C’è un nuovo muro di Berlino

Se la politica estera diventa propaganda

di Duilio Giammaria Scrittore e Giornalista

Il linguaggio della propaganda sta indubbiamente vivendo la sua migliore stagione. Grazie alla prodigiosa espansione dell’infosfera digitale, che moltiplica gli effetti e limita la possibilità di fact checking, ne ha amplificato gli effetti creando veri e propri habitat in cui la realtà può essere dissimulata. L’effetto “camouflage” della realtà ha conseguenze e rilevanza ben al di là della sfera personale, quando ad attivarla, coltivarla e gestirla è un “sistema paese” in cui istituzioni, media e intellettuali si allineano ai diktat di vertici oligarchici quando non dittatoriali. Gli effetti più evidenti di questa manipolazione avvengono nel teatro più sensibile della politica internazionale, dove agli osservatori attenti è facile percepirne contraddizioni, ma anche le analogie.

La cosiddetta nuova guerra fredda mediatica, se così vogliamo definirla per brevità, si combatte più con la capacità di imporre una narrazione capace di modificare la stessa realtà dei fatti: superate definitivamente le barriere linguistiche che una volta tenevano più facilmente chiusa la propaganda dentro i confini, il contrasto tra le narrazioni dei regimi o dei sistemi informativi nazionali, emerge con nitidezza contribuendo alla creazione di quella sfiducia delle opinioni pubbliche che a sua volta genera, polarizzazioni estreme, complottismo, deformazione. La propaganda dunque mai come in questi anni è capace di essere usata non solo per influenzare la percezione, ma nell’epoca della comunicazione istantanea, persino cancellare la realtà.

È ben noto che il fronte dei paesi a regime autoritari e dittatoriale ha da sempre usato il registro della manipolazione per coprire le tensioni interne e internazionali: regimi come quello iraniano di Ali Khamenei e quello nordcoreano di Kim Jong-un partecipano da sempre alla corsa della propaganda nel tentativo di compensare le sempre più profonde fragilità interne — disuguaglianze sociali, stagnazione economica, scandali e corruzione oligarchica — attraverso una politica estera ipertrofica e simbolicamente aggressiva. Nel frattempo, Russia e Cina hanno modernizzato tecniche e linguaggi basati sullo sperimentato sistema di controllo ereditato dai regimi comunisti originari.

A questo fronte già vasto possiamo ora aggiungere legittimamente gli Stati Uniti dell’Amministrazione Trump, nuovo attore mondiale, la cui presenza stessa nel novero di questo ragionamento sarebbe apparsa fuori luogo sino a qualche mese fa, ma che emerge con una potenza persino superiore a tutti gli altri, non foss’altro perché da sempre quel paese, pur con qualche sbavatura dall’affaire Watergate a Wikileas, era però sempre riuscito a mantenere un equilibrio al proprio interno, grazie al proprio sistema di check and balance istituzionale e informativo.

In un simile contesto, la politica estera ha disertato sempre i luoghi deputati delle cancellerie e delle organizzazioni internazionali, i suoi protagonisti hanno dismesso i panni di diplomatici e di esperti, per assumere sempre più quelli del politico populista, dell’influencer supporter delle politiche espresse dai leader. Da essere strumento di mediazione tra interessi l’informazione, svincolata da ogni regola, diventa la narrazione sostitutiva della realtà. Le parole allora non servono più a spiegare il mondo quanto a renderlo opaco, confuso, emotivamente polarizzato. Il nemico esterno diventa una figura necessaria, utile a rafforzare un’identità nazionale rappresentata come permanentemente minacciata e a spostare l’attenzione dalle contraddizioni interne.

Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo (1951), aveva colto con lucidità questo meccanismo: ovvero quello della menzogna politica moderna che non consiste semplicemente nel nascondere la verità, ma nel distruggere il terreno comune dei fatti. «Il suddito ideale del regime totalitario», scrive Arendt, «non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra vero e falso non esiste più». Quando tutto può essere negato o riscritto, la verità non viene confutata: diventa irrilevante.

Ovviamente qui non voglio stabilire l’equivalenza storica o istituzionale tra contesti, che al di là dell’uso comune di alcune parole usate dai propri leader, sono radicalmente diversi, ma svolgere un ragionamento che giunga a riconoscere le analoghe funzioni politiche del linguaggio e del potere coercitivo che da esse scaturiscono.

Hannah Arendt insisteva sul fatto che i regimi non si definiscono solo per ciò che fanno, ma per come giustificano ciò che fanno. Guardando ai fatti recenti attraverso la lente della Arendt, emergono in effetti convergenze inquietanti. Le Guardie della Rivoluzione iraniane non sono semplicemente un corpo armato: sono un’istituzione ideologica, incaricata di difendere non solo l’ordine pubblico, ma una verità politica superiore. Allo stesso modo, nella narrazione trumpiana, l’ICE può essere rappresentato non solo come una forza di polizia specifica e soggetta a precisi limiti, ma come il baluardo morale contro un nemico interno — l’immigrato, il manifestante, il “traditore” — la cui stessa esistenza giustifica l’uso della forza.

Questa trasformazione della polizia e della repressione in soggetto ideologico è centrale. Michel Foucault, nei suoi corsi al Collège de France, descriveva il cruciale passaggio da uno Stato che punisce a uno Stato che normalizza che non reprime solo i comportamenti, ma che definisce con ampia soggettività ciò che è deviante, pericoloso, inaccettabile. In questo schema, l’uso della forza non è un più un’eccezione, ma la conseguenza logica della narrazione dominante. Quando un’amministrazione descrive sistematicamente i manifestanti come terroristi, vandali o prodotti di una cultura “fondamentalista”, sta già predisponendo il terreno simbolico che rende accettabile la violenza incontrollata contro di essi.

È in questo senso che le dichiarazioni di esponenti dell’area MAGA — dal capo di gabinetto di Trump Stephen Miller al vice presidente J.D. Vance — mostrano una sostanziale somiglianza funzionale con il discorso dei mullah iraniani. Non nel contenuto teologico, ovviamente, ma nella struttura morale: l’idea che esista una società “pura” da difendere e un “corpo sociale deviato” da correggere o reprimere. Quando i chierici iraniani invocano il velo come baluardo della fede contro i valori decadenti occidentali, non stanno solo imponendo una norma religiosa, ma affermando un principio di controllo totale sul corpo e sull’identità. Analogamente, quando gli ideologi del MAGA parlano di ordine, confini e disciplina come valori assoluti, stanno costruendo una moralità politica che non ammette dissenso, ma solo obbedienza.

L’affievolimento della realtà George Orwell aveva intuito che il vero obiettivo del potere non è far credere a una bugia specifica, ma abituare le persone a vivere in un mondo in cui la contraddizione non conta più. In 1984, il Partito non chiede ai cittadini di credere a una versione dei fatti, ma di accettare che due versioni opposte possano essere vere allo stesso tempo. È questo il meccanismo che riemerge quando un evento violento viene simultaneamente documentato, negato, reinterpretato e ribaltato fino a trasformare la vittima in colpevole e l’agente armato in martire dell’ordine.

Così, sotto le inevitabili differenze di tono e di approccio, la grammatica propagandistica contemporanea assume sembianze, sorprendentemente comuni. In Russia, Cina, Iran e Corea del Nord le proteste sono “atti sovversivi”, l’opposizione una “quinta colonna”, le difficoltà economiche il risultato di complotti stranieri. Eppure, in questi contesti, la propaganda è spesso riconosciuta come tale dall’opinione pubblica abituata a questi metodi. La mancanza di fiducia nel sistema politico genera cinismo, disillusione, adattamento, ma il cittadino sa che il discorso ufficiale non coincide con la realtà, anche se non ha strumenti per contrastarlo. In questo contesto, il vero punto di rottura dei passati equilibri, emerge quando questa logica diventa main-stream anche nel cuore delle democrazie liberali.

La scintilla che fa esplodere un sistema già per altro saturo da anni dai gas tossici di una comunicazione digitale avvelenata dall’algoritmo che ha amplificato manipolazione e incentiva la polarizzazione è indubbiamente il secondo mandato di Donald Trump. Trump non introduce solo una retorica populista, ma normalizza la negazione dei fatti, delegittima i media come “nemici del popolo” e riduce la verità a un atto di fedeltà identitaria. Il linguaggio assume tratti distonici tipici dei regimi autoritari, pur operando all’interno di un sistema il cui equilibrio se- colare è fondato proprio sui quei check and balance, oggi messi in discussione. Quando Ali Khamenei afferma che i manifestanti iraniani sono “vandali eterodiretti

dagli Stati Uniti”, non sta offrendo una spiegazione, ma chiudendo lo spazio del discorso: se il dissenso è per definizione eterodiretto, allora non merita ascolto. Allo stesso modo, quando figure istituzionali statunitensi descrivono le proteste anti-ICE come il prodotto di una “cultura estremista della sinistra”, non stanno analizzando un fenomeno sociale, ma delegittimandolo a priori.

In entrambi i casi, la protesta non è un fatto politico, ma una patologia. Jürgen Habermas ha avvertito che una democrazia smette di funzionare quando lo spazio pubblico non è più il luogo del confronto razionale, ma il campo di battaglia di narrazioni identitarie impermeabili ai fatti.

È esattamente questo il rischio che sta emergendo dalla convulsa fase attuale dove il sistema democratico per antonomasia, quello degli Stati Uniti, che almeno simbolicamente per l’opinione pubblica occidentale dopo la seconda guerra mondiale è stato il modello prevalente, ha adottato strumenti linguistici tipici dei regimi autoritari: non diventa immediatamente una dittatura, ma indebolisce progressivamente la capacità di distinguere, crea sfiducia produce appunto l’effetto di una narrazione identitaria capace di plasmare la realtà. In questa prospettiva, la questione non è se gli Stati Uniti siano “comparabili” all’Iran o alla Russia — ovviamente, platealmente non lo sono per una infinita serie di considerazioni — ma se stiano importando modalità discorsive che rendono la verità negoziabile, il dissenso sospetto e la violenza simbolicamente giustificabile.

Ed è proprio questo slittamento, più che qualsiasi singolo evento, a definire il clima politico della nuova guerra fredda: un’epoca in cui la battaglia decisiva non è per il controllo dei territori, ma per il controllo del senso stesso della realtà, nei propri confini e sulla scena internazionale. Alla lente di ingrandimento dell’analisi, la grammatica propagandistica contemporanea assume aspetti sorprendentemente uniformi. In Russia, Cina, Iran e Corea del Nord le proteste diventano “atti sovversivi”, l’opposizione una “quinta colonna”, le difficoltà economiche il risultato di complotti stranieri. Eppure, in questi contesti, la propaganda è spesso riconosciuta come tale.

La mancanza di fiducia nel sistema politico genera cinismo, disillusione, adattamento.

Il cittadino sa che il discorso ufficiale non coincide con la realtà, anche se non ha strumenti per contrastarlo. George Orwell che aveva descritto questo processo, sottolinea che il potere non si limita a imporre una versione dei fatti, ma a controllare il linguaggio stesso con cui la realtà viene pensata. «Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato». La manipolazione non è più episodica, ma strutturale e diventa parte stessa della realtà percepita. Il vero punto di rottura emerge quando questa logica entra nel cuore delle democrazie liberali. L’esperienza politica di Donald Trump segna un passaggio critico.

Trump non introduce solo una retorica populista, ma normalizza la negazione dei fatti, delegittima i media come “nemici del popolo” e riduce la verità a un atto di fedeltà identitaria. Il linguaggio assume tratti distonici tipici dei regimi autoritari, che nega la necessità del sistema fondato sui check and balance alla base stessa della democrazia americana. Quando i fatti diventano opinioni e le opinioni identità, il dibattito pubblico si trasforma in una guerra tribale. Le istituzioni non vengono abbattute frontalmente, ma svuotate dall’interno, private della loro autorevolezza simbolica.

Il paradosso è che l’opinione pubblica americana, cresciuta nella fiducia verso la solidità del sistema democratico, risulta particolarmente vulnerabile a questa deriva come se la propaganda funzionasse meglio proprio là dove non si ha l’abitudine a riconoscerla come tale. La retorica russa sull’Ucraina, ad esempio, basata su presunte ragioni storiche e culturali e quella trumpiana di un’America chiamata a ristabilire la propria leadership nel continente americano, rivelano la convergenza inquietante di un ritorno a una concezione ottocentesca delle relazioni internazionali, fondata su sfere di influenza e nazionalismo espansionista. Il tavolo di gioco della nuova guerra fredda è dunque sempre di più quello in cui si gioca sul rapporto tra linguaggio e verità.

E il rischio maggiore non risiede nei regimi che storicamente e strutturalmente mentono apertamente, ma soprattutto in quelle democrazie che iniziano a farlo senza più percepire la minaccia che questo meccanismo pone alle ragioni stesse della loro esistenza.

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