di Roberto Luppi
Quando Herbert Marcuse pubblicò L’uomo a una dimensione, nel 1964, descrisse un mondo occidentale apparentemente pacificato, prospero, di massa, attraversato da un benessere che anestetizzava il conflitto sociale e svuotava la capacità critica degli individui. La sua tesi era radicale: le società industriali avanzate, ben lontane dal liberare l’uomo, avevano creato un nuovo tipo di dominio, più sottile e pervasivo, fondato non sulla repressione autoritaria ma sull’integrazione totale. L’uomo diventava così “a una dimensione”: conforme, appiattito, incapace di immaginare alternative e – tantomeno – di realizzarle. Oggi, a distanza di sessant’anni, la diagnosi marcusiana non solo non è invecchiata: sembra trovare nuove conferme in una forma di potere più capillare, diffusa e difficile da nominare o a cui dare visi reali. L’attualità del pensiero di Marcuse risiede proprio nella sua capacità di far emergere lo stridere di ciò che sembra normale, inevitabile, naturale – e che invece è il risultato di processi di conformazione e produzione del consenso.
Unidimensionalità: chiusura dell’immaginazione, controllo
Per Marcuse, il potere moderno non reprime apertamente: integra, assorbe, mobilita. Trasforma bisogni autentici in bisogni indotti, desideri in prodotti, immaginazione in intrattenimento. La tecnologia non è neutrale, ma un’estensione della razionalità del sistema, che produce forme di vita orientate all’efficienza, alla performance, al consumo. Oggi, questa dinamica non passa più soltanto né prioritariamente per la produzione industriale, come negli anni Sessanta, ma per la sfera digitale. Le piattaforme non si limitano a offrire servizi: modellano comportamenti, tempo, attenzione, desideri. L’economia della sorveglianza ha interiorizzato ciò che Marcuse intravedeva: un potere che non impone, ma facilita; non vieta, ma incentiva; non obbliga, ma seduce. Il dissenso non viene represso con la forza, bensì neutralizzato attraverso la saturazione informativa, l’inflazione di opinioni, la trasformazione del conflitto in prodotto da consumare. Marcuse denunciava il rischio di un razionalismo ridotto a strumento di organizzazione sociale, incapace di interrogarsi sui “perché” delle proprie direzioni e convinzioni. Ai nostri giorni, la logica della performance si è fatta antropologia: l’individuo è imprenditore di se stesso, costantemente chiamato a ottimizzare, crescere, migliorare, competere. La retorica dell’“autenticità”, dell’“empowerment”, delle “scelte personali” cela però un doppio movimento: mentre proclama libertà, incanala gli individui in modelli standardizzati di successo, felicità, efficienza. L’uomo a una dimensione del XXI secolo non è più l’operaio integrato, ma il professionista multitasking, il consumatore sempre connesso, il soggetto che interiorizza il comando sociale sotto forma di autogestione.
Marcuse vedeva nella tecnologia un veicolo di razionalità sistemica, capace al contempo di emancipare e dominare. L’ambivalenza è oggi esplosa: il digitale rende accessibili conoscenze, connessioni e diritti, ma costruisce anche nuove dipendenze, nuove asimmetrie, nuove forme di controllo. Il potere contemporaneo non ha più bisogno di imporre la verità: deve solo organizzare il flusso delle informazioni, definire le priorità, gestire gli algoritmi che rendono alcune cose visibili e altre invisibili. In questo senso, la “presa” del potere sulle soggettività non è mai stata così ampia: attraversa le nostre preferenze, mappe mentali, la percezione stessa del mondo.
La promessa di liberazione e il suo rovesciamento
Uno dei nodi teorici più affascinanti di Marcuse è la critica alla falsa conciliazione. Il sistema produce armonia solo incarcerando il conflitto: circoscrive i bisogni, orienta i desideri, impedisce l’emersione di un immaginario diverso. Ai giorni nostri, la promessa di liberazione assume nuove forme: la personalizzazione estrema, la virtualità, le identità fluide, la possibilità di reinventarsi costantemente. Ma questa “libertà di scelta” si scontra con un sistema economico e tecnologico che organizza quelle scelte a monte. La libertà appare come un’esperienza soggettiva, mentre le condizioni che la determinano sono sempre più standardizzate. Alla luce di tutto ciò, la lettura di L’uomo a una dimensione non offre soluzioni pronte; ci dona però un metodo: smascherare, decostruire, rendere visibile ciò che è dato per scontato. Tre sono le intuizioni che parlano con particolare forza al presente: 1) il potere più stabile è quello che produce bisogni e identità, non quello che li reprime; 2) il dissenso va protetto non come opinione ma come potenzialità immaginativa, come capacità di pensare-altrimenti; 3) la tecnologia è sempre e ancora – quindi già – un campo di battaglia politico, non un semplice strumento. Di conseguenza, la richiesta/l’invito/l’incitamento proveniente dal pensiero di Herbert Marcuse non può che essere uno: recuperare una “seconda dimensione”, quella dell’immaginazione, del desiderio non colonizzato né sottomesso, della critica che non si limita a diagnosticare ma apre scenari. In un’epoca saturata di informazione ma povera di orientamento, il pensiero marcusiano ci ricorda che non c’è potere invincibile, ma solo poteri che non abbiamo ancora imparato a vedere e decodificare. Restituire spessore all’esperienza, pluralità alle identità, conflitto alla politica significa sottrarsi all’unidimensionalità e permettere a uomini e donne di essere più di ciò che il sistema pretende e in linea con quanto la natura dona.
