Intervista a Renato Natale
Sindaco di Casal di Principe per dieci anni, protagonista della stagione di rinascita della città.
di Giuseppe Picciano
Da Casalesi a cittadini di Casal di Principe il passo non è stato breve, né agevole. È durato dieci anni durante i quali un sindaco coraggioso e appassionato ha cancellato dalla sua terra, con progetti e operosità, il marchio infamante di uno dei più potenti clan di camorra con lo stigma mafioso. «In dieci anni, abbiamo cambiato la parabola di questa terra», dice Renato Franco Natale, medico, 75 anni, commentando la sua gravosa, ma esaltante, esperienza di primo cittadino e sottolineando la svolta storica della città suggellata dalla visita più che simbolica del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, il 21 marzo 2023.
Dottor Natale, a un anno dal suo addio alla carica di sindaco ha ripreso l’attività di cittadino impegnato in ambito sociale?
Naturalmente. Un paio di giorni a settimana mi presto come medico volontario al Centro Caritas di Castel Volturno e alla Croce Rossa di Casal di Principe. Fortunatamente sono lontani i tempi dell’associazione Jerry Masllo quando l’assistenza sanitaria agli immigrati era una vera emergenza e ci assorbiva quotidianamente. Oggi, con un’affluenza ridotta e l’intervento dei centri pubblici, va molto meglio: oltre alle cure possiamo permetterci anche una parola d’incoraggiamento e una pacca sulla spalla a queste persone. Ho ripreso anche la mia attività politica aprendo un circolo che avrà una funzione prioritariamente sociale, perché la politica è sinonimo di impegno civile.

Ha condensato questa sua straordinaria stagione di amministratore locale in un libro il cui titolo è la parafrasi di una memorabile canzone dei Nomadi: “Io, Casalese, che non sono altro”, la testimonianza lucida di uno spaccato di vita segnato dalla resistenza civile alla camorra, dentro e fuori le istituzioni. Lei ha affrontato l’arroganza del clan in un contesto sociale complesso, caratterizzato da paura e omertà. Con quali gesti e parole i boss hanno esercitato il potere per sfidarla?
Ho vissuto un’apparente normalità fino a quando la mia figura non ha dato davvero fastidio. Il mio primo mandato di sindaco, peraltro del Pci-Pds, un partito notoriamente scomodo, è durato solo un anno. Mi insediai a novembre del 1993. Per qualche tempo il clan tollerò la febbrile attività della mia giunta. Il primo scontro avvenne con quella che la stampa definì “la battaglia dei paletti”. Decisi di pedonalizzare il centro storico di Casal di Principe per farne un luogo di aggregazione, soprattutto la domenica. I boss considerarono il gesto come segno di sfida e nella notte di ogni sabato, per settimane, facevano divellere i paletti lasciandoli davanti a casa mia. Il lunedì ordinavo all’ufficio tecnico di ricollocarli. Non abbiamo mai mollato, alla fine riuscimmo a imporre la pedonalizzazione. Fu una chiara vittoria mediatica, ma le intimidazioni della camorra non erano che all’inizio. Cominciai a ricevere telefonate notturne sempre più frequenti, a mia moglie rubarono l’auto, a me la bicicletta. Una mattina trovai un carico di letame davanti alla porta. Successivamente, dalle dichiarazioni dei pentiti ho saputo che i boss avevano preso in considerazione l’idea di eliminarmi, poi optarono per una soluzione più subdola. Tre consiglieri comunali della mia maggioranza passarono all’opposizione e fui sfiduciato.
Il povero don Peppe Diana, ucciso il 19 marzo del 1994, nel giorno del suo onomastico, sfidò il clan col potere della parola. Con una lettera potente, che intitolò “Per amore del mio popolo non tacerò”, mise in discussione l’egemonia della camorra colpendola su uno dei valori più sentiti dall’organizzazione: la fede cristiana. In sostanza, sosteneva il sacerdote, chi delinque non può professarsi buon cristiano né perseguire i propri disegni, “necessari o legittimi”, secondo le logiche criminali, supponendo il perdono sicuro nell’Aldilà. Una sfida a viso aperto che gli costò la vita. Lei fu tra i primi ad arrivare nella sagrestia subito dopo l’agguato, che ricordi ha?
Quando mi avvertirono che avevano sparato a un prete pensai subito a mio cognato. Mi dissero che si trattava invece di don Peppe Diana, fu come ricevere un pugno nello stomaco. Entrai in sagrestia e vidi don Peppe che giaceva a terra con il volto sfigurato. Mi inginocchiai e non ricordo se, lì per lì, pregai o bestemmiai. Per anni mi sono chiesto il senso di quel sacrificio così estremo e profondamente ingiusto. Ma la comunità di Casal di Principe prese finalmente coscienza di sé e seppe onorare la memoria di un figlio coraggioso, degno del suo ministero sacerdotale. Ai funerali parteciparono ventimila persone, da ogni balcone penzolava un lenzuolo bianco, simbolo eloquente di protesta e di lutto. La reazione dello Stato fu immediata e si prolungò per anni con arresti e confische ai danni del clan. Il documento preparato da don Diana, diretto e inequivocabile, ricalcava la linea d’azione adottata da tempo dalla Chiesa locale e ispirata al famoso anatema di Papa Wojtyla contro i mafiosi nella Valle dei Templi: «Convertitevi, verrà il giudizio di Dio». Fu una condanna inappellabile con la quale la Chiesa fece una netta scelta di campo.
C’era un tempo in cui la camorra parlava attraverso sguardi obliqui, patti non scritti, parole sussurrate, allusioni. Come sta cambiando la grammatica del crimine?
I clan stanno approfittando delle eccezionali potenzialità del web per cambiare linguaggio e metodi di comunicazione. Ma io ricordo ancora vividamente i messaggi indiretti e le allusioni che alimentarono la strategia della diffamazione postuma ai danni di don Diana. Entrando in un bar era facile sentire qualcuno degli avventori sostenere che conosceva le vere ragioni per le quali era stato ucciso il sacerdote, senza però specificare quali; o dal parrucchiere sentir dire a una donna, evidentemente legata al clan, che don Diana se l’era cercata per motivi che però non poteva spiegare. Per non parlare di qualche giornale locale, sicuramente prezzolato, capace di lanciare a tutta pagina titoli davvero indegni sul conto di don Peppe. Era una tecnica con la quale si insinuava anche nella gente perbene il tarlo del dubbio. Un campionario di parole elusive per stroncare ogni possibile esaltazione di un martire di camorra.
Dottor Natale, come definirebbe oggi Casal di Principe?
Un borgo vivace e accogliente che si è scrollato di dosso la macchia di città di camorra. Viviamo la stagione del riscatto per ricostruire i sentimenti di appartenenza e di orgoglio. Abbiamo fatto di Casale un luogo normale dove un’amministrazione, per la prima volta in oltre un secolo, è durata per tutto il suo mandato, senza scioglimenti per infiltrazioni mafiose. Abbiamo fatto cose ordinarie come portare la rete idrica e l’illuminazione in tutto il territorio. Sappiamo bene che non tutti i problemi sono risolti, ma la modernità ci suggerisce che una certa criminalità si è intanto trasferita ai piani alti della politica e della finanza.

Don Peppe Diana