Parla Andrea Iacomini di UNICEF
Durante tutta la storia dell’umanità, il pane è stato alimento essenziale, al tempo stesso simbolo di condivisione e dignità, ma anche misura concreta delle disuguaglianze. Lo sa bene l’Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia), che dal 1946 interviene in molte aree di un mondo dove ciò che per alcuni è quotidianità, per molti altri resta un privilegio. Ne parliamo con Andrea Iacomini, portavoce di UNICEF Italia.
di Loredana Taddei
Il pane è uno degli alimenti più universali al mondo. Che valore assume oggi, per i bambini, prime vittime delle disuguaglianze crescenti? Quando manca il pane, cosa significa concretamente per un bambino?
Il pane è forse il simbolo più antico e universale che l’umanità abbia mai condiviso. Attraversa culture, religioni, latitudini. È il gesto dell’offrire, del condividere, dello stare insieme a tavola. Ma è anche la misura più immediata e brutale della disuguaglianza: quando manca il pane, manca tutto. Per un bambino, la privazione del cibo non è solo un fatto fisico, benché le conseguenze fisiche siano devastanti. È anche un messaggio che il mondo gli manda: tu non conti. Il tuo futuro non conta. Oggi, secondo il Rapporto globale sulle crisi alimentari 2026, 266 milioni di persone in 47 Paesi vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta, quasi il doppio rispetto a dieci anni fa. E di queste, la quota più vulnerabile, quella che paga il prezzo più alto, sono sempre i bambini sotto i cinque anni. Nel 2025, oltre 35 milioni di bambini erano colpiti da malnutrizione acuta, quasi 10 milioni nella forma grave, quella che uccide se non viene trattata in tempo. In un mondo di abbondanza, e viviamo davvero in un mondo di abbondanza, non c’è alcuna giustificazione perché un bambino muoia di fame. Eppure, accade. Ogni giorno.

In che modo guerre e crisi climatica stanno cambiando l’infanzia e in quali aree del mondo il pane o gli alimenti di base stanno diventando sempre meno accessibili?
I conflitti rimangono la causa principale della fame nel mondo. E questo non è più solo una conseguenza collaterale della guerra: la fame è sempre più usata consapevolmente come arma. Lo vediamo a Gaza, dove per mesi interi il blocco totale degli aiuti ha impedito l’ingresso di farina, carburante, medicine. Le panetterie sostenute dalle agenzie ONU hanno chiuso una dopo l’altra perché non c’era farina. E quando non c’è pane, non c’ speranza. Ce lo ha detto una madre: “Dico ai miei figli di essere pazienti, che la mattina porteremo la farina”. Ma la mattina spesso non arrivava. L’agosto scorso la carestia è stata dichiarata ufficialmente, per la prima volta, in quel territorio: più di mezzo milione di persone in condizioni di carestia, 320.000 bambini sotto i cinque anni a rischio di malnutrizione acuta. Poi c’è il Sudan, una crisi che i media troppo spesso ignorano. Quasi 19,5 milioni di persone affrontano oggi un’insicurezza alimentare acuta, quasi 825.000 bambini sotto i cinque anni saranno colpiti da malnutrizione grave nel 2026. E il Sud Sudan, dove il 56% della popolazione, uno dei livelli più alti al mondo, vive una situazione di grave insicurezza alimentare. Come diciamo sempre: un conflitto e un’emergenza non finiscono quando i media non ne parlano più. Al contrario, spesso peggiorano proprio allora. Poi c’è il clima. Il cambiamento climatico distrugge i raccolti, prosciuga i fiumi, contamina le falde acquifere. L’acqua, ingrediente essenziale per fare il pane, per cucinare, per vivere, diventa una risorsa sempre più scarsa e contesa. Ogni giorno, circa mille bambini sotto i cinque anni muoiono per acqua e servizi igienici non sicuri. È un numero che dovrebbe tenerci svegli la notte.
Il problema negli ultimi anni riguarda anche i Paesi ricchi come l’Italia, dove le disuguaglianze crescono e la povertà assoluta tra le famiglie con minori è quasi triplicata nell’ultimo decennio. Oggi, sono oltre 1,3 milioni i minori che vivono in condizioni di povertà assoluta. Un bambino su quattro, con incidenze maggiori al Sud.
Sì, ed è una realtà che non possiamo continuare a nasconderci. Spesso, quando si parla di UNICEF, si pensa all’Africa, al Sud del mondo. Ma UNICEF lavora in oltre 190 Paesi, e l’Italia è uno di questi, con problemi seri, documentati, che crescono. La nostra Report Card 20, pubblicata il 12 maggio scorso, è molto chiara: l’Italia si colloca al 30° posto su 40 per la povertà infantile, con un tasso del 23,2%. E c’è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di politiche per l’infanzia: i bambini che crescono nei Paesi con i livelli più alti di disuguaglianza economica hanno una probabilità 1,7 volte maggiore di essere in sovrappeso. Non perché mangino troppo, ma perché mangiano male. Perché le famiglie con meno risorse non si possono permettere frutta, verdura, proteine fresche, e finiscono per nutrire i propri figli con cibi ultra-processati, fast food, zuccheri. Il cibo spazzatura non è una scelta culturale: è spesso l’unica opzione economicamente accessibile per chi ha poco. Questo significa che anche nei Paesi ricchi il pane, inteso come cibo di qualità, nutritivo, adeguato alla crescita, non è uguale per tutti. L’obesità infantile è essa stessa una forma di malnutrizione. Quest’anno, per la prima volta nella storia, l’obesità ha superato il sottopeso come forma più diffusa di malnutrizione tra i bambini in età scolare: 188 milioni di bambini obesi nel mondo, uno su dieci. In Italia, il 27% dei bambini tra i 5 e i 19 anni è in sovrappeso, il 10% è obeso. Sono numeri che ci devono interrogare profondamente.
Nel suo ultimo libro, La forza sia con te, un interessante reportage sulla sua partecipazione a una missione Unicef in Ucraina, Lei parla della sofferenza di quel Paese e delle condizioni più in generale dei bambini travolti da conflitti spietati. Quelli che hanno un faro mediatico acceso e quelli di cui non si parla.
Quel libro è nato proprio da questa consapevolezza: che testimoniare è un dovere. I bambini ucraini passano in media sei ore al giorno sottoterra a causa dei bombardamenti. Durante un’attività in una scuola, ho visto tutti i bambini scrivere la stessa parola nei loro disegni: “dormire”. Voler dormire in un letto sicuro. Un desiderio elementare, che noi diamo per scontato e che per loro è diventato un sogno. E l’Ucraina è un conflitto che ha i riflettori accesi. Immaginate cosa vuol dire vivere nelle crisi invisibili (Sudan, Sud Sudan, Yemen, Congo, Haiti), dove spesso la situazione è altrettanto o più grave, ma nessun giornalista è lì a raccontarla. I bambini soffrono allo stesso modo, ma il mondo non lo sa. I diritti d’autore del libro vanno interamente ai progetti UNICEF in Ucraina, ed è già alla quarta ristampa. Lo sto presentando nelle scuole di tutta Italia, alla Camera dei Deputati, al Parlamento europeo a Bruxelles. Perché credo che le storie dei bambini abbiano un potere che i numeri, da soli, non hanno mai. I numeri ci informano. Le storie ci cambiano.
In che modo UNICEF interviene nelle emergenze alimentari? E quanto è importante garantire non solo calorie, ma anche qualità nutrizionale?
UNICEF è il principale acquirente mondiale di RUTF, il Ready-to-Use Therapeutic Food, l’alimento terapeutico pronto all’uso. Quest’anno celebriamo i suoi 30 anni, e sono anni di storia straordinaria. È una piccola bustina (pasta di arachidi arricchita con vitamine e minerali), che ha rivoluzionato il trattamento della malnutrizione acuta grave. Non richiede refrigerazione, si conserva per 24 mesi, non ha bisogno di acqua per essere preparata. Soprattutto: può essere somministrata a casa, senza ricovero ospedaliero, dalla famiglia stessa. Una terapia completa è 150 bustine in 6-8 settimane, con un tasso di recupero vicino al 90%. Tra il 2003 e il 2025, UNICEF ha acquistato e distribuito 8,7 miliardi di bustine in tutto il mondo. Nel 2025, abbiamo sottoposto a screening 255 milioni di bambini e curato oltre 9 milioni. Ma questo non basta mai, e soprattutto non basta rispondere all’emergenza: occorre garantire qualità nutrizionale, non sole calorie. Un bambino malnutrito è fino a 12 volte più vulnerabile alle infezioni comuni. Malnutrizione e malattia si alimentano in un circolo che, se non si spezza in tempo, diventa mortale. E oggi, con i tagli ai finanziamenti umanitari che stiamo vedendo ovunque, i centri nutrizionali chiudono in Somalia, in Sudan, in tante parti del mondo. Questo ci preoccupa enormemente.
Qual è il significato più profondo di “nutrire” un bambino? Il pane è anche un simbolo culturale e familiare. Quanti aspetti tocca della sua crescita, della vita futura?
Nutrire un bambino non è solo un atto biologico. È il primo gesto d’amore. È il fondamento della fiducia. Un bambino che ha sempre fame impara a non fidarsi del mondo, impara che le sue esigenze non hanno risposta. Un bambino che cresce sapendo che il cibo ci sarà, che qualcuno si prende cura di lui, ha una base da cui partire: fisica, affettiva, psicologica, cognitiva. Il pane in questo senso è il simbolo perfetto: lo si fa con le mani, si impasta, si aspetta che lieviti, si condivide a tavola. È un atto che unisce le generazioni, che porta con sé memoria, identità, appartenenza. Quando ho visto le panetterie di Gaza chiuse per mesi, le famiglie in fila davanti alle saracinesche abbassate, i bambini che aspettavano, ho capito che non stavano cercando solo cibo Stavano cercando normalità. Stavano cercando l’odore di qualcosa di vivo, di caldo, di familiare. Un operatore umanitario sul campo mi ha detto: “L’odore del pane caldo è l’odore della speranza”. Aveva ragione. Quella speranza, a Gaza come in Sudan come in Sud Sudan, è stata sistematicamente e deliberatamente tolta.
Qual è il ruolo delle scuole e delle mense per garantire dignità e inclusione?
È un ruolo fondamentale, e troppo spesso sottovalutato. Una mensa scolastica non è solo un pasto: è un luogo dove il bambino povero siede accanto al bambino ricco e mangia lo stesso piatto. È un atto concreto di uguaglianza. Nei Paesi dove le mense scolastiche funzionano bene, si registrano frequenza scolastica più alta e risultati migliori, capacità di attenzione superiore. La nostra Report Card 20 lo indica esplicitamente tra le misure prioritarie: fornire pasti scolastici sani e nutritivi è una delle azioni più efficaci per ridurre le disuguaglianze. In Italia abbiamo una tradizione importante su questo, ma con grandi disparità territoriali.
Spreco alimentare e fame, denutrizione e obesità convivono nello stesso pianeta. Come si affronta questa contraddizione?
Con onestà, prima di tutto. Questa non è una contraddizione naturale o inevitabile: è una contraddizione prodotta da scelte politiche ed economiche precise. Si spreca cibo nei Paesi ricchi, si muore di fame in quelli colpiti da conflitti. Si ingrassa male nei quartieri più disagiati delle nostre città, si deperisce nei campi profughi del Sahel. Sono due facce della stessa ingiustizia: sistemi alimentari che non funzionano per tutti. UNICEF da anni chiede politiche strutturali: tassazione dei cibi ultra-processati, divieto di pubblicità alimentare aggressiva rivolta ai bambini, sussidi per garantire che le famiglie più vulnerabili possano permettersi cibo di qualità. Non sono utopie, ma richiedono volontà politica. E i bambini, lo sappiamo bene, non votano.
Come decidete dove destinare le risorse quando le emergenze superano i fondi disponibili? Ci sono stati casi dove l’ascolto diretto di bambini e adolescenti ha cambiato una strategia?
È la domanda più difficile. Perché significa dover scegliere, e ogni scelta ha conseguenze che pesano su vite reali. Usiamo strumenti tecnici, le classificazioni IPC, i dati nutrizionali, le proiezioni epidemiologiche, ma alla fine siamo di fronte a decisioni che nessun algoritmo può prendere al posto tuo. In questo momento, il Piano di risposta umanitaria per il Sudan 2026 è finanziato solo al 20%. Significa che quattro operazioni su cinque rischiano di non partire. Lo stesso vale per il Sud Sudan, per la Somalia, dove UNICEF chiede 121 milioni di dollari e ne ha ricevuti meno di 20. È una situazione che definire drammatica è un eufemismo. Quanto ai bambini: sì, ascoltarli cambia tutto. In Ucraina, come racconto nel libro, è stato l’ascolto diretto dei bambini a indicarci dove concentrare il supporto psicosociale, quali spazi erano vissuti come sicuri e quali no. I bambini non sono solo vittime da proteggere: sono portatori di sapere, di esperienza, di soluzioni. Dobbiamo imparare ad ascoltarli davvero, non solo a parlare di loro.
Qual è l’errore più comune che i governi fanno nelle politiche per l’infanzia?
Trattare i bambini come un problema futuro. Come se investire sull’infanzia fosse un lusso che si può rimandare, una voce di bilancio sacrificabile nei momenti di crisi. È esattamente il contrario: i bambini sono il moltiplicatore di qualsiasi progresso. Una generazione malnutrita, mal istruita, traumatizzata è un costo sociale enorme che si paga per decenni. L’altro errore è il corto respiro: ci si occupa dell’emergenza, non si costruiscono sistemi. Si distribuisce cibo oggi senza pensare a come garantire un sistema alimentare resiliente domani. E i bambini, come dicevo, non votano.
Se pensa al pane, c’è un episodio in particolare, vissuto sul campo, che le torna in mente?
Mi trovavo anni fa nel secondo campo profughi più grande al mondo dopo Dadaab in Kenya, simbolo dell’esodo siriano. Si chiama Zaatari e si trova in Giordania. Una distesa di tende tra deserto e cielo, una città enorme che pullulava comunque di vita e speranza. Tra le tende incontravo bambini di ogni età che sorridevano, molte mamme che mi raccontavano le loro storie di fuga e dolore. La guerra in Siria è stata una vera e propria guerra mondiale, malgrado ci si ostini a definirla ancora una guerra regionale, che ha prodotto morte, milioni di sfollati, paura, e ha destabilizzato il Medio Oriente e non solo, come tutti sappiamo. Ebbene, in quel campo c’era una strada lunghissima che quasi lo tagliava in due, ai cui bordi negli anni si erano formati tanti piccoli negozi a cielo aperto, tanto da valerle il nome di Champs-Élysées, pensate. Ecco, molte di quelle piccole botteghe artigianali erano gestite da giovani ragazzi che producevano il khubz, il pane piatto siriano, che veniva poi distribuito in tutto il campo. Facevano roteare la pasta, te lo offrivano in buste di plastica come se ti stessero regalando la cosa più preziosa che avevano. Era così e per me era molto.
