La parola in teatro

Sul palcoscenico ogni parola deve acquistare un peso significante e definitivo come se fosse pronunciata per la prima volta, come se nascesse dal silenzio; così ogni gesto deve diventare assoluto, divenuto tale partendo dall’immobilità. La conduzione della recitazione è nel senso di un’estrema semplificazione, dentro un ritmo che tutto contiene, per cui sentimenti, passioni, emozioni vengono chiusi nelle parole, nella misura precisa di un verso. Il verso è l’essenzializzazione della battuta: non rimanda ad altro che a se stesso, alla definizione esatta di un sentimento, di uno stato d’animo che chiede di essere nominato. Per recitare così occorre una preparazione particolare, diciamo speciale: la recitazione deve essere respirata, per immettere il timbro della voce in un’assoluta cristallina purezza, senza compiacimenti, senza svolazzi, senza inutili cadute di tono, ma con una tensione continua. 

di Andrée Ruth Shammah Direttore e Presidente, regista e anima del Teatro Franco Parenti

Queste sono le parole scritte da Franco Parenti in occasione della messa in scena del Misantropo di Molière nel 1976, non sono semplici appunti di lavoro o indicazioni di regia: sono un manifesto. Un manifesto silenzioso e rigoroso, che afferma un’idea precisa di teatro. Perché il Teatro Franco Parenti nasce, fin dalle sue origini, da una fiducia radicale nella parola, nella sua potenza creativa, nella sua capacità curativa, nella sua forza generativa. Negli anni Settanta mentre il teatro italiano cercava nuove strade – a Milano ad esempio la sperimentazione spingeva verso esperienze che mettevano al centro il teatro fisico, il movimento, a Roma invece il cosiddetto teatro delle cantine dava forma ad un teatro della visione, dell’immagine – il nostro teatro ha fatto un’altra scelta, la nostra ricerca, la nostra volontà di sperimentare nasceva dalla parola stessa: c’era la parola classica, ma anche la parola testoriana, la rivoluzione non era fuori – nel corpo o nello spazio – era dentro, dentro una parola che scardina i confini linguistici, ricca di fonemi, di significati.

Una parola che si rivoluziona da sola, che si evolve e chiede un corpo per potersi compiere, che si incarna, che prende fiato, sudore, voce, che non può essere detta senza attraversare il ventre dell’attore. Negli anni questa scelta si è riconfermata, si è affinata, si è fatta sempre più consapevole. E oggi, in un tempo in cui le parole sono ovunque ma sembrano avere sempre meno peso, scorrono veloci, si consumano: il teatro continua a compiere un gesto insieme semplice e difficilissimo: restituisce loro tempo. Tempo per nascere, per essere ascoltate, per depositarsi e trasformarsi in esperienza.

In teatro la parola torna a essere linguaggio e complessità, oppone alla velocità una resistenza gentile ma ostinata, chiede attenzione in un tempo che la disperde. Le restituisce il suo valore, il suo rischio, la sua responsabilità. Non una parola ornamentale o decorativa, ma una parola che accade, che impegna chi la pronuncia e chi la ascolta. È per questo che continuo a credere in un teatro di parola. Perché la vita è una cosa seria’ e proprio il teatro, questo luogo fragile che spesso non viene preso seriamente, è forse il solo posto dove la vita riesce a dirsi davvero, con tutta la sua verità, la sua passione, il suo mistero.

Il solo posto dove la parola non si consuma, ma si condivide e, ogni sera, nel silenzio che la precede, trova ancora la forza di nascere.

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