La pietra che nutre

di Annarosa ButtarelliFilosofa

Ci si aspetta di veder trattare sempre il pane come metafora o come simbolo. Ma se si consulta qualche buon dizionario dei simboli, si può scoprire che il lemma “pane” in parecchi non compare e, se compare, gli vengono dedicate poche righe. Come mai? La ragione sta nel radicale rispetto che si porta a quello che si considera un essenziale nutrimento spirituale, in tutte le religioni e le spiritualità. Pertanto, il pane non è considerato un simbolo ma un agente concreto di trasformazione, sacro, cioè intoccabile dalla manipolazione simbolica che vi si può sovrapporre. Già Clemente di Alessandria predicava: “Beati coloro che nutrono gli affamati di giustizia con la distribuzione del Pane”. Non possiamo considerare queste parole come metafore, ma occorre, da sempre, prenderle alla lettera, si può dire, anche se il mistero della trasfigurazione non permette la letteralità, così come la consideriamo solitamente.

Così ho deciso di seguire le tracce di autrici che sapevano come trattare il “pane”, sparigliando le carte sul tavolo della riflessione comune. Di passaggio, ricorderei che Marguerite Yourcenar e Christa Wolf prima di mettersi a scrivere facevano il pane. Potrebbe essere un motivo di indagine sulla scrittura di donne, ma porterò solo come esempio Ingeborg Bachmann: “Poesia come pane? Un pane che dovrebbe stridere tra i denti come sabbia, e risvegliare la fame piuttosto che placarla. Una poesia che dovrà essere affilata di conoscenza e ancora di nostalgia…”. Ecco un primo paradosso: il pane-sabbia-pietra che risveglia la fame piuttosto che placarla. Infatti, l’essere affamati di giustizia non ha mai una soluzione definitiva nella condizione umana e perciò il pane, considerato l’essenziale nutrimento, ha la capacità di nutrire la fame, non di estinguerla.

La scelta del titolo di questo contributo ha come motivo la mia accettazione e (spero) comprensione di questo paradosso, di cui non posso e non potrò mai più fare a meno. Se torniamo per un momento alla tradizione biblica, vedremo ancora una volta che è possibile avvicinare la pietra al pane. Matteo racconta che Cristo è condotto dallo Spirito nel deserto dove viene tentato: il diavolo gli suggerisce di cambiare le pietre in pane. È una tentazione perché il pane è già pietra, la pietra è già pane. Il termine betilo ha in ebraico il significato di “casa di Dio”. Il significato derivato di “Betlemme” è casa del pane. E Ingeborg Bachmann ci porta a comprendere qualcosa che nella pratica filosofica mistica accosta il “pane” alla “parola sacra”, per cui “su questa pietra fonderai la mia chiesa”, significherebbe “su questa parola sacra di fedeltà fonderai la mia comunità”. Così mi ha insegnato la imprescindibile María Zambrano, che trattava le pietre come “parola”. Così la parola poietica di Ingeborg Bachmann che accompagna all’esistenza qualcosa che prima premeva per esistere, per prendere forma. E poi sulla strada della mia comprensione trovo Simone Weil, la filosofa che trovava Dio nel “nutrimento, agnello, pane, vino (IV, 115). Passaggi nei sacrifici di origine antichissima necessari perché ci si nutra della fame di giustizia. D’altra parte, è accertato dalle ricerche anche contemporanee che “giustizia” è un lemma attribuito all’azione delle dee e delle donne nel mondo che se ne priva, molto spesso. Basterebbe la fama di Astrea e il canto del Magnificat a certificare l’attribuzione: Astrea è il nome di colei che fugge dalla Terra per la corruzione e vi torna quando una donna, o più donne, richiamano l’umanità alla giustizia. Del Magnificat, cantato da Maria a Elisabetta, si sa ancora troppo poco ma abbastanza da sapere che Maria di Nazareth se n’è fatta testimone e ha richiamato anche il figlio a moltiplicare “pane” e pesci.

E ancora Simone Weil intende “il pane (come) seme del sole” (IV, 262), ponendo nella sapienza ermetica la fonte della consapevolezza dell’origine simile dei due nutrimenti essenziali per la vita. Di fatto, la coscienza della quasi equivalenza tra pietra e pane è ben presente alla filosofa: “La pietra che nutre nel Graal provenzale è un equivalente dell’Eucarestia. Anche Cristo è a un tempo pietra e pane.” (IV, 353). E lo è proprio perché le sue parole nutrono la fame di giustizia: “Dio può diventare un pezzo di pane, una pietra, un albero, un agnello, un uomo. Ma non può diventare un popolo. Nessun popolo può essere un’incarnazione di Dio” (IV, 358). È importante la precisazione, soprattutto rilevante per il presente storico, dove ancora crudelmente le deliranti incarnazioni di Dio a livello narcisistico personale e a livello di “popolo eletto” sono utilizzate per le stragi in corso, oltre che per quelle passate. I sacrifici indicati da Simone Weil sono trasfigurazioni, trasferimenti di sostanza e di nutrimento, non riguardano spargimenti di sangue. La meditazione di Simone Weil sul “pane”, si raccorda anche alla traccia della fame di giustizia che ho mostrato all’inizio del percorso: “Se Core-Persefone rappresenta veramente il chicco di grano, è una figura di Cristo. Il Sole si è offerto agli uomini dapprima nel bestiame, poi nel pane e nel vino” (III, 293). Il mito di Demetra e Core è perfetto per noi: Demetra piange la figlia Core rapita e portata negli inferi. Quando riesce a tornare sulla terra, torna il sole, tornano le messi, la terra rifiorisce. Ricordiamo Astrea? Si tratta dello stesso movimento: Astrea è il pane, è Core, è il Sole, è la spiga, è la giustizia che torna sulla terra, che la illumina e che la rende feconda. Più di questo sul pane-pietra-parola-nutrimento di giustizia non posso aggiungere qui, perché ci sono domande che vanno lasciate tali. Anche Simone Weil ne lascia una cruciale: “L’acqua del battesimo, il pane dell’ostia, hanno effetti soprannaturali perché sono carichi di soprannaturale. Ma mediante quale meccanismo?” (II, 269).

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