Femminismo, linguaggio resistente

di Ilaria BoianoDifferenza Donna aps

La riflessione femminista sul potere prende forma come rottura dell’idea che l’ordine sociale sia neutro o naturale. Come ha mostrato Simone de Beauvoir, la soggettività femminile non è un dato originario, ma il prodotto storico di rapporti di subordinazione: non si nasce donne così come le relazioni sociali le definiscono, lo si diventa all’interno di configurazioni di potere che strutturano il mondo simbolico, giuridico e materiale. Da questa consapevolezza deriva una diffidenza strutturale verso le promesse di inclusione che non mettano in discussione tali rapporti, poiché il godimento dei diritti e l’accesso alle istituzioni, se non accompagnati da una trasformazione delle strutture che ne determinano funzioni e selettività, rischiano di tradursi in forme sofisticate di adattamento all’ordine esistente. In questa prospettiva, il potere non si esaurisce nella visibilità o nella redistribuzione di ruoli, ma riguarda la capacità di intervenire sui dispositivi attraverso cui il reale viene definito, reso intelligibile e governabile. Questa ambivalenza è stata colta con particolare lucidità da Nancy Fraser, quando ha mostrato come una parte del femminismo sia stata catturata dal neoliberismo progressista, che ha tradotto l’emancipazione nel linguaggio della competizione, della meritocrazia e dell’autorealizzazione individuale. In questa torsione, approfondita più di recente nel contesto italiano da Anna Simone, la libertà e la realizzazione individuale femminile viene progressivamente ridefinita come prestazione soggettiva, mentre le diseguaglianze strutturali sono ricondotte a deficit individuali di risorse o competenze e, nel caso delle vittime, anche come “colpe” delle singole, come anticipato da Tamar Pitch nel delineare il funzionamento della società “della prevenzione”. L’emancipazione perde così la sua originaria dimensione conflittuale – che aveva caratterizzato anche l’emancipazionismo di inizio Novecento, collettivo, organizzato e disposto a pratiche di rottura radicale dell’ordine giuridico e politico – e si trasforma in un dispositivo di governo delle soggettività pienamente compatibile con un assetto economico e istituzionale che continua a produrre subordinazione. È su questo sfondo che diventa decisiva, per il femminismo, indagare cosa c’è al di là del potere, scoprendone la dimensione positiva dell’agire nella cornice di una possibilità concreta di trasformazione di sé e del mondo.

Il potere, nella sua configurazione dominante, opera attraverso il comando, la decisione, l’esercizio dall’alto di una funzione che si presenta come impersonale e neutra. Il potere quale descrizione del fare mondo femminista, invece, rinvia alla capacità di far esistere possibilità, di attivare relazioni, di rendere praticabile ciò che l’ordine dominante tende a neutralizzare o a rendere impensabile, elaborando nel tempo pratiche di potenza che non coincidono né con la mera resistenza né con la semplice presa delle istituzioni. In questo senso, il potere femminista si definisce anche come capacità di sottrarsi alla cattura neoliberale dell’emancipazione, riaffermando che non esiste libertà che non interroghi i rapporti di potere che strutturano società, diritto e istituzioni. Nel contesto italiano, questa torsione ha trovato una formulazione radicale nel pensiero della differenza. Maria Luisa Boccia, in particolare, ha insistito sul fatto che la discontinuità femminista più profonda non si giochi nel parlare al posto delle donne dentro le istituzioni, ma nello spostare il baricentro della politica dalla relazione con l’uomo alla relazione tra donne. In questa prospettiva, il potere femminista prende forma come autorità simbolica che nasce dall’esperienza e dalla relazione, rendendo possibile un’azione politica non subordinata alla logica dell’inclusione. Il potere si misura allora nella capacità di creare linguaggi, pratiche e legami che rendano dicibile ciò che l’ordine dominante tende a neutralizzare.

Su questo stesso crinale si colloca la riflessione che mostra come il potere più resistente sia quello che agisce sull’ordine simbolico e sul senso comune, presentandosi come naturale, inevitabile, neutro. È qui che il femminismo incontra uno dei suoi terreni più complessi: non soltanto contestare le norme, ma intervenire sui processi di significazione che le rendono plausibili e desiderabili. In questa prospettiva, il sapere femminista, radicato nell’esperienza condivisa, mette in crisi l’astrazione giuridica, smaschera la violenza che si traveste da neutralità e rende visibili le asimmetrie che il diritto tende strutturalmente a occultare. Questa attenzione ai rapporti tra sapere, potere e rappresentazione è centrale anche nel pensiero femminista postcoloniale. Chandra Talpade Mohanty ha mostrato come la categoria astratta di “donne” possa funzionare come strumento di dominio quando cancella le differenze storiche, materiali e geopolitiche, producendo una soggettività omogenea e priva di voce. La potenza femminista, in questa prospettiva, non è mai universale in senso astratto, ma si costruisce nella pratica, attraverso alleanze situate e conflitti concreti, rifiutando tanto l’appropriazione coloniale quanto le forme di solidarietà presunta che ignorano le condizioni materiali delle vite.

È in questo quadro che risuona con forza la lezione di Audre Lorde, secondo cui gli strumenti del padrone non possono smantellare la casa del padrone. Il potere femminista richiede la costruzione di forme altre di relazione, linguaggio e conflitto. Qui la distinzione tra potere e potenza diventa esplicitamente politica: la potenza non governa, ma rende possibile; non pacifica, ma apre; non chiude il conflitto, ma lo rende trasformativo.

Questa critica investe direttamente anche categorie centrali del diritto moderno, come quella del consenso, interrogandone la possibilità stessa in contesti segnati da rapporti di supremazia. Il femminismo giuridico non si limita a chiedere applicazioni più benevole delle norme, ma, a partire da Carol Smart, Carole Pateman fino a Tamar Pitch, ne interroga i presupposti, mostrando come il diritto possa operare come dispositivo di normalizzazione della violenza sociale. I centri antiviolenza femministi sono un laboratorio politico che contesta il potere così come viene esercitato nella società e che si interroga su un agire trasformativo capace di disinnescare l’impotenza prodotta dalla violenza sessista. In questo modo spostano radicalmente la questione del potere, sottraendola alla rappresentanza e riportandola sul piano della produzione di realtà giuridica, simbolica e materiale, per superare – attraverso l’attraversamento dei luoghi in cui si produce sapere – quella che Miranda Fricker definisce ingiustizia epistemica. I centri antiviolenza non possono essere ridotti ad articolazioni del welfare né risultano in mere risposte tecniche all’emergenza, ma rappresentano spazi politici autonomi, prodotti dal femminismo per sottrarre la violenza maschile alla privatizzazione e alla neutralizzazione istituzionale. In essi, la violenza non viene trattata come evento isolato, devianza o crisi relazionale, bensì come relazione di potere strutturale, inscritta nei rapporti sociali, affettivi, economici e giuridici. Questa lettura non è un presupposto teorico astratto, ma il risultato di una pratica politica fondata sull’ascolto, sulla relazione tra donne e sulla messa in comune dell’esperienza. Nei centri antiviolenza femministi, il potere si manifesta come potenza radicata nell’esperienza: la parola delle donne non è sottoposta a un regime di sospetto né a una verifica preliminare di credibilità, ma è assunta come sapere posizionato, capace di nominare la violenza sessista e la violenza sociale come rapporti di potere. Questo rovesciamento ha una portata profondamente politica, perché sottrae la violenza al paradigma dell’evento isolato e la reinscrive nella continuità delle relazioni di potere, interrompendo il dispositivo che trasforma le donne in oggetti di accertamento e restituendole come soggetti di esperienza e di decisione, ma anche come agenti di cambiamento delle relazioni sociali: prendono parola ribellandosi all’ordine patriarcale delle relazioni. La potenza che si esprime in questi spazi coincide con la capacità di produrre sicurezza intesa come bene relazionale, responsabilità condivisa e possibilità concreta di scelta, incidendo sul simbolico ben oltre il singolo caso. In questa direzione, riprendendo la riflessione di Giorgia Serughetti, si trova lo spazio di nominare il potere femminista come “potere di altro genere”: una pratica che disarticola l’alternativa tra dominio e impotenza. Si tratta di un potere-possibilità (poter essere, poter pensare, poter fare), che nasce dall’esperienza prima della sopraffazione e poi della giustizia del proprio atto di ribellione, dalla vulnerabilità condivisa, dalla capacità di superare le dinamiche di dipendenza e ridefinire i rapporti con le altre e con il mondo come relazione politica. Un potere che non si aggiunge all’ordine dato, ma ne incrina i presupposti, rendendo pensabili possibilità di azione e di senso che l’ordine dominante tende a rimuovere. In un presente segnato dalla ferocia della politica, dall’autoritarismo, dalla guerra e dalla società della prestazione, questa possibilità di pensiero, parola e azione assume un significato ulteriore. Come mostrano le analisi critiche sulla soggettivazione neoliberale, a partire dal lavoro critico di Anna Simone, la libertà viene oggi riscritta come obbligo alla performance e alla resilienza individuale, mentre il fallimento viene privatizzato e depoliticizzato.

La politica dei centri antiviolenza femministi si colloca in controtendenza proprio rispetto a questo paradigma: non chiede alle donne di “farcela”, ma costruisce condizioni collettive di possibilità; non trasforma la violenza in prova di forza, ma la nomina come rapporto di dominio; non promette salvezza individuale, ma apre spazi di mondo condiviso da trasformare collettivamente. La politica dei centri antiviolenza femministi rende tangibile, dunque, la differenza del potere che si può delineare immediatamente in forma concreta e relazionale. Non si fonda sul comando né sull’imposizione di percorsi standardizzati, ma sulla costruzione di condizioni di possibilità: tempo, ascolto, alleanze, protezione concreta, accesso a risorse materiali e simboliche. La sicurezza individuale di ciascuna donna e del luogo non viene intesa come controllo dei comportamenti o sorveglianza dei corpi, ma come bene condiviso che si costruisce attraverso legami di fiducia e responsabilità condivisa. In questo senso, i centri antiviolenza disattivano la logica neoliberale della prestazione e della resilienza individuale, rifiutando l’idea che le donne debbano dimostrare forza, autonomia o capacità di adattamento per vivere una vita libera dalla violenza sessista. Questa pratica produce un sapere politico che eccede il singolo caso e incide sul simbolico e sul diritto e, in questo senso, i centri antiviolenza agiscono come luoghi di contro-potere, capaci di incrinare la pretesa neutralità del diritto e di mostrare come le categorie giuridiche – conflitto, consenso, bigenitorialità, ragionevolezza – possano funzionare come dispositivi di riproduzione del dominio, mediando tra l’asimmetria tra trasformazione soggettiva e immobilità del mondo che scarica sulle singole la responsabilità di reggere da sole ciò che dovrebbe essere sostenuto collettivamente. Il potere come tradizionalmente concepito e agito conduce all’isolamento e all’individualismo che tuttavia non è una scelta, ma una condizione imposta dalla mancanza di luoghi e pratiche di mediazione politica. È in questo punto che la politica dei centri antiviolenza femministi offre una chiave decisiva di lettura e di risposta, ponendosi come luoghi in cui quella sproporzione tra diritti e condizioni materiali di vita che le donne oggi, nate uguali per legge, ancora sperimentano viene riconosciuta, nominata e redistribuita, divenendo soggetti attivi di un’azione collettiva che agisce contro quella solitudine politica che le donne esperiscono. Questa prospettiva di ridefinizione collettiva e quindi politica dell’esperienza di violenza di genere di ciascuna donna non promette di azzerare i costi della libertà, ma li sottrae alla privatizzazione, rendendoli materia politica, dunque pubblica e rilevante socialmente. Qui la coerenza non è una prestazione morale individuale, ma una pratica relazionale che si costruisce insieme, attraverso mediazioni, conflitti, scelte posizionate. È in questo senso che i centri producono potenza: non perché eliminano l’attrito con il mondo che fatica a trasformarsi nelle sue strutture sessiste, ma perché impediscono che quell’attrito si trasformi in colpa o fallimento individuale. Questa funzione politica dei centri antiviolenza è oggi resa ancora più evidente dalla tensione costante con le istituzioni. I centri definiscono il loro orizzonte di senso proprio nel resistere ai processi di burocratizzazione, standardizzazione e controllo che tendono a svuotarli della loro autonomia politica. Le istituzioni, da cui giustamente si è pretesa stabilità economica e riconoscimento, spesso chiedono in cambio l’inglobamento delle pratiche femministe in dispositivi amministrativi che neutralizzano il conflitto, trasformano l’accoglienza in procedura, la parola in dato, la relazione in prestazione misurabile. La resistenza a questa cattura è quotidiana: si gioca nelle scelte di linguaggio, nel rifiuto di protocolli che colpevolizzano le donne, nella difesa di tempi non compatibili con la logica dell’efficienza, nella riformulazione della violenza come questione politica e non come problema tecnico da gestire.

In questo senso, i centri antiviolenza esercitano un potere che non coincide con la gestione burocratizzata, ma con la capacità di tenere aperto uno spazio politico dentro un sistema che tende a chiudere ogni spazio politico, cioè di conflitto e contestazione. La loro forza sta proprio in questa resistenza continua, spesso invisibile, all’addomesticamento istituzionale. È una resistenza che rifiuta lo scambio tra risorse, indispensabili per rimanere aperti e garantire un presidio effettivo dei diritti, e la neutralizzazione politica. Ed è qui che la politica dei centri antiviolenza mostra la sua portata più radicale: nel rendere possibile, anche oggi, un femminismo che non lasci sole le soggettività trasformate, che non scarichi sulle singole il peso di un mondo non cambiato, e che continui a fare del legame tra donne una pratica viva di trasformazione del presente.

I centri antiviolenza femministi operano così come vere e proprie infrastrutture politiche del comune. Producono relazioni, linguaggi e pratiche che rendono abitabile la vita per chi è esposta alla violenza e all’esclusione, mostrando che un’altra organizzazione della convivenza è possibile. La potenza che vi si esprime non coincide con la pacificazione del conflitto, ma con la sua trasformazione: il conflitto viene sottratto alla patologizzazione e riconosciuto come dimensione costitutiva della giustizia. È in questa capacità di partire dalla materialità delle vite e di fare delle relazioni un bene comune essenziale, non appropriabile né privatizzabile, che la politica dei centri antiviolenza mostra oggi la sua portata più radicale come pratica di fare mondo nel disordine e nella ferocia contemporanee, senza proporre soluzioni pacificanti né scorciatoie istituzionali, ma indicando una possibilità concreta di stare al mondo. Rappresenta una delle poche risorse politiche capaci di incidere sul presente: non per governarlo dall’alto, ma per trasformarlo dal basso, a partire dalla materialità delle vite e dalla potenza delle relazioni, da intendersi come bene comune essenziale e non appropriabile, da difendere oggi proprio come l’aria e come l’acqua.

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