Il linguaggio come vertenza

Che tempi sono questi in cui parlare agli alberi sembra quasi un delitto. Perché ciò comporta il silenzio su tanti misfatti.

Bertold Brecht “A coloro che verranno”, 1939.

di Mario Morcellini Professore Emerito di Comunicazione a La Sapienza Università di Roma, già Commissario AGCOM

La riflessione che il testo mette in campo è quella di assumere il linguaggio come una vertenza decisiva nella discussione culturale sul nostro tempo, che sappiamo connotato da “passioni tristi”. Del resto, una parte decisiva della qualità delle relazioni che intratteniamo con gli altri è legata alla precisione e chiarezza del nostro modo di comunicare e di esprimerci, in contrasto con le tante disfunzionalità espressive che letteralmente marcano il nostro tempo. Per capire fino in fondo la radicalità di questo assunto, pensiamo a quanto le attività più pregiate e simboliche degli uomini, dalla religione alla scuola, dalle istituzioni alla politica, si fondano tutte sul principio che il linguaggio è la funzione decisiva per la costituzione di una società umana. Maneggiare con cura le parole, perché non diventino contundenti come le armi. In giro, ce ne sono già troppe. A pensarci bene, una rinnovata attenzione al linguaggio va vissuta come una vera e propria fonte di benessere, quasi una politica pubblica, poiché procura l’inestimabile miracolo di ridimensionare le periodiche ondate di propensione al nichilismo, contrastando così la diffusione di una banale visione scettica del fare e dell’agire umano.

Proviamo allora a salire d’intensità, assumendo che il linguaggio è una delle facoltà più decisive e spirituali dell’uomo: non a caso, è l’oggetto pregiato di una straordinaria “concentrazione di attenzioni” da parte della formazione, dalla scuola all’università, fino alla vita pubblica. Ma c’è di più. Per capire fino in fondo la sua importanza in un tempo come il nostro, ricordiamoci che le rivoluzioni più importanti dell’ultimo secolo hanno tutte a che fare con la tecnologia del linguaggio, e dunque l’abbigliamento della nostra mente. Un’attenzione simile è alla base della fioritura di Codici deontologici e carte etiche che tematizzano il linguaggio e la comunicazione pubblica. Esse hanno a che fare con la sostanza delle espressioni e con la scelta delle parole, ponendosi come movimento cultura le, fondato sul riconoscimento che i nuovi soggetti collettivi chiedono essenzialmente cittadinanza mediale.

Ancora una volta, la vertenza è sull’uso intelligente delle parole. La tematica ha a che fare del resto con il ritmo con cui in particolare le società contemporanee hanno elaborato nuovi diritti, collegati a diverse e più aggiornate aspettative sociali e dunque all’inestinguibile desiderio di miglioramento che gli esseri umani immettono nella scena della storia. Stando alle narrazioni mediali, sembrerebbe che ci siano solo politiche e Stati canaglia. C’è sempre molto di più, semplicemente adottando uno sguardo più completo e dal basso. Le parole hanno invece la forza di associare le persone. Certo, questa frase farà pensare ai troppo celebrati teorici della società dello spettacolo, ma proviene nientemeno che da Aristotele, e poi da uno studioso come Bacone, che ha forgiato la frase cinque secoli fa. Per di più, esse rappresentano il contrario della violenza, che infatti ricorre ad un altro lessico, quello cacofonico degli slogan e non certo alla sequenza organizzata e razionale delle parole. La questione è di scottante attualità nel mondo scientifico, ma ancor più ampiamente nel dibattito culturale, allarmato dalle conseguenze tutt’altro che entusiasmanti dell’exploit della polarizzazione anzitutto nei media.

Non a caso, Pina De Simone e Donatella Pagliacci ci hanno ricordato (nella rivista Dialoghi, n° 3, 2025) che “grazie alla condivisione dei racconti si rafforza anche il legame comunitario”, poiché, quando le narrazioni “sono opportunamente sorvegliate, hanno il vantaggio di permettere la condivisione di un bene non più privato: la nostra storia”, che è di ciascuno e di tutti. Il saggio così continua: “La narrazione aiuta a comprendere, indirizzando lo sguardo e l’intelligenza sul senso di ciò che si vive. Certo, può accadere che si rimanga indifferenti rispetto alla narrazione dell’altro, così come si può essere invece travolti da narrazioni costruite ad arte che pretendono di produrre il reale.

Ma quando la narrazione nasce dalla profondità dei vissuti, e da essa si lascia toccare, la comprensione a cui apre si fa cura.” È una messa in bella, impegnativa per tutti noi, dello scambio immateriale in cui consiste l’atto di comunicare ma anche quello più strettamente professionale di informare, soprattutto se inteso come incontro: il passaggio di mano in mano dei messaggi avvicina poeticamente i versanti dell’interazione, fondandosi sulla profondità del vissuto. Tutto ciò trova la sua base nella professionalità, coinvolge anche l’esperienza, ma soprattutto esprime la disponibilità ad imparare continuamente dalla relazione.

Anche quella virtuale. Fin qui, tuttavia, concetti e discorsi erano già abbastanza noti nella cultura scientifica contemporanea. Ma tutto cambia dopo l’exploit delle informazioni e la pulviscolare esperienza di informazioni coriandolizzate nei mondi digitali e social. Non è questione secondaria, poiché entra allora in discussione la possibilità di una saldatura tra la scienza di ieri e il fabbisogno conoscitivo di oggi.

Finora appariva in modo netto che il risultato più universale del “massaggio comunicativo” ai pubblici contemporanei non consisteva nell’indirizzarli verso obiettivi più o meno definiti, entro un disegno che sbrigativamente definivamo manipolazione o influenza sulle coscienze. Ebbene, e non da poco tempo, sappiamo con certezza che il vero potere della comunicazione non consiste nel dirci “cosa credere”, quanto nel definire ed amplificare le cose di cui parlare pubblicamente. È la questione della tematizzazione e della rilevanza, su cui si affatica la nuova scienza dei media. In altri termini, essi non ci insegnano dunque cosa fare o pensare, ma ci impongono i temi di cui parlare e discutere pubblicamente.

Dunque si staglia di fronte a noi la presa di coscienza che i fatti sociali diventano leggibili se l’informazione si mette in mezzo tra realtà e rappresentazione, esattamente come deve fare tra potere e società. Gli uomini sono tali perché si scambiano simboli e immagini, e dunque la  costruzione dell’idea del giornalismo si fonda sul potere della simbolizzazione, che sempre ha fatto parte della storia umana.

Torniamo allora al fatto, all’evento, perché è la materia prima su cui si fonda la straordinaria storia del giornalismo. Non a caso, studi non recenti, condotti soprattutto per la Rai mi hanno portato alla definizione di fatto-problema, nel senso che deve essere una specifica cura dell’informazione selezionare tra i fatti quelli rilevanti, cioè idonei a rendere trasparente le dinamiche del cambiamento sociale contemporaneo, e dunque rafforzare le capacità cognitive dei pubblici.

Oggi, aggiungerei a questa priorità il dovere della spiegazione. Dobbiamo ammettere che finora siamo stati sottoposti all’ipertrofia della cronaca, della sorpresa, mentre il giornalismo soprattutto italiano troppo poco prende coscienza che deve raccontare i fatti, alla condizione però di accompagnare, gradualmente e con prudenza, i lettori ad una dimensione di contestualizzazione degli eventi avvenuti, che è il primo passo per l’interpretazione, ma anche per recuperare serenità rispetto alla frequente luttuosità degli eventi.

Come scrive una giovane studiosa, Edvige Danna, si tratta di “riportare i fatti ma al tempo stesso costruire senso, corroborare identità”, anche perché “gli algoritmi a loro volta privilegiano contenuti e colori a tinte fosche, che favoriscono emozioni e polarizzazioni”. È dunque una definizione mirabile e impegnativa quella di giornalismo, perché implica aiutare gli uomini a spiegare quanto avviene, poiché solo così si riduce, e si contrasta l’ansia connessa al nuovo, avviando una dimensione – peraltro umanissima – di normalizzazione e prima interpretazione.

Non è poca cosa, perché la frammentazione di stimoli della modernità rende ormai questo mestiere più decisivo del passato. La vita di corsa che tutti facciamo rischia di non farci pensare, e così può sfuggire di rendere più chiari i meccanismi di formazione delle opinioni, e poi delle polarizzazioni. Ciò è legato al fatto che gli esseri umani sono esposti ad una sovrastante mole di notizie, ma tocca a noi, ai mediatori, la spinta a dominare l’eccesso di novità, aiutando così i pubblici a mettere in ordine le notizie e stabilire una gerarchia: sono le dimensioni in forza di cui riusciamo a non subire la comunicazione, stabilendo così un rapporto tendenzialmente paritario. Chi consuma l’informazione in quest’ottica sa più degli altri, e vive meglio persino gli eccessi della società della comunicazione.

Ciò che sapevamo del giornalismo del passato è fatalmente insufficiente in un tempo e in un mondo in cui la moltiplicazione degli stimoli rischia di stressare, invece che rinforzare, la mente dei pubblici. Ma una rinnovata attenzione alla professionalità si guadagna prendendo piena consapevolezza del potere che il giornalista ha tra le mani: il suo lavoro somiglia sempre più alla cura, ad un esercizio continuo di attenzione all’impatto che narrazioni ed articoli possono provocare. Solo così si può raggiungere una nuova sostenibilità dell’informazione, che ci metta finalmente in pace con la nostra coscienza, e regali senso alla scelta di non rinunciare al giornalismo, perché tutti saremmo più poveri e soprattutto più soli. Finché ci sarà una libera informazione pubblica, avremo uno spazio di incontro, e la percezione del bisogno di società sarà più forte di ogni tentazione dell’individualismo.

Molti decenni fa, non a caso un poeta come Leopardi ci ha ricordato che “l’egoismo è la peste della società”.

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