di Daniele Cortese – Musicista
Il tempo interrotto
La trap nasce da una certezza che fingiamo tutti di non sentire: il futuro non arriverà. Se un tempo si cresceva con la promessa di un domani migliore — studia, lavora, farai strada — e l’ascensore sociale saliva piano, ma saliva, oggi si cresce nella consapevolezza che quell’ascensore è fermo. Chi ha vent’anni non sogna di salire: sogna di non cadere. E per non cadere è necessario, indispensabile aggrapparsi al presente. Il presente, dunque, come unico orizzonte rappresenta l’approdo esistenziale e creativo dei trapper italiani.
Non si parla più di domani, ma di adesso, del subito.
Shiva in Auto Blu (2020, feat. Eiffel 65) canta:
“Corro in ‘auto blu
fumo solo gas
bevo per dimenticare
vivo in fretta, fra’, domani chissà.”
Baby Gang in Casablanca (2021) ribadisce lo stesso sentimento:
“Fratelli dentro in cella
io fuori che faccio guai
oggi spendo tutto
domani non lo so mai.”
È il trionfo dell’istante, la dittatura del presente.
Sfera Ebbasta si veste d’oro e di diamanti. Catene al collo, auto da sogno, abiti griffati. Non è ostentazione ingenua come sembrava essere quella di un certo gangsta-rap nei ’90: è corazza, maschera contro il vuoto. Qui brillare diventa difesa. In Rockstar (2018) lo dice chiaramente:
“Soldi in faccia come se piovesse
non mi fido, fra’, di nessuno adesso.”
Shiva invece corre. Le sue canzoni sono cronaca di fughe, di fratelli persi, di sirene alle spalle. La sua voce è quella di chi non sa se arriverà al giorno dopo. In Bossoli (2022, feat. Paky) canta:
“Fratè, sirene alle spalle
corro via senza guardare
i miei fratelli non ci sono più
uno in cielo, l’altro dentro.”
Baby Gang porta il carcere nei beat. Racconta la cella, le sbarre, la rissa. La sopravvivenza non è metafora, è condizione. In Marocchino (2021): “Vengo dal niente, fratè, la mia gente o è dentro o è morta.”
Simba LaRue urla la violenza come identità. Non per compiacere, ma per dichiarare che esiste, che nessuno può ignorarlo. In Tuta Black (2021, feat. Baby Gang): “Fra’, se non spari non vali, cresciuto tra gabbie e locali.”
Questi nomi non costruiscono futuro. Raccontano il presente come unica possibilità.

Il linguaggio come gabbia
Wittgenstein scriveva: “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.” Il linguaggio della trap è ridotto, ossessivo, ripetitivo: soldi, collane, pistole, carcere. Per l’adulto suona monotono, povero. In realtà è esatto: è fotografia. Se il mondo è stretto, anche le parole si restringono. La ripetizione non è difetto ma testimonianza. È la vita stessa che si ripete, identica, claustrofobica.
In Holanda (2020) Sfera Ebbasta ribadisce: “Soldi, soldi, soldi, è tutto ciò che ho intorno.” Il linguaggio trap non inventa speranze. Segna confini e svela la gabbia sociale in cui molti dei protagonisti della scena trap sono cresciuti.
La gabbia sociale prende così il posto della rabbia sociale. Una rabbia che c’è, esiste, ma non prende la forma collettiva di un “noi”, non è mai incanalata in contesti politici o rivendicativi. È una rabbia che prevede solo un “io”. Un “Es” freudiano, se la volessimo leggere in termini psicoanalitici.
Egemonia smarrita
Antonio Gramsci, nella celebre riflessione sul concetto di crisi organica nei Quaderni dal carcere, scrive: “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere.” La trap abita esattamente questa sospensione. Quando le strutture sociali e culturali del passato non reggono più — ancora secondo Gramsci — emergono i cosiddetti “fenomeni morbosi”: autoritarismi, violenze, derive sociali. Forse possiamo e dobbiamo leggere la trap (almeno quella italiana) in questa prospettiva. Non è forse una deriva del rap, che già aveva una sua dignità sociale e politica?
Non si è ancora affermato un nuovo ordine: la cultura dominante non offre più grandi narrazioni. Non c’è un mito del lavoro, non c’è un progetto collettivo, non c’è un domani condiviso. Lo Stato appare lontano, la scuola fragile, la politica muta. Restano il brand, il like, la notorietà. È un vuoto che la trap fotografa con precisione. Non costruisce ideologie, non propone utopie. Le demolisce. Mette in scena le macerie di una scena musicale in cui, dagli anni ’60 fino ai primi Duemila, impegnarsi e schierarsi era naturale per buona parte di chi faceva canzoni.
Rap e trap: due epoche
Il rap italiano dei primi anni Duemila — Fabri Fibra, Marracash, i Club Dogo — gridava ancora una possibilità. Era rabbia, ma con orizzonte. La periferia era punto di partenza, non condanna. Ce la potevi fare. Potevi salire.
Fabri Fibra in Applausi per Fibra (2006) rivendicava il riscatto attraverso la musica: “Sono partito dal basso, ora punto in alto, ho preso insulti e sputi, ora prendo applausi.” Qui la rabbia diventa motore di ascesa, non soltanto lamento.
Marracash in Badabum Cha Cha (2008) sottolineava l’orgoglio di raccontare la sua realtà, ma con lo sguardo verso un futuro diverso: “Esco dalla Barona, non da un sogno americano, ma se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque.” La periferia è marchio d’origine, ma non gabbia.
I Club Dogo in Mi Fist (2003) trasformavano la Milano grigia in teatro di ambizioni: “Milano ci ha cresciuto, ma non ci ha piegato, siamo partiti da zero e ora ci sentite ovunque.” Qui il quartiere non è condanna, ma trampolino.
La trap non grida più. Constata. Chi ce la fa è eccezione, non regola. La regola è restare qui, dove si è nati. Il futuro non è destinazione: è minaccia.
Il presente nei numeri
Non è solo percezione. I dati lo confermano. Nel 2025 in Italia quasi un giovane su cinque non lavora. E tra chi lavora, la metà non ha un contratto stabile. Un tempo il lavoro era una promessa di durata. Oggi è spezzato, breve, incerto.
L’atto di nascita della precarietà strutturale dell’esistenza dei giovani inizia nel 1997, con il primo Governo Prodi e il pacchetto Treu: la prima grande riforma del mercato del lavoro. Si diffondono lavoro interinale, contratti a termine, forme allora atipiche. Oggi il 63% degli italiani occupati ha un contratto stabile, ma tra i giovani la percentuale crolla al 42,3% (dati 2024, Agenzia per la Gioventù).
Questo è il terreno su cui nasce la trap: un presente frantumato come un beat. Una vita che non si pianifica, non si costruisce. Solo da vivere. Solo da attraversare. Le canzoni diventano la voce di chi sa che la precarietà non è parentesi, ma destino.
Il blues del presente
Il blues nacque da dolore e lavoro duro. La trap nasce da precarietà e assenza di lavoro stabile. Se il lavoro contribuisce a definire identità sociale e personale, è l’identità stessa dei giovani a entrare in crisi. Chi sono? Qual è il mio posto nel mondo? Se la risposta manca, la sofferenza no.
La trap è il blues di oggi. Mescola ferita e ostentazione, cicatrice e diamante, paura e festa. Trasforma disperazione in beat, noia in slogan. Non costruisce futuro. Testimonia l’assenza. Non apre possibilità. Resiste al nulla, anche cantando il nulla.

Club Dogo
Politiche della lingua: espansione rap, contrazione trap
La trap non ha un manifesto, ma è politica senza volerlo. Ogni volta che un ragazzo canta “soldi, catene, pistola” non costruisce ideologia, ma afferma: non c’è altro. Il linguaggio trap non è rivoluzionario. È radicale nella resa. E, per definizione, profondamente conservatore. Nega il futuro, non conosce il passato e galleggia in un eterno presente. In questa negazione mostra la crisi di un’intera società.
La resistenza della trap è ontologica, non programmatica. Il dato linguistico è rivelatore: Casablanca contiene circa 170 parole totali e 70 parole uniche. Auto Blu circa 150 parole totali e 60 parole uniche. La drastica riduzione lessicale diventa tratto stilistico e antropologico: non perché chi scrive conosca meno parole, ma perché il mondo rappresentabile è più stretto.
La trap italiana degli ultimi dieci anni non nasce per resistere, ma per sopravvivere. È una mutazione antropologica: non combatte il potere, ma la disperazione. Rafforza l’idea che la marginalità oggi non produca antagonismo, ma aspirazione a entrare nel sistema e prenderne i simboli.
Al contrario, gruppi come i Colle der Fomento elaboravano un immaginario antifascista esplicito. Frankie hi-nrg denunciava il razzismo istituzionale in Fight da faida (1993) e costruiva satira politica in Quelli che benpensano (1997), con una lingua ampia e ideologica. Gli N.W.A. con Fuck tha Police (1988) e i Public Enemy con Fight the Power (1989) trasformavano il linguaggio in atto consapevole di resistenza anti-egemonica.
La distinzione fra rap “politico” e trap “nichilista” è però semplicistica. Non tutto il rap resiste, non tutta la trap abdica. La relazione tra controcultura e lingua è dialettica, non evolutiva.
Conclusione
La trap non è musica da capire, ma da sopportare. Non consola, non promette, non eleva. Mostra. Testimonia. È il rumore secco di una generazione che non erediterà nulla. È il canto di chi sa che i padri stavano meglio. È la cronaca poetica della fine dell’illusione del progresso.
La trap non cancella il futuro. Lo nega. E proprio in questo negare sta la sua forza, la sua radicalità, la sua politica. In un mondo post-politico, dove le grandi narrazioni sono crollate e l’identità non trova più luoghi di radicamento, la trap diventa paradossalmente l’unico linguaggio politico possibile: una lingua che non propone alternative, ma mostra le rovine; non costruisce futuro, ma testimonia l’impossibilità stessa del futuro.