di Paolo Tavella
Le parole sono creaturine vivacissime che fanno buchi nella superficie liscia dei significati rigidi e se la ridono delle gerarchie, incrinano le procedure di controllo, richiamano i cervelli alla loro complessità. E le immagini inattese trasformano in gesto poetico l’inusitato, il marginale, il non previsto che rifiuta l’obbedienza, ma sceglie il dubbio come metodo e
la precisione come etica. È quindi inconsueto ma esatto che un rapper venga chiamato a fare parte della giuria del Premio Strega Poesia, come nel 2023 è successo a Tarek Iuricich, in arte Rancore, artista che lavora sulla forma, sul ritmo e sulla densità semantica – proprio quello che la poesia cerca. È uno dei pochi artisti italiani per cui il confine tra canzone, poesia orale e riflessione linguistica è indecifrabile, e Strega Poesia lo certifica, senza retorica e operazioni di marketing culturale. Proprio nell’estate del 2023 un altro musicista, Dani Macchi, amico e ammiratore di Tarek, mi faceva ascoltare “Sangue di drago”, brano in cui si smonta la favola del potere e si rivela la costruzione del mostro, e via via le canzoni di “Musica per
Bambini”, disco mirabolante per compattezza del suono, testo, varietà di registri. Guar- dando i video di Rancore ho recuperato anche il ricordo di uno dei miei figli che, appena uscito dalle scuole medie, si ingegnava a rappare nella sua cameretta “Tufello”, il testo duro e triste scritto proprio da Rancore, nichilista come solo a 15 anni. Quel brano è contenuto
nell’album “Segui me” ambientato nel quartiere popolare di Roma nord dove Tarek è nato ed è pure rimasto. Poiché è un tipo tormentato – i poeti, che strane creature – lui pensa che magari dovrebbe andarsene. Degrado o meraviglia? Si risponde da solo dopo 5 o 6 anni con “Il mio quartiere”, gira pure un video dove si vedono i palazzi brutalisti dello Iacp progettati da Luca Passarelli, ama quel posto, e se lo studia.
Gli chiedo dunque un’intervista, e adesso Rancore e io camminiamo proprio per il Tufello, in un pomeriggio luminoso. È gentilissimo, quando lo chiamo per chiedergli un incontro dice: “Vieni qui da me che ti porto a vedere i cortili”. Vorrei dirgli che mi pare di esserci già stata, le sue canzoni mi hanno guidata emotivamente per quel labirinto di giardini e cortili, di casette basse, città incantata dietro i nastri di asfalto dove si passa e si guarda un attimo il murale di Gigi Proietti, paese segreto in cui Rancore giocava da piccolo con gli altri divisi a bande, poi scappava inventando storie.
“Ero convinto che i cortili facessero magie, alcune parti in certi momenti sparivano e ricomparivano” dice, mentre ci facciamo un selfie con i nasi rossi ai vecchi lavatoi, e poi mi fa notare che questi lotti di case popolari hanno una struttura panottica, così tutti ti guardano, ti controllano, ma ti tengono anche vicino. “Sarà questo amore non corrisposto per questo posto” ha scritto lui. Adesso sente che pure il suo quartiere lo ama, che lo ha capito, c’è una sorta di targa a spray nel parco, si legge in blu “Rancore Riot Rules”, e il 25 febbraio scorso, a 45 anni dalla morte di Valerio Verbano, assassinato a 18 anni dai neofascisti di fronte ai suoi genitori, Rancore ha suonato davanti alla scuola elementare, in via di Monte Rosa.
A differenza di tanti altri sulla scena hip-hop, per Tarek il quartiere non è mito, destino, epica, piuttosto è conflitto che non si può sbrogliare, soglia labile tra centro e margini, e violenza non solo fisica (quando ti picchiano in cinque) ma simbolica, linguistica. Per chi viene da una madre egiziana e un padre croato l’ossessione per la lingua è un fuoco centrale, una ossessione incardinata nelle origini. Di questo parliamo, salendo e scendendo scalette fra i cortili del Tufello — della malattia per le parole. Lui pensa che “tutto contenga grandi misteri e che la scrittura sia immergersi nel mistero del mondo”, entrambi conveniamo che scriveremmo fiumi di parole, e poi le levigheremmo anche se non ci rendesse niente. Altrimenti si diventa pazzi, dice lui, ipersensibile, lo sa fin dai tredici anni, quando già costruiva mondi sui margini dei quaderni, rovesciando la pagina per avere un angolo esclusivo. Studiare lo ossessionava quanto rappare: “Il mio spazio di libertà era messo in luce proprio dai limiti”.
Poi a sedici anni ha perso il padre e, da allora, il dolore percorre tutta la sua poetica, ne parla solo con altri ragazzi che sono cresciuti intorno a quel vuoto, alla stessa ferita. In “X Agosto 2048” rappa la poesia di Giovanni Pascoli e parla al padre perduto con una lettera impossibile che dice “Mi manchi e lo sai, ti do un bacio per ogni secondo passato”, la poesia che vibra sul bordo del lutto, senza sentimentalismo.

Tarek porta il cappello con la visiera; se è turbato o si sente molto timido lo copre ulteriormente con il cappuccio della felpa. Gli hanno chiesto perché, ha risposto che il suo cappuccio è un cucullus francescano. Ne aveva letto in un libro, anche adesso si porta un libro sotto braccio, era bravo a scuola, “studiavo tanto”. Sulla timidezza, sul desiderio di essere invisibile pur esibendosi sui palchi e perfino a Sanremo ha detto parole scelte con cura: “Mi piaceva Batman. Io mi vesto da Rancore ma ho paura del rancore, come Batman che si veste da pipistrello ma ha paura dei pipistrelli”.
Dal canto mio capisco perché tiene gli occhi bassi e si ripara dietro al cappellino, perché quando ti guarda ti folgora con occhi neri attentissimi, occhi da super-osservatore, che non danno tregua, che hanno guardato gli amici che crescevano dentro case difficili, madri ferite, vicende di droga e di botte, ragazzi che cadevano e diventavano spacciatori o tossici. Lui era diverso, ma non era diverso. Spartiva il buio ma cercava l’uscita di sicurezza nelle parole, incastrandole in un ordine nuovo: “Scrivere è una via di fuga” dice a un certo punto con tono di scusa perché, si sa, tutto potrebbe sempre essere detto meglio, e le parole potrebbero essere liberate dalla banalità, dalla stanchezza, di nuovo scintillanti e indipendenti, come appena pronunciate, sfuggite alla cattura e capaci di cambiare senso a tutto.
L’attitudine a creare mondi alternativi con il linguaggio è esplosa dentro “Xenoverso”, un disco in cui Rancore immagina un universo straniero, fuori dal mappamondo che abbiamo in testa, cieli percorsi da astronavi, città sognate. Non è un’estetica psichedelica ma una discesa verticale nella mente, siccome ci sono portali ovunque, non ci sono limiti invalicabili. L’altra matrice dichiarata è Luigi Serafini, autore del Codex Serafinianus. “Xenoverso” deve a lui l’idea che si possa creare un mondo immaginario con la stessa serietà di un’enciclopedia. Parlando con Matteo Trevisani agli incontri della Treccani, Rancore lo ha definito “un gesto di rivolta” e non sorprende che la Hermetic, la casa discografica indicata sul retro del disco, sia in realtà lui. “Fondamentalmente ho fatto tutto da solo — dice con gran naturalezza — ho voluto sganciarmi da un sistema che prevede altre tipologie di argomenti”, e si lamenta a lungo del fatto che per far uscire un disco “mi devo occupare di 150 cose che con la musica non c’entrano niente”.Hermetic hip hop è il nome che dà alla sua pratica: “Una specie di punk cervellotico. Faccio quello che voglio senza preoccuparmi troppo delle conseguenze e intanto uso i simboli su più livelli”. Per questo si sente frainteso ogni giorno. Un po’ gli piace: “Sono un alieno incapace di comunicare con il mondo esterno”. Opporsi alla semplificazione per lui è un programma politico, è una rivolta sociale prima ancora che culturale, è la suprema forma di resistenza alla infelicità, alla omologazione, alla emarginazione collettiva: “Mi piace la complessità”, dice. Ma se ti ostini a non obbedire ai codici previsti dal tuo ruolo, arrivano gran sberle. “Se vuoi rompere gli schemi del sistema tutti ti rompono. Allora va bene, allora vuole dire che stai cambiando qualcosa, almeno per te”. Quando me ne vado è il tramonto, lui mi fa notare che le nuvole “sono una decorazione”, allora capisco con chiarezza immediata che Tarek Iurcich è uno degli autori italiani impegnati più seriamente sulla lingua oggi perché le parole che usa sono politica in sé, strumenti per scoprire la realtà come quando si sbloccano zone nuove in un videogioco (avevamo parlato a lungo della PlayStation 5). Perché questo fa il linguaggio poetico: trasforma in gesto preciso ciò che altri ridurrebbero a rumore, fa posto a ciò che non è riconosciuto, rompe la superficie liscia del senso dominante, si avventura nel non previsto e sa usare l’attenzione necessaria.