Una conversazione con Andrea Morniroli, Assessore alle Politiche Sociali e alla Scuola della Regione Campania
di Annamaria De Paola
Negli ultimi anni, anche nelle società opulente dell’Europa occidentale, è tornata con insistenza un’espressione che si pensava relegata ad altri contesti storici e geografici: povertà alimentare. Non si tratta soltanto della difficoltà di garantire pasti sufficienti, ma di un indicatore più profondo, che interroga le strutture economiche, sociali e culturali del nostro tempo. In questa conversazione, Andrea Morniroli invita a leggere la fame non com emergenza, ma come esito politico.
“La povertà alimentare”, spiega Morniroli, “non è mai un fenomeno isolato. È una delle declinazioni più evidenti di processi di impoverimento più ampi che investe l’intero ecosistema della vita quotidiana: il lavoro, l’abitare, l’accesso ai servizi, la cultura. Dipende da condizioni economiche, culturali, sociali e persino urbanistiche. Quando, ad esempio, una quota significativa del lavoro è sottopagata o precaria, basta un imprevisto, la perdita del lavoro, un danno in casa, per far precipitare una famiglia nella povertà assoluta, e quindi anche nell’impossibilità di garantirsi un’alimentazione adeguata. È un fenomeno che si intreccia con altri: la povertà sanitaria, energetica, educativa. Chi non riesce a mangiare bene spesso rinuncia anche a curarsi o vive in condizioni abitative inadeguate. Tutto questo deriva da una situazione più generale. Oggi, di fatto, le politiche non contrastano la povertà, ma la considerano quasi un effetto collaterale inevitabile di un modello economico dominato dal mercato”.

Morniroli individua una frattura precisa: il progressivo venir meno dei meccanismi di redistribuzione. Un cambiamento che si colloca in tensione con i principi sanciti dalla Costituzione italiana, in particolare gli articoli 3 (uguaglianza sostanziale), 41 (limiti all’iniziativa economica privata) e 47 (tutela del risparmio e funzione sociale del credito), che definivano un equilibrio tra libertà economica e interesse collettivo. “Oggi”, afferma, “il mercato tende a governare da solo, senza vincoli. E in questo modello le disuguaglianze vengono considerate quasi inevitabili”.
Il risultato è una polarizzazione crescente: concentrazione della ricchezza da un lato, espansione delle vulnerabilità dall’altro. La fame si colloca esattamente in questo spazio di frattura. Anche le città, spesso celebrate come motori di sviluppo, raccontano questa contraddizione. Accanto ai centri della ricchezza emergono aree di esclusione sempre più marcate. Ma la periferia, avverte Morniroli, non è soltanto una questione di distanza geografica. È una condizione sociale. “Esistono periferie nel cuore delle città”, luoghi in cui si concentrano povertà educativa, fragilità economica e isolamento culturale. In questo contesto si afferma anche il concetto di “deserto alimentare”: non semplicemente assenza di cibo, ma difficoltà di accesso, mancanza di opportunità, impoverimento delle reti sociali.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di aiuto: banchi alimentari, mense solidali, distribuzione di pacchi spesa. Risposte necessarie, ma ambivalenti. Morniroli introduce una distinzione cruciale: quella tra solidarietà e carità. La prima implica reciprocità, riconoscimento, diritti. La seconda rischia di produrre dipendenza e asimmetria. “Fare del bene”, osserva, “può mettere a posto la coscienza di chi lo fa, ma non cambia le condizioni strutturali”. In Italia, per decenni, si è tentato di costruire un modello diverso attraverso importanti riforme del welfare, come la Legge Basaglia, che ha rivoluzionato il sistema psichiatrico chiudendo i manicomi e affermando un approccio centrato sui diritti e sulla comunità, o la Legge 285 del 1997, che ha promosso politiche integrate per l’infanzia e l’adolescenza. Queste normative rappresentavano un’idea di welfare orientata all’emancipazione, non all’assistenza. Il nodo, ancora una volta, è politico. Negli ultimi decenni, lo Stato ha progressivamente arretrato dal proprio ruolo di garante dei diritti. Da un lato, trasferendo funzioni al mercato, attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni. Dall’altro, scaricando responsabilità sulle famiglie, e quasi sempre sulle donne. Ciò che resta è un welfare sempre più residuale, orientato più al contenimento che alla trasformazione: “un sistema che gestisce le povertà invece di contrastarle”. In questo quadro si inserisce anche il dibattito su strumenti come il Reddito di cittadinanza e il successivo Assegno di inclusione, che per Morniroli segnano il passaggio da una misura universalistica a una più selettiva e restrittiva, incapace di rispondere alla complessità delle condizioni di povertà contemporanee. In questo scenario, le esperienze di mutualismo, forni sociali, cucine comunitarie, reti di quartiere assumono un valore ambivalente. Possono rappresentare spazi di resistenza e innovazione, ma solo a una condizione: che non sostituiscano il pubblico, bensì lo rafforzino. “Il terzo settore”, sottolinea Morniroli, “deve considerarsi parte della funzione pubblica”. Quando diventa mero erogatore di servizi, rischia di contribuire allo smantellamento del welfare. Quando invece opera in una logica di co-progettazione, può essere motore di trasformazione.
Il discorso si allarga inevitabilmente alle nuove generazioni, spesso descritte come disimpegnate. I giovani appaiono in realtà portatori di una domanda politica forte, ma inespressa nelle forme tradizionali. Secondo Morniroli, una larga maggioranza riconosce l’importanza della politica, ma solo una minoranza vi partecipa attivamente.
Non è disinteresse, ma sfiducia verso strumenti percepiti come inadeguati. I giovani si mobilitano, ma altrove: nei consumi, nelle pratiche quotidiane, nelle piazze tematiche. A livello globale, la fame continua a essere raccontata come un problema di scarsità. Eppure, i dati mostrano il contrario: il cibo prodotto sarebbe sufficiente per tutti. La questione, allora, è di distribuzione. E di potere. Guerre, crisi climatiche e speculazioni finanziarie aggravano il quadro, ma non ne sono l’origine. Il nodo resta l’organizzazione economica e politica del sistema alimentare.
Morniroli propone tre direzioni di cambiamento. La prima è culturale: riconoscere che povertà e disuguaglianze non sono inevitabili, ma il risultato di scelte. La seconda è economica: restituire centralità al lavoro e alla redistribuzione della ricchezza, in coerenza con i principi costituzionali. La terza è simbolica e politica: cambiare il modo in cui raccontiamo le fragilità, smettendo di ridurle a colpe individuali e tornando a riconoscerle come questioni collettive. “Welfare, educazione, contrasto alla povertà”, conclude, “non sono effetti dello sviluppo, ma le sue condizioni”.
In questa prospettiva, la fame non è soltanto una privazione materiale. È una misura della qualità democratica di una società. E, soprattutto, una responsabilità condivisa.
