Intervista a Patricia Hill Collins
di Annamaria De Paola
A Palermo, in uno spazio che porta ancora i segni di un’altra funzione, un’architettura religiosa trasformata in aula universitaria, abbiamo incontrato Patricia Hill Collins, alla sua prima visita in Italia. Il contesto non è casuale, un luogo di passaggio e trasformazione, quasi una metafora concreta di quel pensiero in movimento che Collins sviluppa da decenni.
Sociologa statunitense tra le voci più autorevoli del femminismo contemporaneo, Collins è professoressa emerita all’Università del Maryland ed è stata presidente dell’American Sociological Association. Il suo lavoro ha ridefinito il modo in cui leggiamo le disuguaglianze, mostrando come etnia, genere e classe non operino separatamente, ma si intreccino in sistemi complessi di potere. Al centro della sua riflessione c’è il concetto di intersezionalità, coniato da Kimberlé Crenshaw, che Collins ha rielaborato fino a farne non solo uno strumento analitico, ma un vero e proprio paradigma per interpretare la società. In questa prospettiva, le esperienze non possono essere comprese isolando le singole categorie, ma solo osservando come esse si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente.
Nel suo pensiero ritorna spesso un’immagine potente, quella dell’outsider within. Essere dentro e fuori allo stesso tempo. È la posizione che Collins attribuisce alle donne, e in modo ancora più marcato alle donne nere, soggetti storicamente marginalizzati, ma allo stesso tempo profondamente intrecciati alle strutture sociali. Questa posizione liminale produce una doppia coscienza, una consapevolezza critica che permette di vedere ciò che resta invisibile agli sguardi dominanti.
Se le donne sono state a lungo considerate il “secondo” dell’umanità rispetto agli uomini, le donne nere occupano una posizione ancora più marginalizzata, una sorta di “doppia minoranza”, segnata dall’intreccio di etnia e genere. È proprio da questa posizione che emerge il sapere che Collins ha posto al centro di Black Feminist Thought (1990), testo ormai classico che rivendica la conoscenza prodotta dalle donne nere come chiave fondamentale per comprendere le strutture profonde dell’oppressione. A distanza di trent’anni, con Intersectionality as Critical Social Theory (2019), il suo lavoro ha contribuito a costruire un linguaggio capace non solo di descrivere la complessità del presente, ma anche di metterla radicalmente in discussione.

Professoressa Collins, il mondo sembra attraversare una nuova fase segnata da guerre, leadership autoritarie e un linguaggio politico sempre più aggressivo.Cosa significa oggi parlare della condizione delle donne in questo contesto globale?
È più importante che mai. È fondamentale che le donne abbiano voce in questa situazione. Molte delle narrazioni dominanti, soprattutto quelle legate a visioni conservatrici e di estrema destra, si fondano su idee molto datate di mascolinità e femminilità.
Il linguaggio politico è profondamente segnato dal genere ed è, in larga misura, controllato dagli uomini. Abbiamo leader oggi che sono performer, alimentano la paura, ostacolano le possibilità di libertà, che sia individuale o di gruppi. Dobbiamo imparare a distinguere tra chi può sembrare convincente ma non è impegnato in nulla che vada oltre sé stesso, e chi invece è davvero impegnato in qualcosa di più grande. Se ascoltiamo il discorso pubblico sui conflitti sentiamo soprattutto uomini parlare di sicurezza, protezione, difesa delle comunità.
Ma le donne restano ai margini, raramente coinvolte in modo sostanziale. Per questo, oggi, è ancora più urgente essere chiari sulla natura profondamente maschile del potere e della violenza. E il modo per farlo è semplice, anche se non facile, non accettare ciò che non è accettabile, non farsi da parte.
In un presente attraversato da crisi che si intrecciano, perché l’approccio dell’intersezionalità è oggi così necessario?
Perché viviamo tempi complessi, e i tempi turbolenti richiedono strumenti all’altezza. Non basta più una sola categoria di analisi, nemmeno una potente come il genere.
L’intersezionalità, in senso semplice, è proprio questo, il modo in cui diverse forme di potere e disuguaglianza, si intrecciano e agiscono insieme. Dobbiamo comprendere come diversi sistemi di potere convergono nel produrre le condizioni sociali che stiamo vivendo. Questa prospettiva non è solo teorica, emerge con forza quando si osservano situazioni concrete, dove le disuguaglianze non si sommano semplicemente, ma si rafforzano reciprocamente.
Nel suo lavoro più recente, Lei invita a guardare non solo alla sofferenza, ma anche alle forme di connessione e resistenza. Può farci un esempio concreto di queste dinamiche?
Penso a storie in cui le persone rifiutano di dimenticare. Ricordo il caso di una donna che aveva perso la sua famiglia perché era stata presa di mira per aver denunciato alcune ingiustizie. Nonostante tutto, ha continuato a raccogliere documenti, a costruire memoria, a fare un lavoro quasi da storica autodidatta. Queste storie diventano ancora più forti quando si trasformano in alleanze, persone che si incontrano oltre le distanze, le culture, le generazioni, e riescono a costruire qualcosa insieme. È questo che mi interessa, non solo documentare il danno, ma capire come le persone si organizzano.
Lei ha parlato anche di “intersezioni letali”, in che modo queste si manifestano oggi?
Un esempio importante è quello del razzismo ambientale. Per molto tempo è stato considerato secondario. Poi si è iniziato a guardare a fenomeni concreti: bambini esposti al piombo nelle case, livelli più alti di contaminazione vicino alle autostrade, responsabilità industriali. Questo ha cambiato il modo di vedere l’ambiente, non solo natura, ma ambiente costruito. E questo ambiente distribuisce in modo diseguale i rischi.
Ci sono casi che ritiene particolarmente emblematici di queste dinamiche?
Sì, per esempio la Cancer Alley nel sud degli Stati Uniti, dove comunità afroamericane vivono accanto a industrie chimiche. Oppure Flint, in Michigan, dove l’acqua contaminata ha avuto effetti devastanti sui bambini. Questi casi mostrano un pattern chiaro, gli effetti più gravi colpiscono sempre gli stessi gruppi.
Quando la violenza resta invisibile, diffusa e spesso non riconosciuta, come si può costruire una risposta collettiva efficace?
Non esiste una risposta unica. Bisogna partire dalle situazioni concrete e chiedersi quali altri contesti sono simili e come possiamo mettere in relazione persone che vivono esperienze analoghe. Non possiamo limitarci a chiedere a qualcuno “più in alto” di risolvere il problema. La questione è costruire reti. E poi c’è un punto importante, non dobbiamo descrivere i problemi in modo tale da renderli irrisolvibili. Dobbiamo invece formulare le domande in modo da far emergere possibilità di azione.
Come si può parlare di queste crisi senza togliere speranza?
È una questione cruciale. A volte, presentare solo dati e scenari negativi può paralizzare. Dobbiamo chiederci come possiamo incoraggiare le persone a continuare, senza
farle sentire sopraffatte? Bisogna trovare un modo per ancorare la speranza alle grandi questioni. Sfide come il cambiamento climatico richiedono uno sforzo collettivo, con molti attori in molti luoghi. E spesso sono i giovani, o i più oppressi, a mostrare la maggiore energia.
Negli Stati Uniti, le politiche migratorie sono sempre più aggressive. Come si inserisce questa dinamica nella storia del razzismo strutturale americano?
Gli Stati Uniti sono fondati su una contraddizione, la promessa di libertà e democrazia convive con una realtà di disuguaglianza e ingiustizia. Questa contraddizione è strutturale, inscritta nella storia stessa del Paese. Ciò che vediamo oggi, la violenza contro migranti o gruppi considerati “esterni”, non è nuovo, ma una dinamica ricorrente. Allo stesso tempo, però, esiste una forte spinta verso giustizia e libertà. Molte persone resistono, protestano, si organizzano contro queste politiche. Non si tratta di uno scontro tra vincitori e vinti, ma è una tensione continua che definisce il Paese stesso. La vera sfida è trasformare i termini del dibattito.
Le persone nere migranti vivono una doppia marginalizzazione. In che modo l’intersezionalità aiuta a comprenderla?
L’intersezionalità permette di vedere come etnia, status migratorio e altre dimensioni si combinino producendo forme specifiche di vulnerabilità. Non si tratta semplicemente di “aggiungere” discriminazioni, ma di capire come queste interagiscono tra loro, creando esperienze uniche che non possono essere comprese separatamente. Oggi, vediamo anche nuove forme di solidarietà tra movimenti per la giustizia e i diritti dei migranti che ci mostrano che le alleanze non nascono dall’identità, ma dalla capacità di riconoscere connessioni tra lotte diverse. Sono esempi concreti di intersezionalità in pratica.
Alla crescita dei nazionalismi si accompagna spesso un arretramento dei diritti civili. Qual è il legame con il controllo dei corpi delle donne?
Il controllo dei corpi delle donne è sempre stato centrale nei progetti politici autoritari e nazionalisti. Quando si cerca di ristabilire gerarchie rigide, il corpo delle donne diventa un terreno di regolazione e controllo.
Questi movimenti non riguardano solo la politica istituzionale, ma anche l’immaginario, la cultura, il modo in cui si definiscono famiglia, sicurezza, appartenenza. Ed è proprio qui che il linguaggio gioca un ruolo cruciale.
Il linguaggio dell’“empowerment” è ovunque. È ancora uno strumento emancipatorio?
Io parlo di “parole di potere”. L’intersezionalità è una di queste. Ma ogni termine potente rischia di essere cooptato. Il problema non è difendere il termine in sé, ma l’idea che rappresenta. Se una parola smette di produrre cambiamento e diventa uno slogan commerciale, ha perso la sua forza. Negli Stati Uniti lo vediamo con termini come “diversità”, “equità”, “inclusione”. Più che rimpiangerli, dobbiamo reinventare il linguaggio. Perché le parole non esistono nel vuoto, il loro significato dipende da chi le usa e da come vengono usate. Termini come “povertà” o “beneficiari” possono sembrare neutrali, ma spesso portano con sé visioni implicite che rafforzano gerarchie e stigmatizzazioni. Per questo, il linguaggio resta sempre un campo di lotta.
Il femminismo nero propone un’idea di potere come relazione, non come dominio. Quali forme di resistenza incarnano oggi questa visione?
Non esiste un modello unico. Non esiste una comunità femminista ideale. Anche all’interno delle comunità di donne nere ci sono differenze, conflitti, posizioni diverse.
Io distinguo spesso tra “coalizioni di convenienza”, basate su obiettivi specifici e temporanei, e “coalizioni di coscienza”, fondate su un impegno etico e duraturo. Oggi, nei movimenti femministi e transnazionali, spesso si sperimenta una tensione tra queste due forme. Chi costruisce coalizioni di coscienza si trova spesso a corto di tempo, energie e risorse, oppure sceglie di non partecipare a coalizioni più strategiche ma meno solide sul piano etico. Mi viene in mente il Combahee River Collective, gruppo di femministe nere lesbiche che, negli anni Settanta, sostenevano la necessità di alleanze anche con soggetti che non rappresentavano pienamente i loro interessi, per ottenere risultati concreti nel movimento per i diritti civili. Ma esiste un impegno condiviso, costruire qualcosa di più grande delle singole esperienze. Il femminismo nero, in fondo, affronta la stessa sfida della società nel suo complesso, come tenere insieme differenze profonde dentro una lotta comune.
Nei suoi studi emerge anche l’idea di una “società malata”, cosa significa?
La prima cosa è riconoscerlo: la società non sta bene. Molti pensano che ciò che è normale sia naturale, ma non è così. E spesso interiorizziamo questa normalità come se il problema fosse dentro di noi. Bisogna rovesciare questa prospettiva, i problemi non sono solo individuali, ma anche strutturali. Mia madre ha sofferto a lungo di problemi di salute mentale. E, per anni, si scusava continuamente. “Mi dispiace…”. E io mi chiedevo, perché dovrebbe scusarsi? Il problema non era solo dentro di lei, ma anche nel mondo in cui viveva. È anche per questo che sono diventata sociologa.
Il suo lavoro insiste sul fatto che la giustizia non riguarda solo la sopravvivenza, ma anche la possibilità di una vita piena. Come si collega allo slogan “il pane e le rose”?
Il “pane” è ciò che ci permette di vivere, il sostentamento. Le “rose” sono la bellezza, la creatività, la libertà. La politica non è solo conflitto, è anche cultura, arte, espressione.
Nel mio lavoro parlo di politica culturale nera, dove musica, danza, arte hanno sempre avuto un ruolo centrale nel cambiamento sociale. L’hip-hop, ad esempio, nasce da condizioni di marginalità ma diventa un movimento globale. La libertà non è solo sopravvivere, è contribuire a qualcosa di più grande. In questo senso, il black feminism insiste su un punto fondamentale, non basta includere chi è stato escluso, bisogna trasformare i criteri stessi attraverso cui decidiamo chi conta. Finché queste strutture restano intatte, alcune persone continueranno a essere invisibili, non perché non esistano, ma perché il sistema non è costruito per vederle.
Se dovesse tradurre l’intersezionalità in un’immagine semplice e concreta, quale sceglierebbe oggi?
È una domanda difficile. Ho spesso descritto l’intersezionalità come una metafora, un modo per usare qualcosa di familiare per comprendere qualcosa di più complesso.
Tradizionalmente, si parla di un incrocio, un luogo in cui flussi diversi si incontrano.
Ma, forse, oggi, quella metafora è troppo statica. Se dovessi trovare un’immagine più viva, direi questa: persone che danzano insieme. Un’immagine che non chiude il discorso, ma lo apre. Perché, come il pensiero di Patricia Hill Collins, anche l’intersezionalità non è un punto fermo, ma un movimento continuo.
