Il libro di RUT

A cura di Erica Baricci e Davide Saponaro

Disegni di Stefano Levi Della Torre

Giuntina, Firenze 2026

In collaborazione con Fondazione RUT ETS

Deuteronomio 23,4 è netto: l’Ammonita e il Moabita non entrano nella comunità del Signore, e nemmeno i loro discendenti, neppure alla decima generazione. Mai. Il motivo lo dà il versetto dopo: quel popolo non venne incontro a Israele con il pane e con l’acqua, e assoldò Balaam per maledirlo. Il Libro di Rut racconta di una moabita che entra. E si chiude con una genealogia: Rut, Oved, Ishài, David. Quarta generazione. Il re d’Israele, e con lui l’attesa messianica, discende da una donna che una legge esplicita avrebbe dovuto tenere fuori. È una contraddizione, e sta dentro il testo.

Da lì viene tutto il resto: i Maestri che lavorano per secoli su quel corto circuito, fino a risolverlo sulla grammatica (il divieto è scritto al maschile: vale per il moabita, non per la moabita), e la scelta di leggere la meghillà a Shavu’ot, la festa in cui Israele si riconosce come popolo dell’Alleanza. Nel giorno in cui celebra la propria elezione, il popolo legge la storia di una che l’elezione non ce l’aveva e l’ha chiesta.

Il volume curato da Erica Baricci e Davide Saponaro dà al lettore quello che serve per starci dentro davvero: il testo ebraico con traduzione italiana, le note e i commenti dei Maestri, e sei saggi che tirano il racconto in direzioni diverse. Roberto Della Rocca sul senso liturgico di Shavu’ot. Pietro Stefani con un commento in forma teatrale, mai pubblicato prima. Sara Ferrari, che legge Rut come un capolavoro di teologia costruito sulla benevolenza e sul riscatto. Stefano Levi Della Torre su Rut come donna fuori dagli schemi, e con i suoi disegni. Miriam Camerini in versi. Gianfranco Ferlisi sulla Rut dei pittori. Baricci ha dichiarato di aver scritto pensando a chi non ha preparazione specifica: si vede, ed è il pregio principale del libro, perché il commentario resta rigoroso senza chiedere una laurea in ebraico.

Rut è vedova, straniera, senza mezzi, e per di più moabita, cioè del popolo che nella memoria d’Israele aveva rifiutato pane e acqua e pagato un profeta per maledirlo. Il testo non la accoglie perché è innocua. La accoglie nonostante tutto, e la mette a capostipite dei re. Una fondazione che lavora sul dialogo interculturale nel Mediterraneo e sceglie questo nome sta dicendo una cosa precisa: l’accoglienza si misura sui casi che non converrebbe accogliere.

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