Dalla dittature dei like non si torna indietro

di Daniele Capezzone – Direttore de Il Tempo

Quasi sessant’anni fa, nel 1967, il filosofo francese Guy Debord pronunciò la sua “sentenza”, in un saggio – più citato che letto – poi arricchito dall’autore molti anni dopo, nel 1988. Il libro si chiamava: La società dello spettacolo.

I suoi adoratori (e non hanno tutti i torti) parlano di una profezia lucida, lo esaltano come una Cassandra dei tempi moderni, ne hanno fatto un’icona intellettuale, e non c’è convegno sulla comunicazione in cui ai partecipanti non sia inflitta qualche citazione tratta da quel testo. I suoi critici (e non hanno tutti i torti neanche loro) tendono però a mettere in guardia dalle lenti ideologiche marxiste attraverso le quali Debord guardava al mondo (e anche la tv), e che dunque lo portavano a risolvere tutto in termini di spettacolo come inganno, di mistificazione autoritaria, di passivizzazione degli spettatori, di ignoranza organizzata, di immagine senza memoria.

Forse, a ben vedere, esagerano entrambe le “curve”: sia i tifosi della “anticipazione lungimirante”, sia quelli della “visione troppo cupa e negativa”. Comunque la si pensi, il fatto è che Debord aveva colto un dato essenziale, e cioè la dimensione spettacolare e spettacolarizzata della comunicazione, della politica, della vita, come connotato della modernità. Se è consentito, esagerava anche lui: che vedeva in tutto questo un trionfo del “potere”. Quando invece, oggi, anche un bambino intuisce che, nel nostro Occidente, siamo piuttosto davanti a uno spappolamento e a uno svuotamento di quel potere. Altro che monolite, altro che verticalizzazione autoritaria: tutto è ultraframmentato e sminuzzato come le centinaia di reti televisive, siti Internet, canali social, che possiamo raggiungere e da cui siamo raggiunti, in un frullatore impazzito.

E allora, diciamocelo: consummatum est. Siamo dentro un circo, e serve a poco contestarne le regole e l’estetica; pensare di tramutarlo in una cattedrale gotica, o pretendere un’impossibile chiusura: occorre capirlo, semmai, per provare a “divertire” ed “emozionare” nella direzione giusta, o in quella meno dannosa.

Questo è vero in tempi – per così dire – ordinari, in tempi di pace. Poi però – del tutto senza preavviso – arriva la bufera, e improvvisamente ci si ritrova in guerra (dal Coronavirus all’Ucraina, passando per il Medio Oriente). Le guerre rappresentano da sempre uno spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Ma le guerre postmoderne segnano anche un “più” e un “meno”: da un lato ci sono aspetti e attività umane che decrescono in termini di importanza, e dall’altro vi sono caratteristiche e tendenze già esistenti che subiscono un ingigantimento, un’accelerazione, una crescita esponenziale. Quest’ultimo fenomeno è esattamente ciò che gli eventi degli ultimi anni hanno prodotto su un sistema informativo che era già dominato dall’emozione e dall’istantaneità.

In tutto il mondo, l’arena politica era già stata potentemente e irreversibilmente trasformata: prima dalla televisione generalista, poi dall’avvento dei social network, e infine dal mix e dal reciproco interscambio tra vecchi e nuovi media. Informazione h24, interattiva, senza soste, senza tregua, ad altissimo impatto emotivo, mescolata con l’intrattenimento, ha travolto partiti, linguaggi, classi dirigenti. Siamo tutti dentro un immenso talent show, in una chiassosa e permanente diretta multimediale.

Vale per i “concorrenti”: oggi è del tutto inimmaginabile una leadership politica estranea a questo tipo di comunicazione. E vale anche per i “giudici”, per il pubblico: che non è più solo spettatore (altro che “passivizzazione”), ma sempre più spesso impone temi ed emozioni, in un gioco di specchi e inseguimenti tra politici e persone comuni, non di rado intercambiabili.

Questo talent show perenne porta con sé evidenti rischi di superficialità e dilettantismo, con una propensione a votare per la persona con cui si vorrebbe bere un caffè, anziché per l’opzione politica più razionale. E agli eletti può mancare la forza di scegliere soluzioni difficili o impopolari, o anche solo programmi che richiedano un tempo di attuazione più lungo di una stagione brevissima, nevrotica, bruciante.

Sta ai politici coraggiosi combinare spinta ideale e identificazione con la common people. E sta agli elettori intelligenti andare oltre le apparenze, svelare le contraddizioni, essere severi ed esigenti in primo luogo verso la parte politica teoricamente preferita.

Ecco, prima il Coronavirus (e le eccessive e illiberali misure restrittive, con relativi isterismi collettivi) e poi gli eventi bellici hanno agito da moltiplicatori di una tendenza che già esisteva. Naturalmente, hanno inciso sulle emozioni negative (paura, ansia, dolore, rabbia) più che su quelle positive (attesa, speranza, consolazione). E per altro verso hanno mostrato a tutti che un conto è la posta in gioco più limitata che è in causa in tempo di pace (vittoria o sconfitta di un leader o di un partito), mentre ben altro conto è ciò che si rischia di perdere tragicamente in tempo di guerra (vita, libertà, salute, lavoro, pane), quando non si può pretendere che i generali siano infallibili, ma almeno – questo sì – che non siano dilettanti allo sbaraglio. È venuto il momento di autodenunciarmi: a questo gioco – e al suo improvviso trascolorare in dramma – ho partecipato e continuo a partecipare anch’io, e da diverse posizioni. L’ho fatto come politico, negli anni del mio impegno in quella veste; e lo sto facendo adesso, con passione (e in qualche caso divertimento) assai maggiore, come commentatore e come responsabile di prodotti editoriali.

Ho avuto la ventura di esplorare il palco e il retropalco di questo talent show, a volte sorridente e a volte altamente drammatico, e penso forse (sottolineo: forse) di averne compreso qualcosa: ecco, vorrei che i lettori lo vedessero per come mi appare oggi, senza pregiudizi, senza illusioni, in modo realista e disincantato, tra aneddoti, esperienze dirette, riflessioni politicamente scorrette.

Avendo – credo – intuito tre cose. Primo. Sbagliavo (quanto sbagliavo!), quando, ancora qualche anno fa, ritenevo che la televisione generalista fosse un residuo del passato. Certo, nello spezzettamento generale che descrivevo, la tv generalista è solo un pezzo della dieta mediatica complicatissima e irregolare di ciascuno di noi. Ma – badate bene – è ancora un pezzo decisivo, con numeri irraggiungibili attraverso altri strumenti. E non solo per le persone più anziane o meno abbienti, che naturalmente ne fanno il loro riferimento informativo. Ma anche per tutti gli altri, specie per gli “insospettabili” che proclamano di snobbarla: e invece la guardano, la guardano eccome. Inutile girarci intorno: qualcosa, in Italia, accade “davvero” solo se succede – appunto – su uno di quei sei o sette canali. E non a caso, anche se tutto è destinato a cambiare inesorabilmente, ancora oggi molte delle decisioni elettorali derivano proprio da elementi raccolti dai cittadini in quel modo, per quella via.

Secondo. Sbagliano (quanto sbagliano!) quelli che, con un po’ di spocchia e di presunzione, squalificano come inevitabilmente “finto” ciò che accade in tv. Certo – lo dicevo all’inizio – gli elementi che alludono alla finzione, tra trucco, cipria, scenografie di cartapesta (una volta) o di pixel (oggi), non mancano. E molte volte la dimensione del wrestling (grandi urla e colpi finti) tende a prevalere su quella del pugilato (sangue autentico e ferite profonde). Eppure – non chiedetemi perché – altre volte è tutto solo pugilato. Intendo dire che anche in quel contesto così “costruito”, la televisione ha il potere di “esporre” e moltiplicare all’ennesima potenza cose ultra vere e umanissime, che restano nella retina mentale del telespettatore più di mille parole: uno sguardo cattivo, un atto di prepotenza, un momento di evidente debolezza, un atteggiamento arrogante, un’ingiustizia fatta o subita. Che la telecamera cattura e potenzia in modo devastante: puoi cercare la sfumatura quando vuoi, ma alla fine quell’immagine – per un certo tempo – ti consegna alla memoria di chi l’ha vista iscrivendoti nella lavagna dei “buoni” o in quella dei “cattivi”, in una semplificazione di eccezionale potenza. Ovviamente, poi, sarai “buono” o “cattivo” in base a parametri, ai gusti e alle opinioni di ciascun telespettatore: ma la “lavagna” è quella.

Terzo. Sbagliano (quanto sbagliano!) quei cosiddetti “esperti” che raccontano un pubblico moderato, mero spettatore, emotivamente “centrista”. Ma di che parlano? Vale per gli spettatori di un talk show politico (spesso, anziani) che incontrano al bar il giorno dopo; e vale per i più giovani che hanno intercettato anche solo un frammento del programma in rete e sui social. Gli uni e gli altri sono spesso incazzatissimi e ultrapartecipi. Volevano, avrebbero voluto, e la prossima volta vorranno ancora più “sangue”: “Glielo dovevi dire a quello là!”. E – giuro – le rare volte in cui la sera prima in tv mi è parso di aver esagerato con qualche interlocutore, il mattino successivo mi si rimprovera di non aver fatto abbastanza, di non averlo “colpito” con la dovuta forza. Si rimane convinti della perfidia diabolica del mio “avversario” della sera precedente.

Inevitabilmente, il mio pensiero va all’altro bar (chissà dove) nel quale, a parti invertite, starà svolgendosi esattamente la stessa scena: in cui, però, il cattivo spregevole sarò proprio io.

Scherzi a parte, diffidate degli “esperti”. Assai spesso, sanno tutto ma – ahiloro – capiscono molto meno. E soprattutto non hanno ancora familiarizzato con un meccanismo essenziale, di sconvolgente semplicità, eppure incomprensibile per certi intellettuali: ciò che appare offensivo a loro, non necessariamente è offensivo per la gente comune. Gente comune che loro hanno messo di ascoltare e di frequentare: preferendo giudicarla e disprezzarla, darle i voti e le pagelle, ritirare patente e libretto, processo che ora è ricambiatissimo.

Semrush ha analizzato varie statistiche per fornire un’affascinante istantanea di come i social network sono utilizzati oggi nel mondo

Ecco perché una buona regola è quella di non giudicare né disprezzare. Ma di provare a comprendere il punto di vista di tutti i giocatori: quelli nello studio televisivo, quelli a casa davanti alla tv, e quelli con il cellulare in mano nella traccia di Twitter, Facebook e Instagram. Di immedesimarsi in ognuno di loro. E di provare a proteggerci da effetti speciali e armi di distrazione di massa: e quindi a difenderci in primo luogo da noi stessi, non solo dagli altri, dai politici, dai “cattivi” veri o presunti.

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