Il nostro motto? Non esistono cause perse

Intervista a Antonio Mumolo

Parla Antonio Mumolo, presidente dell’Associazione Avvocato di Strada Odv: “Rappresento lo studio legale più grande e più povero d’Italia: mille soci volontari e non un centesimo di fatturato. Ma da noi non paga nessuno.

di Giuseppe Picciano

“Se pensate al romanzo di John Grisham siete fuori strada. L’ho letto anch’io e me sono innamorato, ma la realtà americana è ben diversa dalla nostra: i legali che difendono le persone in difficoltà guadagnano regolarmente, siano essi al servizio di normali studi legali sia che lavorino per fondazioni benefiche. Chi viene da noi, invece, è cosciente che lavorerà a titolo gratuito e sa pure che, per statuto, le spese di soccombenza dovute dalla controparte dovrà devolverle all’associazione. Però l’accostamento a quel magnifico thriller giudiziario non ci dispiace”.

Antonio Mumolo, avvocato giuslavorista, 64 anni, brindisino, è il presidente nazionale di Avvocato di strada Odv, l’associazione bolognese che da più di vent’anni aiuta gli invisibili e i senzatetto. “Rappresento lo studio legale più grande e più povero d’Italia: mille soci volontari e non un centesimo di fatturato. Considerato il periodo, una delle forme di sostegno è il canonico cinque per mille. Ma da noi non paga nessuno. Nel 2001 abbiamo vinto la prima causa: ne sono seguite altre 40.000. Perché, come ci ripetiamo sempre, non esistono cause perse. È il nostro motto”.

L’Associazione Avvocato di Strada nacque a Bologna nel 2000, all’interno dell’esperienza di Amici di Piazza Grande, storica realtà bolognese impegnata nel contrasto alla povertà e all’emarginazione. È tra i dormitori pubblici, nei centri d’ascolto e nei redazionali del giornale Piazza Grande che prese forma l’idea di un presidio legale dedicato alle persone senza dimora. L’assenza di documenti, di residenza anagrafica e di una rete familiare di supporto rendeva le persone in strada escluse da tutto. In quel contesto, il giovane avvocato Antonio Mumolo intuì che la tutela legale poteva diventare una leva per affermare diritti, riconoscere dignità, costruire cittadinanza. Da allora, Avvocato di Strada si strutturò come organizzazione autonoma, ma profondamente legata, per cultura e valori, a Piazza Grande. Le due realtà condivisero un’idea precisa: le persone senza dimora non sono solo utenti da assistere, ma cittadini da rimettere in gioco.

Il primo progetto fu un giornale: Piazza Grande, il primo giornale scritto e venduto da persone senza dimora. Stampato a 500 lire e venduto a 1.000 o più, permetteva a chi lo distribuiva di avere un reddito per il lavoro svolto. Un’idea rivoluzionaria. “C’è una differenza enorme tra tendere la mano per chiedere l’elemosina e tendere la mano per vendere un giornale – commenta Mumolo – è una questione di dignità. Così, con un giornalista professionista, cominciammo corsi di scrittura nei dormitori”.

Tuttavia, la madre di tutte le battaglie dell’associazione è il riconoscimento della residenza alle persone senza fissa dimora. Avvocato, qual è l’attuale quadro normativo?

L’ordinamento non è cambiato. La norma che garantisce la residenza a tutti i cittadini, italiani e stranieri con regolare permesso di soggiorno, c’è. È un diritto soggettivo. Il problema è l’applicazione, spesso disattesa. Nel 2025 abbiamo affrontato e vinto 560 cause, un dato eloquente.

Ma una legge può essere interpretata?

Non si dovrebbe, ma accade. I Comuni, soprattutto i più piccoli, temono di doversi far carico di oneri aggiuntivi come, per esempio, quando si affrontano i casi inerenti a persone con problemi di salute. Ma non solo. In genere il sindaco, impegnato in decine di compiti al giorno, delega l’ufficio anagrafe a prendere in carico il caso, il quale, a sua volta, individua un dipendente che non sempre è preparato in maniera adeguata. Intendiamoci, ci sono decine di impiegati, che nelle condizioni in cui sono finite le amministrazioni locali, si prodigano con abnegazione, però la formazione in questi casi è necessaria. Ci siamo convinti a chiedere al Ministero dell’Interno l’interpretazione autentica della legge anche perché ci sono casi particolari ancora dibattuti.

Tipo?

Ne cito uno. Una persona ha un amico che vive in strada e decide di ospitarlo, ma non gli fa prendere la residenza perché se ciò accadesse tutti i beni mobili diventerebbero proprietà anche del suo ospite, quindi si assumerebbe dei rischi. Qualora, infatti, l’amico avesse dei debiti da onorare, un ufficiale giudiziario pignorerebbe tutti gli oggetti presenti in quella casa. Dunque, un tetto sulla testa sì, ma niente residenza e nessun diritto legato alla residenza, in primis quello alla salute. In queste condizioni, non si può rilasciare nemmeno la residenza fittizia poiché l’ufficiale dell’anagrafe la riconosce solo a chi vive per strada.

Gli enti locali sono più miopi o impreparati?

L’uno e l’altro, ma io credo che nei Comuni ci sia un misto di timore, di impreparazione, di atteggiamento politico e soprattutto di impostazione culturale. In questo Paese, la povertà è vissuta come se fosse una colpa grave. Finché la povertà sarà considerata una responsabilità soggettiva e non come uno status nel quale tutti possono precipitare, sarà dura se le risposte della politica non arriveranno.

Avvocato Mumolo, in strada ci sono ancora persone che abbiano deciso volontariamente di dare un taglio netto alla propria esistenza e andarsene a vivere sotto un ponte?

Smentiamo questa leggenda metropolitana. L’immagine romantica secondo la quale esistano ancora individui che vogliano mettersi sulla testa un cielo di stelle non regge più. I figli dei fiori sono spariti da un pezzo. In strada ci sono finite le vittime della crisi dei mutui, del recente Covid, dei fallimenti familiari. La verità è che la classe media sta velocemente correndo verso la povertà. Le statistiche ci dicono che un italiano su quattro è vicino alla povertà e che uno su dieci è in povertà assoluta. 

Chi sono, oggi, le persone senza fissa dimora?

I lavoratori licenziati in età “matura”, che hanno difficoltà a reimpiegarsi; i pensionati con l’assegno sociale da fame; gli imprenditori falliti; i padri separati; i piccoli artigiani costretti a chiudere bottega. Insomma, è il vicino della porta accanto che finisce per strada, perde la residenza e diventa invisibile. 

Perché la residenza alle persone senza fissa dimora è una questione fondamentale?

La legge italiana collega alla residenza una serie di diritti di base: senza, non si può ottenere un lavoro; non si può avviare un’attività autonoma; non si può chiedere l’assegno di inclusione; non si può beneficiare di alcun sostegno sociale; non si ha diritto al voto e soprattutto nessun diritto alla salute. Una persona che finisce in strada non si può curare, riceve solo prestazioni di pronto soccorso. Allora può decidere di lavorare in nero e farsi sfruttare. Non avere la residenza vuol dire essere invisibili. Non riconoscere la residenza vuol dire violare molti dei diritti sanciti dalla Costituzione.

Assistere le persone senza fissa dimora, considerate tra le più fragili, significa offrire loro anche il pane dello spirito?

Le cito le parole del vescovo di Pesaro che venne a farci visita quando aprimmo il nostro sportello nella sede della Caritas: “Vi paragoniamo a una sala parto perché date una nuova vita alle persone”. Stare vicini a questi cittadini bisognosi, ritemprare il loro spirito e la loro forza di volontà ci rende orgogliosi. Abbiamo scelto di restituire un po’ della nostra fortuna al prossimo.

Com’è strutturata “Avvocato di strada”?

Abbiamo decine di sportelli territoriali in tutta Italia, ci avvaliamo della collaborazione di un migliaio di legali e di trecento volontari, molti dei quali delegati alla prima accoglienza di queste persone. Siamo laici, ma collaboriamo proficuamente con decine di associazioni cattoliche, Migrantes, Caritas, Papa Giovanni XXIII, Sant’Egidio, che ci ospitano nelle loro sedi. Spesso sono loro il giusto tramite tra le persone in difficoltà e noi.

Avvocato Mumolo, quotidianamente vi fate carico di enormi situazioni di disagio sociale quindi vi immaginiamo anche un po’ arrabbiati. La sede di Via Malcontenti ve la siete cercata o è stata casuale?

Ci siamo capitati. Siamo una delle poche associazioni bolognesi che non chiede soldi al Comune, di solito molto generoso nei confronti di chi pratica volontariato, ma dobbiamo sentirci liberi di intentare causa a tutti. Abbiamo partecipato a un bando per una serie di appartamenti disponibili, e lo abbiamo vinto, così siamo finiti in questi locali di Via Malcontenti, stradina parallela di via Indipendenza. Nomen omen, evidentemente.

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