di Myriam Pelazas con la collaborazione di Damian Loreti
Introduzione e traduzione a cura di Giovanna Martelli
Grazie al caro amico Damian Loreti Avvocato di Buenos Aires che dedica la sua opera e la sua professione alla tutela dei Diritti Umani, in questo numero di ERRE dedicato al “Potere”, ospitiamo una riflessione della Dott.ssa Myriam Pelazas dedicata a Eva Perón. Lo facciamo tenendo un “filo rosso” con le riflessioni su Charta 77 e Paulo Freire. Questo perché ci sono figure che abitano il potere senza coincidere con esso, Evita Perón è una di queste. Non ne è rimasta ai margini, ne ha messo in crisi la forma, il linguaggio, la legittimazione. Parlare di Evita oggi significa interrogare il rapporto tra politica e esistenza, tra parola e responsabilità, tra rappresentanza e soggettività: esattamente il punto in cui Václav Havel collocava la verità come atto politico e Paulo Freire la parola come pratica di liberazione. Evita non è stata soltanto una leader carismatica del primo peronismo: ha preso la parola quando alle donne era concesso al massimo di assistere, ha parlato per gli ultimi in una relazione profonda con loro.
Ha scelto il potere che non passa dalle cariche istituzionali, ha scelto quello del pensiero, dell’ascolto della relazione con l’altro, dell’estraneità al conformismo. In questo senso, il suo agire politico anticipa ciò che Freire chiamava coscientizzazione: la trasformazione di una moltitudine silenziosa in soggetto capace di “parlare” del mondo e di cambiarlo. La crisi contemporanea della democrazia, descritta da Peter Mair come progressivo svuotamento della rappresentanza e distanza tra governanti e governati, rende questa riflessione ancora più urgente. Quando la politica perde contatto con la vita reale, quando la giustizia sociale diventa un ostacolo e non un orizzonte, riemerge la tentazione di seppellirli in nome dell’efficienza. È in questo vuoto che la figura di Evita torna a parlare: non come nostalgia, ma come critica radicale a una politica senza popolo. Il femminismo consente di cogliere a pieno ciò che la storiografia politica rimuove sulla vita di Eva Perón. Annarosa Buttarelli scrive che lo scandalo non arriva quando le donne esercitano il potere, ma quando lo pensano. Evita ha pensato il potere senza separarlo dal corpo, dalla cura, dalla giustizia sociale. Ha esercitato un’autorità non derivata, non delegata, che non imitava il modello maschile dominante ma lo disarticolava dall’interno. In questo senso, la sua esperienza interroga ancora oggi: la politica come spazio simbolico prima che istituzionale.
Nel riprendere il pensiero di Alessandra Bocchetti sull’autorità femminile, si può scrivere che essa non chiede il potere, ma ne sposta il senso. È in questo scarto che si colloca l’esperienza politica di Evita Perón: un’autorità politica capace di trasformare la relazione tra Stato e popolo. Una domanda ci interroga in relazione con il presente: è necessario, per le donne che pensano e abitano la politica, mantenere la frattura, restare estranee a un potere che si configura come dominio, amministrazione dell’esistente e neutralizzazione della differenza? Se il potere tende a chiudere, a normalizzare, a svuotare la democrazia, allora forse l’estraneità non è un arretramento, ma una posizione politica: la dissidenza continua a essere una scelta di destino.

Evita e il potere. Il primo peronismo in Argentina
di Myriam Pelazas
Molto si è detto e si continua a dire sui populismi e, tra le diverse concettualizzazioni, prevalgono quelle che li associano a una forma di governo che troviamo soprattutto a metà del secolo scorso in alcuni paesi dell’America Latina. Se ci limitiamo al caso argentino, questa linea conduce al peronismo, che intellettuali, giornalisti, politici e militari di orientamenti diversi hanno spesso giudicato negativamente, attribuendogli la responsabilità della decadenza del Paese.
Secondo queste letture, l’Argentina sarebbe stata un tempo prospera, ma la persistenza dell’impronta “populista” avrebbe inciso su una fragile economia, alimentando instabilità. Detto ciò, quali sono le caratteristiche che vengono invocate per screditare con tanta veemenza un’esperienza che, al contrario, una parte rilevantissima del popolo continua a venerare?
Per rispondere a questo interrogativo occorre innanzitutto chiarire che di peronismi ce ne sono stati e ce ne sono molti. Qui ci riferiremo a quello originario, quello che vide emergere il suo leader massimo e la sua compagna. Perché viene accostato a governi come quello di Lázaro Cárdenas in Messico o di Getúlio Vargas in Brasile? Per i diritti sociali conquistati dalle maggioranze storicamente escluse attraverso una profonda redistribuzione del reddito; per le grandi nazionalizzazioni e alcune espropriazioni (nel caso del peronismo, in realtà, non numerose). Ma anche – tra altre peculiarità – per una particolare concezione del potere e del linguaggio utilizzato per comunicarlo. In questo senso, al di là del carisma di Perón, in questo contributo ci soffermeremo sulla figura della moglie, il cui ruolo centrale conferì al peronismo una dimensione di cui le esperienze brasiliana e messicana furono in larga parte prive.
Quella donna
Evita seppe parlare al popolo, ai suoi “descamisados”, alle persone umili a cui quasi nessuno prima aveva dato voce. È vero che Perón aveva introdotto un nuovo tono nel dialogo con “i lavoratori”, trasformando il balcone della Casa Rosada in un pulpito politico e mostrando attenzione e prossimità alle loro condizioni; ma Eva andò oltre. Non si rivolse soltanto ai suoi “sus grasitas”, lavoranti nelle fabbriche e nei campi dei grandi latifondisti. Anche per chi non aveva un lavoro, per ragioni di età, etnia o genere, per le donne che ancora non votavano, per gli anziani privi di pensione, per l’infanzia indigente. Attraverso la sua Fondazione forniva beni e sostegno, partecipando attivamente non solo – posando “per le foto”.
Ciò non esclude che, accanto all’impegno per la giustizia sociale, fosse abile nell’esercitare altre forme di potere, come ad esempio nel rapporto con i sindacati. Se da un lato collaborò con molti dirigenti sindacali, dall’altro fu inflessibile con chi metteva in discussione Perón, intervenendo persino in conflitti che danneggiavano il governo e arrivando a mobilitare i lavoratori non solidali con i propri compagni di lavoro, per mettere a tacere il dissenso. Pur non ricoprendo incarichi esecutivi, nella sua Fondazione e successivamente anche dal neonato Partito Peronista Femminile (PPF) creato grazie al suo impulso, Evita proponeva politiche, azioni pubbliche e contribuiva a elaborare i fondamenti di alcune leggi. Fu l’artefice degli scatti retributivi per l’anzianità, poi inseriti nella proclamazione dei Diritti del Lavoratore. Non solo: nel dicembre del 1948 esortò le Nazioni Unite, allora impegnate nel dibattito sulla definizione e la portata dei diritti umani, a garantire “i diritti di tutti gli anziani della Terra” (Clarín, 24/11/1948, p. 4). Perché non poteva esservi pace nel mondo senza il riconoscimento di diritti per coloro che, dopo una vita di lavoro, vedevano spegnersi la propria esistenza senza il sostegno degli Stati cui avevano dato tanto.
La “gira del arco iris” e il suffragio femminile
Evita espresse con fervore le proprie idee anche davanti alle istituzioni internazionali.
Durante un viaggio di 79 giorni iniziato nel giugno del 1947 – noto come “Gira del Arco Iris” – fu accolta con gli onori riservati ai capi di Stato in Spagna, Città del Vaticano, Italia, Svizzera, Francia, Portogallo, Principato di Monaco, Brasile e Uruguay. In molti casi, quegli incontri avevano l’obiettivo di promuovere l’esportazione della carne e cereali argentini ai Paesi duramente colpiti dalle conseguenze della seconda guerra mondiale. Lo scopo politico del viaggio era anche quello di promuovere l’immagine di Perón, dipinto dall’informazione dell’epoca come un dittatore filonazista. Nessuno dubitava del carisma, della bellezza e dell’esperienza artistica di Evita, già modella e attrice; ma Perón ne aveva intuito soprattutto le capacità politiche e confidava che sarebbe stata una straordinaria rappresentante del governo. Non si sbagliava. Attraverso quella esperienza, Evita dimostrò una notevole capacità di interlocuzione e persuasione, esercitando il potere in un modo mai sperimentato prima da nessuna donna argentina. Nell’epoca dei populismi classici, in America Latina non esistevano leader politiche dotate di un potere paragonabile, anche se in alcuni Paesi le donne avevano già iniziato a esercitare diritti civili prima delle argentine. Perón contribuì a cambiare questo scenario impegnandosi per il suffragio femminile tra il 1946 e il 1947 e invitando le donne a interessarsi alla riforma costituzionale proposta dal governo e al pacchetto di diritti che essa introduceva. Eva – e poi Perón – ebbero persino una rubrica propria sul quotidiano “Democracia”, da cui commentavano direttamente, senza mediazioni, temi politici di rilievo. Dai suoi articoli e dai numerosi discorsi pubblici e radiofonici emerge chiaramente l’intento di sottrarre le donne al ruolo di spettatrici, rendendole protagoniste della Storia, con l’eccezione della prima ondata del femminismo, delle anarchiche e delle socialiste, poche donne si erano fino ad allora interessate alla politica. Eva Perón non incarnò una rottura totale della soggettività femminile tradizionale, ma è indiscutibile che riuscì a collocare le donne in una posizione diversa. Come osserva Mariano Juarez (2025), “il peronismo non sancisce i diritti politici delle donne perché indotti da una mobilitazione esterna – o non soltanto per questo – ma come prosecuzione di un primo evento iniziale. L’evento è l’irruzione politica della donna nel peronismo, rappresentata inizialmente in Evita. La concessione del voto, la creazione del Partito Peronista Femminile e persino la rinuncia di Eva alla candidatura alla vicepresidenza sono istituzionalizzazioni di quel primo evento storico”. Così, anche dopo la morte di Eva nel 1952, le rappresentanti del PPF in Parlamento promossero i diritti a favore delle donne. Molte di loro saranno incarcerate dopo il colpo di Stato del 1955 e molte delle conquiste abolite.
Il nuovo secolo
Alla fine del secolo scorso, in Argentina viene approvata la legge sulle quote di genere, che consente alle donne di tornare a occupare un numero significativo di seggi parlamentari, nel 2017 si consegue la parità. Si tratta di una vittoria trasversale, sebbene sia stata principalmente il risultato del lavoro delle donne peroniste e delle alleate progressiste, venne votata anche da parte della destra. In questo risultato storico fu decisiva l’impronta di un’altra donna centrale nella storia argentina. Cristina Fernández de Kirchner, due volte presidente, una volta vicepresidente, già deputata e senatrice, oggi detenuta in seguito a una sentenza segnata da gravi criticità giuridiche, ha esercitato – dai balconi, e persino oggi dalla propria abitazione – una comunicazione diretta con chi la sostiene. Attraverso i social network continua a rivendicare il concetto di giustizia sociale, pilastro del peronismo, oggi messo in discussione dall’attuale presidente argentino. Javier Milei, sostiene infatti che il populismo e la concezione dei diritti che esso promuove debbano essere annullati affinché l’Argentina sia credibile. Javier Milei sebbene goda ancora di un importante consenso elettorale, governa in larga parte per decreto. Nel frattempo, una fetta sempre più ampia della società argentina, come gli uomini, le donne e i bambini raffigurati nella scultura di Timothy Schmalz in Piazza San Pietro, si trova sull’orlo del naufragio. L’ospitalità di cui parlava papa Francesco appare lontana nell’Argentina di oggi, dove cresce il numero di coloro che affondano nelle acque oscure di politiche che, in nome della libertà, disumanizzano. Se durante la visita protocollare di Evita in Vaticano quella scultura non esisteva – così come non esisteva ancora l’evocativa opera di Schmalz “siate accoglienti”, è lecito immaginare che, se l’avesse vista, ne avrebbe colto il significato profondo. Oggi, con la sua parola e la sua azione, sarebbe ancora una volta in prima linea a lottare per la dignità del suo popolo.