Disinformazione Misinformazione

di Raffaella MenichiniVice Caporedattore del sito di fact-checking Leadstories.com

Le “fake news” non sono un fenomeno nuovo, e non necessariamente sono riconducibili all’avvento del digitale. Propaganda, fonti fallaci o non controllate, titoli sensazionalistici e fuorvianti, la stessa omissione di una notizia o la scelta partigiana di cosa diffondere sono sempre state pratiche dei media tradizionali ben prima che arrivasse “internet”. Quel che è cambiato con la comunicazione diffusa in rete, che avviene in modo orizzontale e non più attraverso i tradizionali “gatekeeper” dell’informazione, è la pervasività degli effetti della “disinformazione” (ovvero le false informazioni diffuse deliberatamente da soggetti specifici) e della “misinformazione” (ovvero le false informazioni diffuse e condivise in modo inconsapevole, a volte in buona fede, da una pletora di soggetti). La nebbia informativa che avvolge gli ambienti digitali in cui ci muoviamo ogni giorno, che siano le chat di famiglia su WhatsApp o gli account TikTok, magari di figli e nipoti, è il nuovo terreno su cui si rimodulano gli strumenti della nostra democrazia e dove si deve plasmare una nuova forma di pensiero critico.

Le campagne di disinformazione sono in grado di forgiare percezioni, mobilitare folle e destabilizzare le democrazie. Diffondendosi su piattaforme come Facebook, TikTok e Telegram, queste narrazioni manipolate – dalle catene WhatsApp sulle “scie chimiche” ai deepfake di leader politici – sfruttano la viralità per diventare “verità” condivisa. In un’epoca dominata dal potere del linguaggio, le bufale digitali non sono semplici bugie, ma costruzioni retoriche che amplificano emozioni, creano divisioni e generano profitto.

I meccanismi della manipolazione

La forma in cui un contenuto viene presentato fornisce già indizi chiave sull’intento e sull’origine del contenuto stesso. Studi linguistici hanno evidenziato che la disinformazione spesso ricorre a un linguaggio emotivo, usa generalizzazioni che si prestano facilmente a slogan e scelte stilistiche che mirano a ridurre il tempo di elaborazione cognitiva del fruitore. Alcuni degli elementi distintivi di questo tipo di contenuto sono: l’uso di superlativi, l’aggressività retorica, l’inserimento di verosimili dettagli specifici e una tendenza a proporre una narrazione in cui verità e libertà assumono una connotazione assoluta.

Una punteggiatura ridondante e ripetuta (punti esclamativi e interrogativi), ed emoji associate a un impatto visivo di allarme (fuoco, ambulanza, bombe, facce dubbiose o arrabbiate) sono altri elementi che integrano e amplificano l’effetto. Queste dinamiche mirano a creare un senso di urgenza e di affidabilità apparente, facilitando la condivisione immediata prima della verifica. L’uso del pronome “tu” e racconti che inducono una percezione di vicinanza personale sono stati associati a contenuti disinformativi in alcune analisi linguistiche.

Queste scelte creano un effetto di coinvolgimento diretto che riduce la distanza critica tra autore e utente, potenziale condivisore. Il linguaggio della falsificazione fa leva su emozioni forti, su claim soggettivi e su una retorica aggressiva, spesso vittimistica, generica e generalizzante. Questi elementi non sono casuali, ma strutturali: il testo è progettato per facilitare l’immediata accettazione o la condivisione, spesso senza tempo né apparente motivo per tentare una verifica indipendente.

Le logiche della viralità

La viralità non è un incidente di percorso: rappresenta una logica strutturale delle piattaforme e dei meccanismi sociali che premiano contenuti con alta redditività di attenzione. Numerosi studi dimostrano che la viralità dei contenuti negativi “paga”: le piattaforme digitali privilegiano i contenuti incendiari perché massimizzano l’engagement degli utenti, che si traduce in più tempo trascorso sulla piattaforma e quindi in più ricavi pubblicitari. I modelli di business di piattaforme social come Facebook, YouTube e X si basano su algoritmi che premiano le interazioni (like, commenti, condivisioni) per tenere gli utenti incollati allo schermo.

Contenuti emotivi o polarizzanti generano reazioni intense, come rabbia o indignazione, che aumentano le metriche di retention del 20-50% rispetto ai post neutri, secondo studi accademici. Le fake news trovano terreno fertile in ambienti dove la ricerca di like, commenti e condivisioni è un incentivo immediato, soprattutto quando i contenuti toccano temi sensibili come politica, salute o identità culturale. Una caratteristica ricorrente è la cosiddetta “condivisione a cascata”, che amplifica la visibilità man mano che i contenuti si diffondono nelle reti sociali, spesso basandosi su una combinazione di credibilità percepita e rapidità di propagazione.

Il fatto che questo tipo di propagazione avvenga nelle cosiddette “bolle” o “echo chamber” – tendiamo a vedere e condividere contenuti di persone che la pensano come noi – è un ulteriore incentivo alla viralità. Un punto critico è la gestione delle smentite o del fact-checking: spesso i contenuti corretti perdono terreno rispetto a una contro-narrazione che rimane più semplice da ricordare o condividere. Inoltre, l’emergere di intelligenze artificiali generative introduce nuove forme di disinformazione, come deepfake e immagini digitalmente manipolate, sempre più difficili da distinguere dai contenuti autentici. Esistono strumenti in grado di analizzare e individuare gli AIGC (Artificial Intelligence Generated Content), ma il livello di accuratezza è ancora troppo limitato per poter opporre un argine efficace al fenomeno.

Il ruolo di Big Tech

I primi segnali di un massiccio riassetto della politica in materia di disinformazione erano evidenti già da tempo, ma il quadro completo è emerso solo nell’ultimo anno.

Il primo colpo ufficiale è stato ovviamente quello di Mark Zuckerberg: pochi giorni prima che Donald Trump entrasse in carica per la seconda volta, il CEO di Meta non solo ha abbracciato la sua falsa affermazione secondo cui la regolamentazione tecnologica dell’Unione Europea equivaleva a censura online, ma ha anche promesso di collaborare con la sua amministrazione per evitare di conformarsi, senza alcuna intenzione di smettere di operare in Europa. Il riallineamento di Zuckerberg, seguito alla conquista di un’altra importante piattaforma social come X da parte di quello che si è rivelato come un potente alleato/facilitatore dell’amministrazione Trump come Elon Musk, ha rivelato una tendenza generalizzata nella leadership della Silicon

Valley: un’affinità ideale e operativa con la deregulation “selettiva” à la Trump (liberalizzare gli amici e perseguitare i nemici percepiti o costruiti). I Big Tech si sentono ideologicamente e finanziariamente più a proprio agio in un contesto normativo in cui viene loro chiesto di fare meno, anziché di più, in materia di disinformazione e di altri mali sociali. Forse solo perché è più facile e redditizio, e si finisce nei guai meno facilmente. L’aperta ostilità dei Big Tech a trazione trumpiana nei confronti della regolamentazione si accompagna a un’altra operazione: l’aggressione e la delegittimazione del concetto di “fact-checking” e di tutti gli operatori del settore. Siamo qui di fronte a un’operazione di meta-disinforma- zione: equiparare il fact-checking alla censura, preferibilmente di matrice liberal, ha il doppio effetto di neutralizzare un potenziale ostacolo a futuri sviluppi economici e creare un clima di diffidenza e sospetto nei confronti del concetto stesso di “controllo dei fatti”, un’operazione che molti leader politici stanno conducendo con successo in tutto il mondo a partire dal “manuale” trumpiano di attacco al giornalismo.

Questo non avviene solo nella prateria sregolata di X sotto Musk o nel deserto informativo di Meta, dove le news sono state penalizzate programmaticamente dall’algoritmo e il fact-checking è stato eliminato, almeno negli USA. Anche Google è un buon esempio: si è silenziosamente ritirata da molte discussioni sull’integrità delle informazioni in cui un tempo svolgeva un ruolo importante, ma soprattutto ha apportato modifiche ai suoi prodotti per adeguarsi alla tendenza verso una minore responsabilità: dall’eliminazione delle regole di YouTube sull’incitamento all’odio e dall’offerta di “amnistia” ai creatori che in precedenza aveva bandito in base alle politiche sulla disinformazione, all’eliminazione dei fact-check che apparivano sopra i risultati di Google se si cercava un’affermazione smentita. La tendenza è chiara. Sia Google, che YouTube, che Linkedin hanno abbandonato nel 2025 il loro impegno a collaborare con le organizzazioni di fact-checking europee nell’ambito del

Codice di condotta dell’UE sulla disinformazione e praticamente tutte le principali piattaforme che mostrano contenuti generati dagli utenti (X, YouTube, TikTok, Facebook e Instagram) hanno ora una qualche variante del programma Community Notes, che nella sua forma attuale si è dimostrato piuttosto inefficace contro la disinformazione. Si tratta di contributi da parte degli utenti volti a fornire un contesto ai post, ma con regole di visibilità e scalabilità che li rendono praticamente inutili, oltre a essere contenuti a loro volta difficilmente verificabili: la comunità digitale che si autoregola è un’utopia superata dalla realtà fattuale di un ecosistema sistematicamente e professionalmente saturato di contenuti falsi o, nella migliore delle ipotesi, fuorvianti.

Il clima intorno alla politica sulla disinformazione è semplicemente diverso all’inizio del 2026, a partire da un incredibile ritorno al dibattito sull’esistenza stessa della realtà e dei fatti o sulla loro natura puramente soggettiva. Un dibattito fondamentale, quasi filosofico, ma falso Meta, ad esempio, ripete dalla fine del 2024 che non esiste “un consenso a livello sociale su cosa costituisca disinformazione e su come debba essere affrontata”, il che non è vero. In realtà non c’è consenso su come affrontare la disinformazione, anche se c’è una maggioranza favorevole a compiere lo sforzo, ma le persone sanno cosa sono le informazioni errate. Potrebbero non essere d’accordo sul fatto che una particolare informazione sia disinformazione, ma il concetto è chiaro. Si tratta di un tipo di razionalizzazione del dibattito che viene canalizzato soprattutto da alti dirigenti delle Big Tech, compresi quelli della nuova generazione di colossi globali dell’IA generativa.

Il dibattito, quasi surreale, non è più sulla qualità delle fonti, ma se esistano o meno “i fatti”. Riconquistare il potere del linguaggio In questo quadro, viene da domandarsi se esistano antidoti o inversioni di rotta possibili. Un esempio di intervento potenzialmente efficace è la regolamentazione normativa transnazionale, come quella che l’UE sta costruendo attraverso il Digital Services Act (DSA) e normative affini, che impongono trasparenza algoritmica, la rimozione rapida di contenuti ingannevoli e la responsabilità legale delle piattaforme.

Ma anche il linguaggio dei media mainstream può aiutare a fare la differenza: negli ultimi anni, incalzati dalla concorrenza dei social media per la conquista dell’attenzione, i media sono scivolati sempre più verso il sensazionalismo, il clickbait e la scarsa verifica delle fonti. Una presa di coscienza piena può solo contribuire a ricostruire la fiducia del pubblico e introdurre anticorpi nell’ecosistema informativo intossicato. Infine, sarebbe fondamentale affrontare il problema fin dalle giovani generazioni, con campagne ben finanziate e capillarmente organizzate di media literacy, promosse tramite programmi educativi nelle scuole e campagne pubbliche per insegnare a verificare le fonti e a riconoscere i bias emotivi.

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