quanto nel tono, nel ritmo, nel corpo. L”io” comincia a prevalere sul “noi”. A quel punto, il partito si fa “movimento”, “lista”, “progetto”, fino a sparire del tutto nel nome del leader.
Il passaggio è simbolico ma radicale: il potere non parla più a nome di una comunità, ma a partire da sé. L’autorità non deriva dalla rappresentanza, ma dalla presenza. Non serve più essere inquadrati, basta essere riconoscibili.
Il caso sudamericano: Perón, Chávez, Bolsonaro, Bukele
Se cè un laboratorio privilegiato della personalizzazione del potere politico, questo è l’America Latina. In particolare, l’Argentina di Perón e il Venezuela di Chávez hanno posto le basi per una grammatica del leaderismo che avrebbe influenzato anche altri contesti globali.
Qui la centralità del corpo del leader, della sua voce, della sua retorica si è imposta ben prima che in Europa si cominciasse a parlare di “post-democrazia”. Juan Domingo Perón, con Evita accanto, è stato tra i primi a parlare non per il popolo, ma come il popolo, incarnandone — nella sua narrazione — il dolore, il riscatto, la volontà. Il suo celebre “Mi voz llegará hasta el último rincón del país” non era solo un auspicio tecnico: era una teologia politica della parola. Il potere prendeva corpo in una voce unica, calda, diretta, affettiva. Con Hugo Chávez la dinamica si fa ancora più esplicita. I suoi lunghissimi monologhi televisivi in diretta nazionale (le famose “cadenas”) trasformano la comunicazione politica in liturgia personalizzata.

Il “Chávez somos todos” non è una formula collettiva: è una proiezione del leader sul corpo sociale. Il popolo è il leader; il leader è il popolo. Il partito diventa cornice, strumento, prolungamento. Anche Jair Bolsonaro e Nayib Bukele, pur distanti per ideologia e stile, si muovono nello stesso solco. Bolsonaro ha costruito un linguaggio grezzo, conflittuale, iper-personale, ostile a ogni mediazione istituziona-le. Bukele ha fondato la sua autorità su una narrazione diretta e verticale via social, in cui lo Stato scompare dietro la sua figura di “CEO della sicurezza”. In tutti questi casi, il linguaggio del potere si è radicalizzato in narrazione unica, messaggio continuo, presenza permanente. Il partito, il parlamento, la società civile diventano fondali di scena. Ciò che conta è il leader come parola viva.
L’esportazione occidentale: Berlusconi, Obama, Trump, Macron, Meloni, Milei
L’evoluzione del linguaggio politico verso forme sempre più personalistiche non si è arrestata oltre Atlantico o nell’America Latina: ha trovato terreno fertile anche nelle democrazie occidentali, dove il passaggio dall’“istituzione” alla “persona” è più lento, ma non meno radicale. Silvio Berlusconi è uno dei primi casi europei in cui la comunicazione politica si è trasformata in un fenomeno di personal branding. La sua visione mediatica del potere mise al centro non una linea ideologica di partito, ma una narrazione auto-referenziale, costruita attorno alla sua persona. Forza Italia, fin dal nome, racchiudeva più una promessa identitaria che una piattaforma programmatica articolata.
Il linguaggio berlusconiano usava la televisione e i media come strumenti di identificazione personale, trasformando il leader nell’epicentro del messaggio politico. Negli Stati Uniti, Barack Obama ha mostrato un altro volto del leaderismo contemporaneo: quello della comunicazione carismatica e ispirazionale. Le sue campagne e i suoi discorsi puntavano sull’abilità di evocare una comunità ideale attraverso immagini retoriche di speranza e cambiamento.
La chiarezza, l’eloquenza e la costruzione di uno storytelling collettivo sono diventati marchi di fabbrica della sua comunicazione, tanto da farlo percepire non solo come un candidato di partito, ma come voce di una generazione e di una visione nazionale condivisa.
Con Donald Trump, invece, si raggiunge un tipo di comunicazione ancora più personalistica e diretta: tweet, slogan e affermazioni spesso aggressive non rappresentano un programma politico di partito, ma lo statuto performativo della figura del leader stesso. La “parola” — dura, provocatoria, frammentata — determina la percezione pubblica più del contenuto istituzionale. In Francia, Emmanuel Macron ha fondato il suo movimento En Marche! attorno alla sua figura carismatica piuttosto che a una tradizione storica di partito, e in Italia Giorgia Meloni ha consolidato una comunicazione centrata sulla sua persona, pur coesistendo con una base partitica. Anche qui il racconto politico è meno “discorso collettivo” e più narrazione di leadership personale.
Un caso particolarmente interessante nel nostro presente è quello di Javier Milei, presidente argentino dal 2023, la cui comunicazione politica riflette un mix di linguaggio anti-sistema e simbolismo popolare molto centrato sulla sua figura. La celebre espressione ¡Viva la libertad, carajo! utilizzata da Milei è diventata slogan identitario e elemento di mobilitazione per il suo gruppo politico, La Libertad Avanza — una coalizione costruita attorno alla sua retorica personale più che a una linea collettiva del partito. In tutti questi esempi, non è tanto il contenuto delle politiche a definire il potere comunicativo quanto la presenza linguistica del leader. Il partito, l’ideologia, gli organismi collettivi spesso restano sullo sfondo, mentre l’attenzione mediatica e simbolica si concentra sull’“io” che parla. Il potere, insomma, non è più solo rappresentanza collettiva: è presenza performativa nel discorso pubblico.
Le conseguenze del “potere parlante”
La trasformazione del linguaggio politico in espressione diretta del leader non è neutra.
Non si tratta solo di uno stile comunicativo: è un cambiamento strutturale che incide sul modo in cui la politica si forma, si racconta e si esercita. Il dominio del leader sulla parola pubblica produce effetti profondi e,talvolta, distorsivi. Innanzitutto, la riduzione della pluralità. Quando il discorso si concentra esclusivamente sulla figura del leader, tutto ciò che è collettivo — partiti, assemblee, corpi intermedi, opinione pubblica articolata — viene marginalizzato. Il confronto interno diventa rumore. Le differenze diventano fastidio.
La politica si appiattisce su un messaggio unico, che non tollera sfumature.
In secondo luogo, si assiste a una semplificazione estrema del linguaggio. Il pensiero si adatta al tweet, la complessità si piega allo slogan. Il discorso politico smette di essere un processo di elaborazione e diventa un flusso ininterrotto di frasi forti, memi, battute, piccole provocazioni calcolate. La conseguenza è un impoverimento del dibattito: non si argomenta, si reagisce. Non si costruisce, si dichiara. Questo “potere parlante” produce anche un paradosso democratico: da un lato sembra avvicinare i cittadini — grazie all’immediatezza dei social, alla retorica del contatto diretto, all’illusione di autenticità — ma dall’altro li allontana da ogni reale possibilità di partecipazione. I cittadini non contano più come soggetti politici, ma come pubblico.
Non vengono convocati per deliberare, ma per applaudire. Infine, il dominio della voce del leader alimenta un clima emotivo permanente, in cui tutto è polarizzazione, emergenza, scontro. Non c’è più tempo per il ragionamento lento, per la prudenza, per il dialogo. Il potere simbolico così esercitato non struttura: scuote. E a forza di essere scossi, si smette di essere orientati.
È possibile una nuova grammatica del “noi”?
Di fronte a un panorama politico sempre più dominato da voci singole, slogan personalizzati e leadership spettacolari, sorge una domanda urgente: è ancora possibile pensare e praticare un linguaggio politico plurale? Esiste, oggi, uno spazio per una grammatica del “noi” che non sia nostalgica o retorica, ma credibile e vitale? Alcune esperienze — piccole, frammentarie, ma significative — sembrano indicare una via diversa. In certi movimenti locali, nei processi partecipativi reali, nelle assemblee civiche, nei percorsi di cittadinanza attiva, si torna a usare un linguaggio collettivo, inclusivo, riflessivo. Non c’è un volto unico, ma una pluralità di soggetti.
Non si comunica per dominare, ma per costruire relazioni. Questa “nuova grammatica del noi” non è gridata, non è virale. Si muove lenta, cerca profondità più che visibilità. Richiede tempo, ascolto, presenza. È un linguaggio che non seduce, ma interroga. Non catalizza, ma connette. Forse per questo fa più fatica a emergere in un ecosistema mediatico progettato per l’urlo. Tuttavia, è proprio in questi margini — lontani dalle luci dei palchi e dalle dashboard dei social — che può rinascere una politica della parola come bene comune. Una parola che non serve a “conquistare” l’altro, ma a riconoscerlo. Una parola che non si esaurisce nel messaggio di un leader, ma si moltiplica nella voce di molti.
Se il linguaggio è una forma di potere, allora scegliere un linguaggio condiviso è già un atto politico. Rieducarsi al “noi” non è solo un esercizio etico: è forse l’unica rivoluzione simbolica ancora possibile.