Disubbidienza civile

Estratto da “Alleanza e Conversazione” di Jonathan Sacks (ed. Giuntina)

Il capitolo con cui si apre l’Esodo contiene un episodio che merita indubbiamente un posto d’onore nella storia della moralità. Il faraone ha optato per un programma di lento genocidio. Dice allora alle levatrici Shifrà e Puà: «Quando assisterete le donne ebree nel parto, osservate nel luogo dove si trova il neonato e se è un maschio lo ucciderete, se è femmina lasciatela in vita» (Es 1,16).

Poi leggiamo quello che segue:

Ma le levatrici temettero Dio e non fecero quello che aveva ordinato loro il re d’Egitto e lasciarono in vita tutti i neonati. Allora il re d’Egitto convocò le levatrici e disse loro: «Perché avete lasciato vivere i maschi?». Le levatrici risposero al faraone: «Perché le donne ebree non sono come le egiziane, sono vigorose e prima che la levatrice giunga a loro, esse già hanno partorito». Il Signore ricompensò in bene le levatrici, il popolo si moltiplicò e divenne assai numeroso. E poiché quelle levatrici temettero il Signore, Egli fece loro delle case (Es 1,17-21).

Chi erano Shifrà e Puà? La tradizione midrashica le identifica con Yocheved e Miriam. Nel descriverle, tuttavia, la Torà utilizza un espressione ambigua, ha-meyaldot ha-vriyot, che può significare sia «le levatrici ebree» sia «le levatrici delle ebree». Se seguiamo la seconda lettura Shifrà e Puà forse non erano affatto ebree, bensì egiziane. Questo è il punto di vista assunto da Abravanel e da Samuel David Luzzatto. Il ragionamento di Luzzatto è semplice: sarebbe stato realistico da parte del faraone aspettarsi che delle donne ebree assassinassero i bambini del loro stesso popolo?

L’ambiguità della Torà su questo aspetto è voluta. Non sappiamo a quale popolo appartenessero Shifrà e Puà perché la forma particolare di coraggio morale che rappresentano trascende la nazionalità. In sostanza era stato loro chiesto di commettere un «crimine contro l’umanità», e le due levatrici rifiutarono di compierlo. La loro è una storia che merita di essere collocata in una prospettiva storica più ampia. Una delle pietre miliari del diritto internazionale moderno fu il verdetto contro i criminali di guerra nazisti al processo di Norimberga del 1946. Stabiliva l’esistenza di alcuni crimini per i quali la pretesa di «avere obbedito agli ordini» non costituisce giustificazione. Ci sono leggi morali superiori alle leggi dello stato, perciò i «crimini contro l’umanità» rimangono crimini a prescindere dalle leggi in vigore su un certo territorio o dagli ordini espressi da un certo governo1.

Ci sono ordini ai quali ciascuno ha il dovere morale di disobbedire; circostanze in cui la disubbidienza civile è la necessaria risposta. Questo principio, attribuito allo scrittore statunitense Henry David Thoreau nel 1848, è stato di ispirazione per molti di coloro che negli Stati Uniti lottarono per l’abolizione della schiavitù, e non da ultimo anche per il compianto Martin Luther King nella sua battaglia per i diritti civili dei neri negli anni sessanta del Novecento. Il principio della disubbidienza civile fa appello a una teoria dei limiti morali dello stato. Fino all’età moderna i sovrani avevano autorità assoluta, temperata esclusivamente dalle concessioni che si trovavano costretti a fare ad altri gruppi potenti. Non fu prima del XVII secolo che figure come John Locke cominciarono a elaborare teorie fondate sulla libertà, il contratto sociale e i diritti umani. Fino ad allora il pensiero religioso si era prevalentemente dedicato a giustificare le strutture di potere esistenti. Fu questa la funzione ricoperta prima dal mito e poi dal concetto di «diritto divino del re». In tali società l’idea che ci potessero essere limiti al potere era inimmaginabile. Sfidare il re equivaleva a opporsi alla realtà stessa.

Il monoteismo biblico fu una rivoluzione che precorse i tempi di migliaia di anni. L’esodo fu qualcosa di più della liberazione di un gruppo di schiavi. Fu il modo con cui venne ridisegnato il paesaggio morale. Se l’immagine di Dio va individuata non soltanto nei sovrani ma nella persona umana in quanto tale, allora qualsiasi potere disumanizzante costituisce ipso facto un abuso di potere. La schiavitù, considerata da quasi tutti i pensatori antichi come una componente dell’ordine naturale, per la prima volta viene messa in discussione. Va detto che la Torà la consente – d’altronde fino al XIX secolo non venne messa al bando in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, e anche allora, almeno negli Stati Uniti, non senza una guerra civile – eppure, limitandola in molti modi (lo Shabbat, la liberazione dello schiavo dopo sette anni e così via), preparò la strada alla sua successiva abolizione. Quando il Signore dice a Mosè di riferire al faraone «Israele, il mio figlio primogenito».

(Es 4,22), sta annunciando al sovrano più potente del mondo antico che quelle persone possono anche essere suoi schiavi, ma sono i Suoi figli, i figli di Dio. La storia dell’esodo è di natura tanto politica quanto teologica. Teologicamente le piaghe mostrano che il creatore della natura domina incontrastato sulle forze della natura. Politicamente annuncia che sopra ogni potere umano si staglia la sovranità di Dio, difensore e garante dei diritti dell’umanità.

All’interno di una visione del mondo di questo genere l’idea di disubbidienza civile non è impensabile ma, al contrario, autoevidente. La nozione stessa di autorità viene definita dalla trascendenza del diritto sulla forza, della moralità sul potere. In quello che va considerato uno dei momenti di svolta nella storia del mondo, in Israele simultaneamente all’istituzionalizzazione del potere era nata la critica sociale. Non appena in Israele ci furono re, ecco che ci furono profeti inviati da Dio per criticarli allorché abusavano del loro potere. Nelle parole del Talmud: «Quando c’è un conflitto tra le parole del maestro e le parole dell’allievo, a quali parole bisognerebbe obbedire?5».

Un ordine umano non potrà mai prevalere su un comando di Dio. Perciò è tanto più commovente che il primo caso di disubbidienza civile di cui si abbia testimonianza – capace di anticipare Thoreau di oltre tre millenni – sia la storia di Shifrà e Puà, due donne comuni che sfidarono il faraone in nome dell’umanità pura e semplice. Tutto ciò che sappiamo è che le levatrici «temettero Dio e non fecero quello che aveva ordinato loro il re d’Egitto» (Es 1,17).

Queste parole stabilirono un precedente che finì per diventare la base della Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite. Rifiutandosi di obbedire a un ordine immorale, Shifrà e Puà ridefinirono l’immaginario morale del mondo. Va aggiunta una nota finale. Nonostante la letteratura greca non conosca il concetto di disubbidienza civile, contiene un caso celebre in cui un individuo sfida il re: l’Antigone di Sofocle, che seppellisce il fratello sfidando l’ordine del re Creonte di lasciarlo insepolto in quanto traditore. Mettere a confronto Sofocle e il Tanakh è affascinante. Antigone è una tragedia in cui l’eroina eponima paga con la propria vita la sfida che ha lanciato. Invece la storia di Shifrà e Puà non è una tragedia e termina con un’espressione singolare: Dio «fece loro delle case» (Es 1,21).

Che cosa significa? Il commentatore italiano Samuel David Luzzatto ha proposto un’interpretazione acuta, partendo dalla considerazione che talvolta le donne scelgono di fare da levatrici allorché non riescono a dare alla luce figli propri. Questo, suggerisce Luzzatto, fu proprio il caso di Shifrà e Puà. Ma poiché salvarono la vita a dei bambini, Dio le ricompensò – misura per misura – con bambini che fossero loro figli («case» sta qui per «famiglie»). La tradizione ebraica non vede la vita come inevitabilmente tragica, poiché né l’universo né il destino sono ritenuti ciechi. «Come ricompensa alle donne giuste di quella generazione, i nostri antenati furono salvati dall’Egitto». Shifrà e Puà erano due di quelle donne, eroine dello spirito, giganti della storia dell’umanità.


1) Il principio era stato stabilito prima, l’8 agosto 1945, con lo Statuto di Londra del Tribunale internazionale militare (a cui ci si riferisce di solito come allo Statuto di Norimberga).

2) Sulla disubbidienza civile, cfr. Henry David Thoreau, Walden and Civil Disobedience, Signet Classics, New York 1980 (tr. it. di P. Sanavio, La disobbedienza civile, BUR, Milano 2010); Hugo Bedau, Civil Disobedience. Theory and Practice, Pegasus, Indianapolis 1969; Ronald Dworkin, Taking Rights Seriously, Duckworth, London 1977, pp. 206-22 (tr. it. di N. Muffatto, I diritti presi sul serio, il Mulino, Bologna 2010).

3) Una dottrina politica e religiosa sviluppatasi nel Medioevo che affermava che un monarca non dovesse essere soggetto ad alcuna autorità terrena poiché derivava il proprio diritto a governare direttamente dal volere di Dio. Di conseguenza il re non era soggetto alla volontà del proprio popolo, dell’aristocrazia o di qualsiasi altra istituzione del regno, Chiesa inclusa. La dottrina implica che ogni tentativo di deporre il re o di ridurne i poteri contraddica la volontà di Dio e possa dunque costituire un’eresia.

4) Per un approfondimento sui motivi per cui la schiavitù non venne completamente bandita dalla Torà si veda, infra, il capitolo .Tempo e trasformazione sociale.

5) Talmud, Kiddushin 42b

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