Dentro la fame. Dalla carestia globale al diritto al cibo

Intervista a Massimo De Giuseppe

di Raffaele Buscemi

Nel Novecento la fame ha smesso di essere solo un’emergenza locale ed è diventata un tema globale. A spiegare come questo processo abbia cambiato il modo di pensare il diritto al cibo è Massimo De Giuseppe, che legge la storia della fame come intreccio tra guerre, rivoluzione industriale, migrazioni, decolonizzazione e politiche internazionali.

Nel corso del Novecento e del XXI secolo, il tema della fame è passato da emergenza locale a questione globale. Come si è trasformato, secondo Lei, il modo di pensare il diritto al cibo nella contemporaneità?

Sicuramente, questo è uno dei grandi temi della contemporaneità. Se guardiamo al primo Novecento, vediamo una fase storica segnata da enormi trasformazioni: l’industrializzazione, le grandi migrazioni dall’Europa verso le Americhe, la crescita demografica, ma anche la tragedia della Prima guerra mondiale. In questo contesto, le carestie non sono più soltanto fenomeni locali o naturali, ma iniziano a intrecciarsi con processi economici, politici e bellici sempre più globali.

Nel corso del Novecento e del XXI secolo, il tema della fame è passato da emergenza locale a questione globale. Come si è trasformato, secondo Lei, il modo di pensare il diritto al cibo nella contemporaneità?

Sicuramente, questo è uno dei grandi temi della contemporaneità. Se guardiamo al primo

Molte crisi alimentari della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento sono legate proprio agli squilibri prodotti dalla modernizzazione industriale e dagli imperi coloniali. Pensiamo, ad esempio, ad alcune carestie nello scenario indiano durante la stagione del British Empire, collegate anche alle dinamiche delle guerre dell’oppio, oppure a diversi contesti africani nei quali la penetrazione coloniale rompe equilibri economici e sociali preesistenti.

Un caso significativo è quello del caffè in El Salvador. Nel corso dell’Ottocento, l’espansione della monocultura del caffè modifica profondamente l’organizzazione del lavoro e della società. Un Paese che produceva indaco, canna da zucchero e altri prodotti coloniali, ma che conservava anche forme di agricoltura di sussistenza legate alla milpa, il tradizionale campo di mais, vede progressivamente spezzarsi quell’equilibrio. La diffusione del caffè produce nuovi rapporti servili, migrazioni interne e una pressione crescente sulle comunità contadine, fino a generare forme di scarsità alimentare che prima non esistevano.

Hands of hungry beggar requesting free food from volunteers : concept of giving and sharing

Qualcosa di simile accade anche nel Messico rivoluzionario. Nel nord, si sviluppano grandi colture moderne legate all’industria cotoniera, mentre nel sud, nelle aree della rivolta zapatista, l’espansione della canna da zucchero destinata ai mercati nordamericani ed europei altera profondamente il rapporto tra comunità rurali, terra e sussistenza. Anche qui la modernizzazione economica rompe equilibri sociali consolidati e produce nuove forme di sfruttamento. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dunque, globalizzazione, rivoluzione industriale, migrazioni e trasformazioni demografiche generano fenomeni inediti di scarsità alimentare. Nel corso del secolo, questo processo si intreccia poi con guerre sempre più distruttive, innovazioni tecnologiche e soprattutto con la decolonizzazione.

È negli anni Sessanta che la fame entra davvero nell’agenda globale contemporanea. La stagione postcoloniale mette in evidenza tutte le difficoltà dei nuovi Stati indipendenti nel ricostruire economie autonome dopo il dominio coloniale. Pensiamo all’India del dopo Nehru e alle contraddizioni delle politiche agricole di quegli anni, al viaggio di Paolo VI in India nel 1964 oppure alla crisi del Biafra nel 1967. In quel momento, la fame comincia a essere percepita come una questione mondiale, non più soltanto come una somma di emergenze locali. È anche la fase in cui il sistema multilaterale prova a costruire strumenti nuovi di intervento. Con la creazione dell’UNDP nel 1965 e con il ruolo crescente di agenzie come FAO, OMS e UNICEF, si sviluppa l’idea di una governance internazionale della sicurezza alimentare fondata su programmi di assistenza, cooperazione e sviluppo.

In molte aree del mondo, la fame non sembra essere solo una conseguenza della povertà, ma anche di dinamiche politiche ed economiche. Quanto possiamo parlare oggi di fame come fenomeno costruito?

Molto spesso la fame è anche il risultato di scelte politiche. Al di là delle carestie indotte deliberatamente in contesti repressivi o bellici – pensiamo alla grande carestia ucraina del Novecento oppure a diverse crisi africane della seconda metà del secolo – esistono situazioni nelle quali la pressione politica produce artificialmente emergenze alimentari che in condizioni normali non si verificherebbero.

Un caso recente è quello dei Rohingya in Myanmar. Questa comunità viveva già in una situazione di forte discriminazione, ma senza sperimentare forme estreme di scarsità alimentare. Quando però la crisi politica del Myanmar si è aggravata e si è avviato un processo di espulsione più o meno indiretta della minoranza musulmana, si sono create condizioni di violenza, precarietà e fame molto gravi.

In altri casi, la scarsità alimentare deriva dall’impatto di trasformazioni economiche e militari sui sistemi di sussistenza locali. Molte comunità contadine latinoamericane, pur vivendo in condizioni di povertà strutturale, riescono storicamente a garantirsi una sopravvivenza minima grazie all’accesso diretto alla terra, al mais o alle colture tradizionali.

Quando però questi equilibri vengono spezzati, la situazione cambia radicalmente. Durante la guerra civile salvadoregna degli anni Ottanta o nel Guatemala del periodo di Ríos Montt, alcune aree ricchissime dal punto di vista naturale arrivano paradossalmente a vivere situazioni di carestia. L’Alta Verapaz, ad esempio, è una delle zone tropicali con maggiore biodiversità alimentare del continente, eppure tra il 1980 e il 1983 le politiche di terra bruciata colpirono duramente le comunità indigene, privandole dell’accesso agli alimenti.

Per questo motivo, la costruzione di situazioni di fame è spesso il risultato di scelte politiche violente e di rapporti di potere profondamente squilibrati. Il controllo del cibo e delle risorse alimentari è stato spesso uno strumento di potere. Ci sono episodi storici che aiutano a capire il rapporto tra pane, politica e conflitto? Il rapporto tra pane, politica e conflitto è antichissimo. Lo troviamo nelle tragedie greche, nei miti religiosi e nelle cosmogonie di molte civiltà, dal Mediterraneo al mondo mesoamericano fino all’Asia.

Se guardiamo al presente, un caso emblematico è Haiti. La distruzione della produzione agricola locale e il collasso delle istituzioni hanno prodotto una situazione drammatica anche dal punto di vista alimentare. Oggi, Haiti resta uno dei Paesi con i più bassi indici di sviluppo umano del continente americano, e la scarsità di beni essenziali come riso e fagioli è diventata una componente quotidiana della crisi sociale.

In questo caso pesano certamente dinamiche interne, ma anche il fallimento di molte politiche internazionali di ricostruzione e cooperazione successive al terremoto del 2010. Situazioni analoghe si ritrovano anche nell’Africa saheliana. In aree del Mali, del Sudan o del Sudan del Sud, il controllo dell’accesso al cibo è stato spesso utilizzato come strumento di pressione politica e militare. In territori già fragili dal punto di vista climatico, guerre civili, desertificazione e crisi istituzionali hanno trasformato la fame in un’arma di conflitto.

Dietro prodotti quotidiani come tè, caffè e cacao si nascondono storie di economia, dominio e trasformazioni sociali. Che cosa ci dicono questi tre casi?

Questi tre prodotti raccontano perfettamente il legame tra globalizzazione, colonialismo e trasformazioni sociali.

Il tè nasce in Cina, ma durante la stagione delle guerre dell’oppio l’Impero britannico trasferisce progressivamente la produzione nell’Assam indiano. Il tè diventa così un bene di consumo quotidiano della società britannica tra Ottocento e Novecento: prima per l’élite, poi per la middle class e infine anche per il mondo operaio. Tuttavia, il prodotto che nasce nelle piantagioni coloniali dell’Assam non coincide più con il significato culturale originario del tè cinese. Il caffè segue una traiettoria simile. Originario dell’Etiopia, si diffonde attraverso il mondo arabo e l’Impero ottomano fino alle corti europee. Ma è solo con il trasferimento massiccio della produzione nelle Americhe che il caffè diventa un prodotto globale. Questo processo trasforma profondamente le società latinoamericane: nascono oligarchie agrarie molto dure, si intensificano i rapporti servili e il prezzo del caffè viene ormai determinato nei grandi mercati finanziari internazionali, come quello di New York.

Il cacao, invece, ha una storia legata alle culture amazzoniche e mesoamericane. Nelle società indigene era inserito in sistemi comunitari complessi e aveva anche un valore rituale. Con l’espansione coloniale europea diventa progressivamente un bene di lusso e poi, nel Novecento, un prodotto di consumo di massa.

La grande trasformazione avviene quando la produzione si sposta in Africa occidentale. Oggi, la Costa d’Avorio produce più cacao di gran parte dell’America Latina messa insieme, ma attraverso modelli basati su piantagioni intensive, lavoro minorile e forte sfruttamento sociale. Non è un caso che molte tensioni politiche ed economiche ivoriane del primo decennio del XXI secolo siano state legate proprio al controllo della filiera del cacao.

Dietro ciascuno di questi prodotti possiamo quindi leggere storie di imperi, migrazioni, lavoro, violenza economica e costruzione della globalizzazione contemporanea. Su questo tema consiglio Coffeeland, pubblicato da Einaudi in italiano e Cacao, la pianta che attraversa il tempo, pubblicato da Carocci.

Molti indicatori mostrano un miglioramento, ma la fame resta diffusa. Perché?

Negli ultimi decenni, alcuni indicatori globali sono effettivamente migliorati, m il problema della fame rimane enorme e oggi si manifesta in forme nuove.

Recentemente Marina Ponti, direttrice della campagna ONU per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, ricordava come sia diventato sempre più difficile mobilitare l’opinione pubblica internazionale su questi temi. Negli anni Sessanta, immagini e grandi campagne internazionali riuscivano a scuotere le coscienze collettive; oggi, il sistema comunicativo globale produce spesso un effetto opposto, frammentando l’attenzione. Esiste poi un fattore decisivo: la crescita demografica e l’urbanizzazione incontrollata. Paesi come l’India hanno conosciuto uno sviluppo economico straordinario, entrando tra le principali economie mondiali, ma allo stesso tempo continuano a convivere con fortissime disuguaglianze sociali e territoriali. La fame, inoltre, non colpisce ovunque allo stesso modo. Un conto è vivere in una zona rurale fertile del Guatemala, dove almeno esiste ancora un accesso diretto ad alcune risorse agricole; un altro è vivere nelle periferie urbane di grandi metropoli latinoamericane, dove la povertà alimentare può diventare molto più estrema.

Il grande paradosso contemporaneo è che l’insicurezza alimentare cresce anche nei Paesi occidentali. Le grandi città europee e statunitensi vedono aumentare il numero degli homeless e delle persone che dipendono da mense sociali e reti di assistenza. In alcune realtà urbane statunitensi, dalla periferia di Chicago a città come Detroit, la precarietà lavorativa e abitativa può spingere rapidamente interi segmenti di popolazione fuori dal sistema sociale.

Come si intrecciano oggi sviluppo, cooperazione internazionale e sicurezza alimentare?

Dopo la fine della Guerra fredda sembrò aprirsi una stagione nuova. Nel 1995, durante il World Summit for Social Developmentcdi Copenaghen, promosso dalle NazionicUnite, si parlò molto della possibilità di costruire un governance globale più cooperativa, fondata su relazioni nord-sud e sud-sud più equilibrate.

Quell’ottimismo, però, si è progressivamente incrinato. Le guerre successive all’11 settembre, dall’Afghanistan all’Iraq, hanno deteriorato il sistema internazionale e reso più fragile anche l’idea di cooperazione multilaterale. Nel frattempo, sono cambiati anche i confini stessi del cosiddetto Global South. Quando il demografo francese Alfred Sauvy coniò nel 1952 l’espressione “Terzo Mondo”, si riferiva ai Paesi che emergevano dai processi di decolonizzazione e che non appartenevano né al blocco occidentale né a quello sovietico. Negli anni Settanta e Ottanta, questa categoria si trasformò progressivamente nell’idea di un “Sud globale”, resa celebre anche dal Rapporto Brandt del 1980. Oggi, però, quel Sud globale è estremamente eterogeneo. Comprende realtà come la Cina, ormai seconda economia mondiale, l’India, il Messico, ma anche Paesi segnati da fortissime fragilità economiche e alimentari, come il Niger o alcune aree della Nigeria.

Questo scenario ha modificato profondamente anche il concetto di cooperazione internazionale. La Cina, ad esempio, non pratica la cooperazione tecnica classica del sistema ONU, ma costruisce relazioni bilaterali molto forti, soprattutto in Africa, attraverso investimenti infrastrutturali, presenza economica e controllo delle risorse. Anche altri Paesi del Global South hanno sviluppato proprie reti di cooperazione regionale o geopolitica. Il Messico mantiene storicamente una posizione particolare nel continente americano; l’India ha costruito una sua proiezione asiatica; i Paesi del Golfo hanno sviluppato forme autonome di cooperazione nel mondo arabo.

La cooperazione sud-sud non si è sviluppata esattamente come si immaginava negli anni Novanta, ma ha comunque prodotto nuove reti di potere, nuove dipendenze e nuovi equilibri internazionali.

In conclusione, il pane è ancora un simbolo universale?

Sì, il pane resta un simbolo universale, così come lo sono il riso nel mondo asiatico o il mais in quello mesoamericano. In tutte le grandi civiltà agricole, il cibo fondamentale diventa anche un elemento culturale, spirituale e comunitario.

Mi viene in mente Giorgio La Pira, sindaco di Firenze e figura molto importante della cultura politica italiana del dopoguerra. La Pira diceva spesso che bisognava “studiare con il mappamondo sul comodino” e che ciascuno doveva contribuire alla costruzione della casa comune, mettendo il proprio mattoncino. Senza quel mattoncino, sosteneva, restava un vuoto che nessun altro avrebbe potuto colmare. E aggiungeva che con quei mattoni si costruiva anche il forno per fare il pane.

Era una riflessione che nasceva dalla sua esperienza durante la Seconda guerra mondiale, quando organizzò reti di assistenza alimentare per i poveri e i senzatetto. Ma la stessa idea ritorna in moltissime culture del mondo. Nella tradizione maya, ad esempio, esiste l’idea che ogni persona cresca come un chicco di mais e che la comunità abbia il compito di proteggerne la maturazione. Nel Popol Vuh, gli dei riescono a creare definitivamente gli esseri umani solo quando li modellano con la pasta di mais, dopo ben cinque tentativi con cinque materiali diversi.

In fondo, dentro tutte queste tradizioni ritorna lo stesso principio: il rapporto tra alimentazione, comunità e convivenza. Ed è probabilmente una delle grandi questioni che il mondo contemporaneo deve ancora affrontare.

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