“Fame” di Knut Hamsun. Una rilettura contemporanea

di Adriano Sorba e Roberto Luppi

Rileggere Fame di Knut Hamsun oggi significa confrontarsi con un’opera che, pur radicata nella fine dell’Ottocento, sembra parlare con sorprendente lucidità al nostro presente. Il romanzo, pubblicato nel 1890, racconta la deriva psicologica e fisica di un giovane scrittore alle prese con la miseria, la fame e una crescente alienazione. È proprio questa esperienza estrema che oggi, nel contesto socio-politico contemporaneo, assume nuovi significati e riporta all’ordine del giorno interrogativi urgenti.

La fame di Hamsun non è soltanto una condizione biologica: è un dispositivo narrativo che smaschera le contraddizioni della modernità nascente. Il protagonista vaga per le strade di Kristiania, oscillando tra orgoglio e disperazione, tra lucidità e delirio. In questa tensione continua si riflette una società che produce esclusione, che non riesce a integrare chi non si conforma alle sue regole produttive. Se trasliamo questa dinamica nell’oggi, il parallelismo è evidente: le nostre metropoli globalizzate continuano a generare marginalità, precarietà e invisibilità. Nel XXI secolo, la fame assume forme diverse ma non meno violente.

Non è soltanto mancanza di cibo, ma precarietà lavorativa, insicurezza economica, isolamento sociale. Il protagonista di Hamsun potrebbe oggi essere un lavoratore intermittente, un freelance senza tutele, un giovane costretto a navigare tra lavori temporanei e identità frammentate. La sua ossessione per la dignità personale, il rifiuto di chiedere aiuto, risuonano in una cultura che celebra l’autosufficienza mentre smantella le reti di protezione sociale.

Nel rileggere Fame, è impossibile non soffermarsi sul tema della violenza e sulle forme della sua interiorizzazione.

Il romanzo mette in scena un individuo che interiorizza la violenza del sistema: il protagonista si colpevolizza, si infligge punizioni, si nega persino ciò che potrebbe salvarlo. In questo senso, Hamsun anticipa una dinamica tipica delle società neoliberali: la responsabilità individuale come paradigma dominante. Se fallisci, è colpa tua. Se soffri, è perché non sei stato abbastanza forte, autonomo, indipendente, flessibile, competitivo.

Questa interiorizzazione della colpa è oggi uno degli strumenti più potenti di controllo sociale. La scrittura di Hamsun, frammentaria e allucinata, contribuisce a rendere questa esperienza ancora più attuale. Il flusso di coscienza del protagonista anticipa modalità narrative che saranno sviluppate nel Novecento, ma soprattutto restituisce una mente sotto pressione, una coscienza che si sgretola. Il protagonista non soffre soltanto la povertà; soffre soprattutto l’esasperazione della coscienza. La fame, nel romanzo, non è solo bisogno corporeo: è accelerazione nervosa, vertigine dell’io, umiliazione, delirio lucido.

Hamsun stesso presentò il libro come un tentativo di raccontare “la vita speciale e strana della mente” in un corpo affamato e proprio questo taglio interiore fece di Fame una rottura rispetto al realismo dominante del tempo; una zona estrema: quella in cui la sofferenza non produce redenzione, ma conoscenza corrosiva, dove il destino individuale si rivela “solo nel dolore”, un dolore che deve essere amato e che chiede amore.

Attenzione: in questo libro, non si trova nessun elogio morale della sofferenza. C’è piuttosto la rappresentazione di un soggetto che, mentre deperisce, si osserva con ferocia e orgoglio. Il narratore di Fame non è un povero “esemplare”; è un io irritato, vanitoso, umiliato, spesso ridicolo, ma proprio per questo modernissimo. Il protagonista senza nome di questo libro è insieme affamato di cibo e affamato di riuscire come scrittore; il romanzo procede per episodi quasi senza trama, seguendo il deteriorarsi della percezione e il crescere di una coscienza febbrile: una malattia della lucidità. 

Hamsun non chiede compassione per il suo protagonista; lo espone. Lo lascia divagare, mentire, offendersi, esaltarsi, degradarsi. In questo senso, Fame anticipa una linea della letteratura novecentesca che non vuole più “spiegare” l’uomo, ma mostrarne l’instabilità.

In un’epoca segnata da ansia diffusa, crisi identitarie e sovraccarico informativo, questa rappresentazione della psiche appare sorprendentemente contemporanea. Il protagonista di Fame non riesce più a distinguere tra realtà e percezione, tra dignità e umiliazione: una condizione che riecheggia nelle nostre esistenze iperconnesse ma fragili.

Un altro elemento cruciale è il rapporto tra individuo e città. Kristiania non è solo uno sfondo, ma un organismo vivo che respinge e inghiotte. La città moderna, con le sue regole implicite e la sua indifferenza, diventa una macchina di esclusione. Oggi, le grandi città globali funzionano in modo simile: luoghi di opportunità e, allo stesso tempo, spazi di disuguaglianza estrema. La gentrificazione, l’aumento del costo della vita, la trasformazione degli spazi urbani in funzione del mercato sono tutte dinamiche che amplificano quella stessa tensione tra inclusione ed esclusione che Hamsun aveva già colto.

Nel contesto attuale, segnato da crisi economiche ricorrenti, conflitti geopolitici e trasformazioni del lavoro, Fame emerge come un testo profetico. Non offre soluzioni, non propone vie di fuga, ma costringe il lettore a confrontarsi con una realtà scomoda: quella di un sistema che continua a produrre esclusione e sofferenza.

La sua forza sta proprio in questa mancanza di consolazione. Il protagonista non viene salvato, non trova redenzione. E forse è proprio questo il messaggio più radicale: la necessità di guardare in faccia la realtà senza filtri.

Rileggere Fame di Knut Hamsun oggi significa riscoprire un’opera che parla con voce potente al nostro presente. La sua rappresentazione della fame, intesa come condizione esistenziale e sociale, ci obbliga a riflettere sulle contraddizioni del mondo contemporaneo. In un’epoca che tende a nascondere la fragilità dietro narrazioni di successo e resilienza, Hamsun ci ricorda che esiste una realtà fatta di esclusione, solitudine e lotta quotidiana, e che ignorarla significa perpetuarla.

Il libro

Lui è un giovane aspirante scrittore che vaga per una città nordeuropea cercando l’espediente per procurarsi il prossimo pasto e l’ispirazione per riempire qualche pagina. Sempre a un passo dalla rovina, in preda a una febbrile inquietudine, diviso tra gli assilli materiali e la difesa della propria dignità, si scontra con una società che sembra organizzata apposta per escluderlo e umiliarlo.

Lei è Kristiania, l’odierna Oslo: capitale norvegese altrettanto giovane, topografia e spazio fisico che risuona nel corpo emaciato e nella mente irrequieta del protagonista, e che lo accoglie o, più spesso, lo respinge.

Sono loro – insieme a un linguaggio modernissimo e sperimentale, capace di tradurre ogni moto e invenzione della vita psichica – i veri coprotagonisti del romanzo. Un’opera che procede per cerchi concentrici intorno a un vuoto di azione e di senso, tra un inizio e un finale solo apparentemente casuali. Alla sua uscita, nel 1890, segnò la rottura con la tradizione naturalistica e borghese e si impose come uno dei primi capolavori del modernismo.

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