Il potere dei senza potere
di Giovanna Martelli – Segretaria Generale Fondazione Rut
Nel 1977, nella Cecoslovacchia silenziata dal regime sovietico, un gruppo di cittadini e cittadine firmarono un documento destinato a fare la Storia: Charta 77.
Non era un manifesto incendiario, ma una richiesta semplice e radicale: ricordare allo Stato i diritti che esso stesso aveva sottoscritto. Eppure quella richiesta minima fu percepita come rivoluzionaria, perché rompeva il patto non detto della sottomissione: non credere nella verità, ma fare finta di crederci. Da quell’esperienza nacque il vero capovolgimento politico della dissidenza centro-europea: il potere non è solo nelle istituzioni, nei governi, negli apparati. Il potere vive (soprattutto) nella persona comune che rifiuta di vivere nella finzione.
ERRE in questo numero racconta del “Potere” e lo facciamo con lo sguardo e il sentire degli outsider: il rapper Rancore, la memoria incarnata dei corpi delle donne del Ruanda, le piccole storie di Simona Ercolani, il “NO” di Rosa Parks, il mito di Evita Perón, la pedagogia di Paulo Freire e molto altro ancora.
Partendo da “Charta 77” e dalla sua lezione fondamentale che Vàclav Havel ci tramanda:
il potere si regge sulla collaborazione quotidiana alla menzogna e la sua crepa più profonda si apre quando qualcuno smette di fingere. La forza e l’attualità politica di Charta 77 stanno nell’aver spostato il baricentro della politica: non la conquista del potere, ma la sottrazione alla menzogna come atto politico primario. In un sistema fondato sull’adesione formale e sul “far finta di credere”, Charta 77 mostrò che il vero punto di rottura non è lo scontro frontale, ma la coerenza tra parola e l’esistenza vissuta. ERRE sceglie con questo numero di interrogare il “Potere” attraverso i linguaggi, le parole.
Vivere nella verità
Havel scelse di guardare alla politica partendo dalla vita quotidiana. Si accorse che il totalitarismo, oltre che sulla persecuzione politica, si sorreggeva sul conformismo: la vetrina del fruttivendolo addobbata con slogan, la riunione sindacale ripetuta per obbligo, la parola non detta per timore o quieto vivere. Ogni piccolo gesto di adattamento alimentava una macchina che sembrava invincibile proprio perché nessuno ne interrompeva l’ingranaggio. Da qui la sua intuizione: vivere nella verità non è un gesto morale astratto, ma un’azione politica concreta.
Scegliere di non mentire, di non fingere, di non collaborare, di non stare comodi, con ciò che si sa essere falso diventa un detonatore silenzioso: rende visibile la nudità del potere.
Il potere sottile e pervasivo
In Europa non viviamo in una dittatura classica, ma la lezione di Havel risuona più forte. Il potere non si presenta più solo con il volto della brutalità. Si traveste da competenza tecnica, da algoritmo neutrale, flusso informativo personalizzato. Le menzogne non si impongono: basta moltiplicare narrazioni incoerenti fino ad annullare lo spazio comune dove riconoscere il vero.
L’informazione autentica cede al marketing emozionale, la politica alla paura, la partecipazione al tifo digitale, la cittadinanza si assottiglia nella forma di un “like”.
Il rifiuto spirituale e l’abuso del sacro
Per Vàclav Havel, la libertà aveva anche una dimensione spirituale. Cresciuto in un regime che proclamava l’ateismo come dogma di Stato, rifiutò l’idea che l’anima umana potesse essere sterilizzata, ridotta alla biologia o all’utilità sociale. Quando il potere pretende di disporre della nostra interiorità, pretende di disporre della nostra umanità. È qui che la sua lezione incrocia la storia di oggi e delle nostre sorelle iraniane. UnoStato che pretende di possedere Dio e di governare l’anima delle persone attraverso il corpo delle donne. È la stessa architettura: ieri il partito confiscava la coscienza negando Dio, oggi la teocrazia confisca la coscienza imponendo Dio. Il prezzo più alto è pagato da Mahsa Amini e da tante altre che l’hanno seguita nella sua lotta: il controllo del corpo femminile è sempre la cartina di tornasole del totalitarismo, la sua prima infrastruttura.
La dissidenza come destino
Havel ci ricorda che l’autoritarismo nasce quando noi smettiamo di pensarci liberi e consegniamo la nostra esistenza alla convenienza, alla paura, all’abitudine. La dissidenza per lui fu una forma di integrità quotidiana. Dire la verità anche quando non serve. Opporsi anche quando nessuno applaude. Scegliere di non collaborare con ciò che degrada la dignità umana. Oggi in un mondo che mescola il cinismo con lo spettacolo e la rabbia con il fatalismo, quella lezione torna urgente. Ancora una volta dalle piccole storie di ERRE escono dei moniti: non ci è chiesto eroismo, ma coerenza, non azioni grandiose, ma gesti piccoli e ostinati di libertà. E qui il pensiero di Vàclav Havel vola alto e arriva fino a noi. Nelle nostre democrazie senza demos vivere nella verità non è un gesto morale privato, ma un atto politico pubblico capace di incrinare la grammatica del potere. Ognuno di noi è responsabile davanti a qualcosa che supera il potere umano: verità, coscienza, trascendenza. Qualcosa che nessuno può sequestrare: né un partito, né un imam di regime, né il leader carismatico della stagione. E allora cari lettori, se vogliamo essere pienamente umani non abbiamo altra scelta se non essere dissidenti con Vàclav Havel. Scegliendo la dissidenza come destino.
Buona lettura