Dal Polo Nord al Piano Mattei

A colloquio con Andrea Lenzi Presidente del CNR

di Flavia Landolfi

Quando lo raggiungiamo, Andrea Lenzi è in partenza per le Svalbard, destinazione Dirigibile Italia, la stazione di ricerca del Cnr a Ny-Alesund, sull’isola di Spitsbergen, nell’arcipelago artico: 323 metri quadrati, laboratori e uffici, fino a sette ricercatori ospitati, una base multidisciplinare inaugurata nel 1997 e intitolata alla spedizione polare di Umberto Nobile del 1928. “È la base più a nord del mondo”, racconta con orgoglio il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Ed è da qui che parte questa intervista che srotola il filo di una questione ambiziosa: il pane come conoscenza. Perché il pane, dice Lenzi, è alimento di base, gesto materiale, simbolo religioso, fatto culturale. Ma è anche una buona metafora della ricerca: qualcosa che nutre, che si condivide, che passa dai laboratori alla vita quotidiana, dal sapere al fare. “Nel Cnr – spiega – questo significa mettere insieme saperi diversi: agritech, sostenibilità, scienze umane, fisica, tecnologie. Una filiera della conoscenza che va dalla ricerca di base all’innovazione quotidiana”.

Presidente, il pane è nutrimento. La ricerca può essere considerata una forma di pane quotidiano, indispensabile quanto quello materiale?

Certamente sì. La ricerca può fare tanto sul tema dell’alimentazione ma anche, più in generale, sul modo in cui una società cresce e resta vitale. Noi al Cnr abbiamo una potentissima attività di studi e ricerca su quello che si chiama agri-tech o agri-food: significa seguire tutta la filiera, dal seme messo a terra in maniera sostenibile fino all’alimento che arriva nelle case. Il pane è l’alimento di base per eccellenza. Se ne può parlare in chiave religiosa, etica, culturale. Ed è anche un simbolo di equilibrio alimentare. Noi lavoriamo per migliorare la capacità produttiva e, allo stesso tempo, la sostenibilità. Perché se uccidiamo il suolo, non possiamo più seminare l’anno dopo. C’è poi un altro aspetto fondamentale.

Quale?

Il Cnr è un ente multidisciplinare. Da noi convivono le scienze umane, la fisica teorica, la chimica dei materiali. Quando parliamo di cibo parliamo anche di patrimonio culturale. La cucina italiana è stata riconosciuta dall’Unesco e il pane ne è uno degli archetipi. In Italia, abbiamo una varietà straordinaria di pani diversi. E poi c’è una grande questione globale: quando sulla Terra c’erano 500 milioni di persone era un conto, oggi siamo oltre 8 miliardi e mezzo. Nutrire il pianeta in modo sostenibile sarà una delle grandi sfide dei prossimi decenni.

Il pane si spezza e si condivide. La conoscenza oggi segue ancora questa logica oppure rischia di diventare elitaria? Qual è, in questo senso, la responsabilità pubblica di un’istituzione come il Cnr? 

Io penso esattamente il contrario dell’idea di una conoscenza elitaria. La ricerca deve essere raccontata e condivisa moltissimo. La tradizione europea della ricerca si fonda su libertà, democrazia e collaborazione. Se un ricercatore francese o tedesco mi chiede un reagente o un esperimento, io sono disposto a condividerlo. La ricerca è fatta di competizione ma anche di collaborazione, la cui crasi è “coopetizione”. E oggi abbiamo il dovere di spiegare che la filiera che va dalla ricerca teorica all’innovazione e arriva “sulle nostre tavole” è una filiera unica. Dietro ogni innovazione o tecnologia c’è una ricercatrice o un ricercatore che ha studiato, sperimentato, trasformato la ricerca in azione. Per questo, la conoscenza non può essere che un patrimonio comune, e il Cnr, quale garante della ricerca pubblica in Italia, ha la responsabilità di veicolare questa visione. La ricerca non riguarda soltanto i grandi scienziati. Riguarda la vita quotidiana di ciascuno di noi, e la tensione costante al suo miglioramento proprio attraverso la ricerca.

Nel vostro lavoro osservate da vicino le nuove generazioni. Che cosa le raccontano oggi i giovani sulle loro aspirazioni? La curiosità scientifica resiste oppure rischia di essere schiacciata da una società che tende ad appiattire tutto?

Il vero ricercatore è il bambino fra zero e tre anni. La curiosità nasce lì. Da piccoli, ci incuriosisce tutto: una formica che cammina, un fiore, gli oggetti che girano sopra una culla. I giovani sono ricercatori nati. Il problema è che oggi viviamo in una società che tende ad appiattire la curiosità. Social e mass media, in generale, spesso propongono sempre gli stessi contenuti e questo rischia di impoverire la capacità di interrogarsi sulle cose. Però vedo anche tanti ragazzi che scelgono la ricerca scientifica pur sapendo che non è sempre premiata economicamente come dovrebbe essere. E sono spesso i più felici. Io vengo da cinquant’anni di università e ho sempre voluto lavorare in mezzo ai giovani. Continuo a vedere ragazzi che vogliono fare ricerca quasi per vocazione. Lo pretendono, quasi. La mia responsabilità continua a essere, anche oggi, mantenere la centralità della ricerca pubblica e dare più strumenti al ricercatore, il mestiere più bello del mondo.

Se dovesse immaginare il “pane della conoscenza” tra dieci anni, che forma avrebbe? Più tecnologia, più connessione tra discipline, più apertura alla società?

Sicuramente, ci sarà molta più tecnologia: supercalcolo, farmaci avanzati, intelligenza artificiale. Ma la vera sfida sarà tenere insieme le discipline. Il Cnr in questo è un modello quasi unico. In altri Paesi le scienze umane, le tecnologie e le life sciences sono separate. Da noi convivono tutte dentro la stessa struttura. Questo permette contaminazioni straordinarie e maggiore impatto sociale.

Per esempio?

I fisici e i chimici collaborano con gli umanisti per leggere reperti archeologici o papiri senza danneggiarli. Se le discipline non si parlano, rischiamo un impoverimento generale della scienza, che è una. Poi, ci sono alcuni grandi progetti strategici, di medio periodo, ad esempio: l’Artico, l’Antartide e il Terzo Polo, il Piano Mattei e i progetti sulla cooperazione in Africa su acqua e agricoltura. La ricerca serve anche a migliorare la vita quotidiana. Persino il pane che mangiamo oggi è il risultato di anni di ricerca e selezione. E dobbiamo ricordare un dato impressionante: nel mondo, convivono oggi circa 870 milioni di denutriti e oltre 860 milioni di obesi. Vuol dire che qualcosa non funziona. Ecco perché investire nella conoscenza è fondamentale.

Se dovesse indicare due o tre progetti di frontiera che oggi raccontano il Cnr e il “pane della conoscenza” applicato al futuro, quali sceglierebbe?

Le direi innanzitutto Artico e Antartide, e aggiungerei anche il cosiddetto Terzo Polo, cioè l’Himalaya. Noi siamo il Paese mediterraneo più presente nella ricerca polare. E questo significa studiare il cambiamento climatico, il permafrost, capire che cosa sta accadendo al pianeta. Io stesso torno alle Svalbard dopo cinquant’anni: allora c’era il ghiaccio, il pack, oggi in molti punti non c’è più. Se c’è qualcuno che può testimoniare il cambiamento climatico, tra questi ci sono anch’io.

E poi?

Poi c’è il Piano Mattei in Africa, che è molto coerente con il tema del pane e della conoscenza. Lavoriamo per trasferire tecnologie che permettano di portare acqua dove non c’era, migliorare la capacità agricola, creare le condizioni per coltivare territori che prima non erano produttivi, valorizzare le tradizioni culturali e il patrimonio immateriale. Ma attenzione: non facciamo assistenzialismo. Trasferiamo conoscenza, insegniamo tecnologie, mettiamo le persone nelle condizioni di fare da sole e rafforzare il proprio potenziale. Aggiungerei, da ultimo, il nostro grande impegno sulla prevenzione, sui dissesti idrogeologici e sugli smottamenti, sull’osservazione della Terra più in generale.

Lei, appena insediato, un anno fa, definì il Cnr “un mastodonte da rimettere in moto”. Ci è riuscito?

Il mastodonte era davvero un animale enorme e io non lo dicevo certo in senso dispregiativo. Il Cnr è una macchina gigantesca: circa 9mila ricercatori. Quando sono arrivato, ho trovato una produzione scientifica straordinaria ma anche una struttura amministrativa che non sempre era adeguata alla velocità della competizione scientifica. Abbiamo lavorato per semplificare, digitalizzare, mettere i ricercatori nelle condizioni di competere al meglio. Non ho fatto nulla di messianico. Mi sono semplicemente avvalso della collaborazione dell’amministrazione e dei ricercatori. Ma sì, credo di poter dire che il mastodonte si è rimesso in moto. Adesso servirà tempo perché i risultati si vedano pienamente, ma le condizioni per andare avanti ci sono.

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