Utopia, parola e coscienza
Approfondimento sulla Pedagogia di Paulo Freire curata da Fratel Silvio da Silva dei Poveri Servi della Divina Provvidenza
Introduzione e traduzione di Giovanna Martelli

Riprendiamo il nostro racconto. Václav Havel, Charta 77, Eva Perón e Paulo Freire legati dalla condivisione di una stessa domanda: che cosa accade quando la parola smette di essere consenso omologato e diventa espressione di libera coscienza? È in questa circolarità, tra dissidenza, corpo e pedagogia, che ERRE sceglie di collocarsi. Se, come ci ricorda Václav Havel, il potere si regge sulla collaborazione quotidiana alla menzogna, allora il linguaggio non è mai neutro. Può riprodurre l’ordine esistente oppure interromperlo; può anestetizzare o aprire uno spazio di verità. È in questo solco che Paulo Freire colloca la pedagogia come pratica politica: il dire non come ornamento del discorso pubblico, ma come gesto che tiene insieme consapevolezza, relazione e assunzione di responsabilità. Come in Charta 77, anche in Freire la trasformazione non nasce dalla conquista del potere, ma dalla sottrazione all’inganno. Imparare a leggere il mondo significa smettere di subirlo; nominare l’oppressione significa renderla visibile e quindi contestabile. È una logica che attraversa anche figure che hanno abitato il potere senza coincidere con esso, come abbiamo scritto raccontando Eva Perón: la parola capace di rompere l’equilibrio simbolico dell’ordine esistente. Ma la pedagogia della parola, per Freire, non è mai separabile da una tensione utopica. Non un’utopia come fuga dal reale, bensì come orizzonte critico: ciò che rende il presente non definitivo. In questo senso, l’utopia è lo strumento utile per impedire l’immobilismo e mantenerci in cammino. Nel tempo presente, segnato dallo svuotamento della partecipazione, il linguaggio torna a essere una pratica innovativa di valorizzazione del bene comune.L’utopia non è un altrove irraggiungibile, ma la misura critica del presente: ciò che ci impedisce di accettare l’esistente come destino e ci obbliga, ogni volta, a rimetterci in cammino.
di Fratel Silvio da Silva
Poveri Servi della Divina Provvidenza
La parola ha potere: Paulo Freire e l’educazione trasformativa
Riflessione sul ruolo della parola nella lotta per la libertà e l’umanizzazione
In quasi tutte le culture si crede che la parola abbia potere e che il potere si faccia parola. Ogni volta che si incontra il pensiero di Paulo Ruglus Neves Freire (1921–1997), noto semplicemente come Paulo Freire brasiliano del Nord-Est, si ricorda che fu lui a creare il processo educativo conosciuto come “parola generatrice”. Paulo Freire dedicò la sua vita al progetto di costruzione di un mondo più giusto e umano, animato dall’utopia della speranza, seminando un’educazione liberatoria e generativa. È stato un pedagogista del popolo, pensatore dell’educazione popolare, viandante dell’utopia, seminatore di speranza e costruttore di un progetto di nuova società. Chi legge queste parole non può che concordare sul fatto che la parola ha potere. E non si tratta di un potere qualsiasi, ma di un potere capace di rovesciare chi si sente e/o si crede potente.
La parola come arma contro l’autoritarismo
I cosiddetti “potenti del mondo” non temono le armi, perché sanno bene come usarle. Temono invece coloro che si difendono con il potere della parola. Paulo Freire comprese questo molto presto e fece di questo paradigma il suo strumento più potente, capace di intimidire coloro che detengono un potere privo di autorità ed esercitato solo attraverso violenza e oppressione. La sua origine di brasiliano del nord est, prossimo alla Foresta Amazzonica, gli mostrò fin da giovane la differenza tra il potere legato alla partecipazione e la tutela dei diritti verso chi sceglie l’oppressione per imporsi. Chi possiede autorità non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare: la sua voce risuona tra persone libere e genera l’atto più bello delle relazioni umane, il dialogo. L’autorità conferisce uguaglianza, fraternità e compagnia a chi dialoga. L’autoritarismo, al contrario, ha bisogno di forza, intimidazione, coercizione e violenza per rendere percepibile la propria presenza.
Educazione come cammino di autonomia e resistenza
Nel suo percorso di vita, Paulo Freire visse ciò che insegnava: «il maestro è colui che, all’improvviso, impara». Fece di questa idea il suo manifesto, affermando che nessuno insegna e impara da solo e che l’apprendimento è una strada a doppio senso. Quando non è così, l’educazione smette di essere un’alternativa all’oppressione e diventa una dipendenza tossica, un guinzaglio che controlla le direzioni da seguire. E questo non è mai libertà. Quando la parola diventa un elemento che genera atteggiamenti impegnati verso l’autonomia, essa si trasforma in un vero antidoto all’autoritarismo. La parola è infatti la chiave della resistenza, che nasce dalla relazione intrinseca tra teoria e pratica. Questa relazione è legata alla formazione della coscienza che, secondo Freire, è caratterizzante, critica, orientata all’etica e rappresenta un approfondimento strategico della Pedagogia della Domanda. Questo modo di pensare e di leggere la realtà, che può essere messa in discussione provoca inquietudine in coloro che usurpano il diritto di parola del popolo e lo sottomettono a un silenzio servile attraverso la repressione. In questo modo, le persone vengono disumanizzate, trasformate in oggetti da manovrare, utilizzando religione, educazione e cultura come strumenti ideologici di sottomissione.
Contro l’oppressione: la rivoluzione delle quaranta ore di angicos
Nel 1963 Paulo Freire propose ai suoi studenti un’esperienza pedagogica chiamata “Le Quaranta Ore di Angicos”. Con sole quaranta ore iniziò una rivoluzione di potenza straordinaria. Dalla piccola città di Angicos, nello Stato di Pernambuco, nel Nord-Est del Brasile, l’esperienza si diffuse in tutto il paese e oltrepassò i confini nazionali, radicandosi in America Latina, Europa e Africa. Freire era convinto che la parola generatrice fosse anche una parola salvatrice, capace di sottrarre le persone all’analfabetismo e di condurle alla luce della conoscenza e al riconoscimento di sé come soggetti, come cittadini portatori di diritti. C’è un testo biblico chiamato Magnificat (Luca 1:46-55) che riflette molto bene la vita e la filosofia di Paulo Freire. La sua audacia, considerata sovversiva dai potenti, riuscì a rovesciare il modello educativo generatore di individui alienati e nuovi oppressori, istituendo un’educazione generativa che prepara le nuove generazioni a crescere libere e le generazioni più anziane a riscattarsi. Con questo paradigma, il potere si sposta dagli oppressori alle persone comuni, che iniziano a fare le proprie scelte consapevolmente e liberamente. È qui che gli umiliati vengono esaltati, emergono dall’oppressioni e diventano protagonisti del proprio destino.
Molti sostengono addirittura che il popolo non sappia scegliere e, di tanto in tanto, in un momento di disorientamento e di smarrimento della memoria storica possa anche scegliere “le cipolle d’Egitto” (Numeri 11:5), scegliendo l’autoritarismo anziché la via della democrazia. Tuttavia, la necessità della libertà, la necessità di essere artefici della propria vita fa riacquistare consapevolezza critica e riassumere la propria postura di cittadini consapevoli. La pedagogia di Paulo Freire è un momento spartiacque, possiamo tracciare un parallelo con un altro passo biblico: “Il popolo che viveva nelle tenebre ha visto una grande luce” (Isaia 9:2). Questa luce non acceca, ma restituisce la vista, apre gli occhi e permette di vedere la luce che porta liberazione, speranza e salvezza a coloro che vivevano nelle tenebre e nell’oppressione. Per chi, dopo tanti anni di vita e fatica, ha imparato a leggere e scrivere in 40 ore, la vita rinasce con una tonalità diversa. L’oscurità del passato si trasforma in una visione a colori, multicromatica, il bianco e il nero non sono più le uniche alternative. “Non puoi”, “è sempre stato così” non sono più l’unica risposta, perché siamo noi stessi a fare la differenza.
Coscienza critica e trasformazione sociale
Per Freire non esiste coscienza senza pratica. Non si può comprendere la realtà senza esserne parte. Una conoscenza fondata solo sulla teoria rischia di essere il prodotto di un pensiero unico e ricco di pregiudizi. Per questo la sua proposta pedagogica si fonda sull’unità dialettica tra azione e riflessione, come via necessaria per trasformare il mondo in accordo con la natura umana. Ogni trasformazione passa attraverso l’educazione, perché non è l’educazione a cambiare il mondo, ma sono le persone a trasformare il mondo. L’educazione è un atto politico e la pedagogia diventa pratica di libertà: uno spazio in cui il soggetto oppresso può elevarsi a soggetto della storia, riconquistando autonomia e dignità attraverso un’educazione orientata alla liberazione umana.
Esilio e difesa della vita
Paulo Freire fu esiliato perché insegnò ai poveri e agli oppressi a leggere. Dare parola a chi era stato ridotto al silenzio significò rompere l’equilibrio del potere delle élite economiche, politiche e culturali. Freire difese la vita nella sua interezza e affermò che essa deve essere vissuta con dignità e libertà. Questo minacciava un sistema fondato sulla paura, sulla violenza e sulla concentrazione del potere. Attraverso la parola, l’essere umano diventa più umano, costruisce se stesso e la comunione con gli altri, umanizzando il mondo. La parola diventa così strumento di liberazione e di trasformazione sociale collettiva.
Umanizzazione, solidarietà e consapevolezza
Il potere disumanizza non solo coloro che sono vittime delle atrocità che l’oppressione infligge. Anche se non lo ammette, l’oppressore si sente inferiore, perché, che lo voglia o no, la sua coscienza naturale gli ricorda che la sua vittima è un essere umano come lui. La disumanizzazione, pur essendo un fatto concreto nella Storia, non è tuttavia un destino dato, bensì il risultato di un ordine ingiusto che genera l’esperienza degli oppressori, e questa, a sua volta, genera l’essere inferiore.” L’umanità sta vivendo un momento cruciale della sua esistenza. Vive tra un’ideologia che teoricamente difende la religione (Dio), il territorio (la patria) e la famiglia. I fautori di questa ideologia, nella pratica, non credono in ciò che propugnano, perché per la stragrande maggioranza di loro, le loro azioni non corrispondono a ciò che dicono, vivono e fanno nel loro interesse. E poiché la Pedagogia degli Oppressi è la ricerca del ripristino dell’intersoggettività e si presenta come la pedagogia dell’essere umano, provoca rotture perché scuote lo status quo del potere autoritario che si considera sacro e amato da Dio e dalla religione.
Partecipazione popolare ed educazione critica
Freire comprende che esiste un solo modo per trasformare la realtà: una partecipazione popolare attiva ed efficace, in cui i cittadini abbiano spazio, voce e voce in capitolo – un’utopia che ha reso l’avvento della libertà sempre più vicino. Mentre i potenti avevano a disposizione denaro, la macchina pubblica e la magistratura, le “masse popolari” avevano solo il loro voto, che, solitamente a causa della mancanza di conoscenza e di una maggiore consapevolezza critica, veniva comprato con minacce e ricatti. Questo perché la maggior parte delle persone era analfabeta, ed è in questa lacuna che si manifesta il genio di Freire: affinché il cambiamento avvenga, le persone devono sentirsi soggetti della propria storia, imparare a leggere il mondo e a scrivere la propria realtà. Interiorizzare nuovi valori, provare nuovi sentimenti e lasciare che fiorisca in sé ciò che anni di schiavitù e oppressione hanno cercato di cancellare la libertà interiore, che, rafforzata dal potere della conoscenza, spezza le catene esterne dipendenza, paura e sottomissione. L’educazione come chiave del cambiamento, espressione di una potenza generativa, “non può non essere allo stesso tempo una critica della reale oppressione in cui vivono uomini e donne, e un’espressione della loro lotta per liberarsi”.
La parola come strumento di resistenza e libertà
Quando diciamo che la parola ha il potere di liberazione, questa liberazione non significa fare ciò che voglio, nel modo che voglio. La vera libertà è organizzata, sa fino a che punto può e deve arrivare, riconosce i suoi limiti, perché la libertà è veramente libera solo quando è vissuta nella collettività, e nella collettività ci sono norme di condotta a cui ogni cittadino è soggetto. Quindi, quando Freire affronta i temi della libertà, del soggetto costruttore del proprio destino e della democrazia, non esclude il rigore. Al contrario, vivere autenticamente la libertà implica un profondo rispetto per l’altro da te e pertanto delle regole comuni di convivenza.
Le guerre attuali dimostrano che chi detiene il potere opprime gli altri. Il potere, visto da questa prospettiva, si caratterizza come una grande debolezza dell’umanità. Quando qualcuno ha bisogno di usare la forza delle armi o la corruzione per convincere un altro, significa che quella persona o quel Paese non ha più alcuna autorità morale. Chi ha il potere delle parole usa la diplomazia, il dialogo e la comunicazione non violenta per affermare le proprie argomentazioni.
Il ruolo dell’istruzione nella società e l’importanza della conoscenza popolare
È urgente che tutti riconoscano che “la conoscenza popolare (non riconosciuta) è di fondamentale ricchezza per la trasformazione sociale”. Chi crede veramente che le parole abbiano potere si schiera sempre dalla parte dei “dannati della terra” e degli “esclusi”. La libertà è la capacità di scegliere da che parte stare. La libertà senza giustizia sociale non esiste. Ed è impossibile essere liberi quando a qualcuno manca il minimo per vivere dignitosamente, non ha accesso al minimo richiesto dalla condizione umana.
Conoscenza popolare e umanizzazione del mondo
Secondo Freire, la forza nasce dai deboli, dagli invisibili, dai fragili, che sono stati lasciati ai margini di quella che è diventata nota come società. Nella vera civiltà, “la parola viva è dialogo esistenziale. Esprime ed elabora il mondo, nella comunicazione e nella collaborazione. Il dialogo autentico – il riconoscimento dell’altro e il riconoscimento di sé nell’altro – è decisione e impegno a collaborare alla costruzione del mondo comune.”
In questo senso, possiamo affermare che Paulo Freire è stato un grande esponente della lotta per l’umanizzazione del mondo. L’umanizzazione avviene quando la parola è permessa, non quando viene soffocata. La persona coscientizzata cessa di essere ingenua, inizia a leggere la realtà da una prospettiva che fino ad allora temeva o negava. E qui nasce quello che viene chiamato il “pericolo della coscienza critica”. Chi crede e sostiene che in ogni cosa ci siano due o più lati non accetta discorsi senza prima analizzarli e confrontarli con la realtà, e questo atteggiamento gli dà potere, perché gli dà la possibilità di costruire ed esporre anche il proprio punto di vista. Questo punto di vista, visto da un altro punto di vista, con un’altra angolazione, più ampia o più ristretta, ma sempre partendo da una visione.
Coscienza critica: pericolo e potere della parola
Quando Freire parla di un’educazione liberatrice che genera consapevolezza, in realtà sta riconoscendo alla parola “imparare” una emancipazione da ciò che viene definito insegnamento. Questo nuovo modo di vedere l’educazione è un modo per portare alla luce un’umanità che si è lasciata ipnotizzare dallo splendore di una falsa libertà, in cui “ogni individuo è parte di una vasta macchina produttiva organizzata, che, per funzionare bene, deve farlo senza difficoltà o interruzioni, diventando solo un ingranaggio di tale macchina, diretto e manipolato”.
L’attualità del pensiero di Paulo Freire
Paulo Freire è scomparso da alcuni anni, ma i suoi scritti e discorsi sono così attuali che sembrano scritti e pronunciati ieri. Era un profeta, o siamo noi, l’umanità, quelli che vanno e vengono negli anni e continuano ad agire allo stesso modo? Potremmo anche pensarlo, l’umanità non cambia. Siamo ciò che siamo. Ma non è vero. I paesi attraversati da Freire rappresentano una linea di demarcazione tra il prima e il dopo di lui. E da questi paesi, ha finito per estendersi al mondo. E questo dimostra che le sue parole non erano vuote, non suonavano come un cembalo che suona senza dire nulla. La potenza del suo pensiero e la forza della sua parola riecheggiavano e si sentivano in ogni continente, anche coloro che non amano il suo modo di pensare, riconoscono la validità della sua pedagogia. La potenza della parola in ogni situazione genera libertà, quando ciò che si insegna e ciò che si impara non è qualcosa di ordinato, ma nasce dalla conoscenza del Popolo. “Il Popolo è fonte di ispirazione, perché è l’essenza della realtà”. Pertanto, la necessità di soluzioni e proposte per i problemi della società passa necessariamente attraverso la valutazione di coloro che vivono nello spazio del cambiamento.
Tutta la società è uno spazio di cambiamento, ma quando ci avviciniamo a Paulo Freire, si può dire che “la scuola è un luogo speciale, un luogo di speranza e di lotta”. È a scuola che la persona inizia a comprendere se stessa come soggetto con una voce e un luogo. La scuola diventa quello spazio che garantisce alla persona di percepirsi come soggetto politico, che costruisce pensiero, sintetizza idee e filtra ideologie. “È incredibile che non immaginiamo il significato del ‘discorso’ formativo che rende una scuola rispettata nel suo spazio”. A scuola, il potere della parola si espande, assume nuovi contorni, il suo significato non è più un pensiero unico, perché una volta socializzato, diventa di dominio pubblico e si apre a infinite interpretazioni e contestualizzazioni.
Parola, contesto e verità
Il potere della parola è sempre maggiore quando è pronunciata nel suo contesto. Parole senza fondamento, senza contesto, finiscono per fungere da contenuto di supporto per pseudo-ideologie, generando “fake news”, uno strumento utilizzato per la disinformazione e la decostruzione delle democrazie. Potremmo sostenere che, partendo dalla Pedagogia degli oppressi, la maggior parte degli stati che si dichiarano liberi non lo sono ancora, perché o il potere è ancora nelle mani di un dittatore, oppure questo potere è costantemente minacciato da un’élite che non pensa oltre i propri interessi. Possiamo dire che il mondo vive in una società del conflitto, ovvero “una società che non ha ancora raggiunto la sua libertà, ma solo la possibilità di dire di non essere libera”.
Intellettualità e sottomissione
Quando una parola raggiunge il suo potere, genera atteggiamenti e risveglia negli individui quella che Gramsci chiamava intellettualità. Secondo lui, “tutti gli uomini sono intellettuali, ma non tutti gli uomini svolgono la funzione dell’intellettualità nella società”. Ed è ciò che vediamo oggi in tutto il mondo: le persone delegano le proprie capacità decisionali ad altri, che, il più delle volte, sono coloro che inducono a credere di sapere cosa è meglio per il popolo. E cosa vediamo? Interi popoli che vivono come una massa manipolabile, sfruttata e sottomessa ai capricci e agli interessi di coloro che pretendono di conoscere i loro reali bisogni e organizzano il mondo tra vincitori e vinti, instaurando il principio della meritocrazia, in cui i “vinti” non avanzano mai; al contrario, diventano ogni giorno più emarginati e diseguali, e il loro prezioso lavoro e la loro produzione valgono ciò che i “padroni” decidono che debbano valere. Ciò amplia ulteriormente il divario abissale che già esiste tra coloro che possono e fanno ciò che vogliono e coloro che non possono e si sottomettono al potere oppressivo. A tal fine, fanno di tutto “affinché la situazione concreta di ingiustizia non diventi una chiara ‘percezione’ per la coscienza di coloro che soffrono”.
Pratica Trasformativa e Uguaglianza Umana
Possiamo dire che è la coscienza risvegliata dal potere della parola letta, compresa e pronunciata che fa sì che il mondo si muova verso un processo di cambiamento. Sottolineiamo che la Storia è sempre stata dialettica e, senza questo principio, che si trasforma in prassi, l’Umanità può continuare a seguire una strada a senso unico e le cose non cambieranno mai. Solo “la prassi come riflessione e azione degli esseri umani sul mondo per trasformarlo è la via per superare la contraddizione oppressore-oppresso”. Gli esseri umani sono stati creati uguali in tutto. Non c’è traccia nelle origini umane che alcuni siano stati superiori ad altri. È necessario che tutti rivendichino il diritto di parola e il suo potere affinché l’uguaglianza del creato possa essere ripristinata. È tempo di “staccare la spina” dagli oppressori, di privarli del potere che hanno acquisito imponendo la paura ed esercitando la violenza sui più vulnerabili.
Conclusione: la parola come via di liberazione
La parola sarà sempre lo strumento che conduce gli oppressi verso un cammino di liberazione. Sarà sempre la parola che concede alle persone il privilegio di essere capitani delle loro navi e padroni del loro destino. È tempo di dare il vero significato alle parole. È tempo di correggere la parabola del mondo, che si allontana dalla verità e chiama il potere “forza”, misura il valore in base all’efficienza, confonde il comando con l’autorità e l’influenza con la verità. Quando la parola diventerà la Stella Polare, la direzione della vita, l’umanità acquisirà un potere mai immaginato prima e potrà essere ciò che è: uno spazio per uguali, dove legge, giustizia e pace saranno il territorio della convivenza pacifica, senza iniquità o vizi che possano rompere l’armonia con cui l’Universo è stato creato. Non importa quando, ma un giorno gli oppressi saranno i soggetti delle loro storie e i proprietari delle loro parole – e il potere apparterrà al Popolo, che avrà una voce e un posto. È solo questione di tempo.